L’EQUILIBRIO DEI POTERI SOTTO ATTACCO

A ogni appuntamento elettorale, il primo commento è, sempre più spesso, dedicato alla crescita dell’astensionismo. Quando in Regioni come la Toscana e l’Emilia-Romagna, con grandi tradizioni di partecipazione e cooperazione, si reca alle urne meno della metà degli elettori, significa che il termometro politico segna una febbre della democrazia che richiede interventi adeguati: urgenti per agire sui sintomi, più analitici e articolati per individuare e curare le cause. Purtroppo, il più delle volte, la riflessione dura il tempo che separa l’acquisizione dei dati sull’affluenza dai primi exit poll, che distraggono subito il dibattito verso l’esito elettorale e verso i decimali delle variazioni percentuali relative alle liste e ai candidati in campo.

È vero, ci troviamo in un contesto di crescente parcellizzazione della società, che determina un individualismo pervasivo di tutte le dinamiche sociali, e quindi anche di quelle politiche; ma non si può ridurre a questa constatazione l’indagine sulle cause del fenomeno. Occorre esaminare tutti gli ambiti nei quali si annidano i potenziali elementi de/generativi di un astensionismo che rischia di mettere in serio pericolo la vita democratica del Paese; ambiti che sono insieme istituzionali, normativi, e più propriamente politici in ciò che riguarda le relazioni tra la formazione del consenso e la sua distribuzione. Per certi aspetti, c’è una spirale che li collega, alimentando negativamente il processo disgregativo in atto.

Istituzioni squilibrate

I tre poteri evocati da Montesquieu – legislativo, esecutivo e giudiziario – hanno subìto nel tempo mutamenti tali da mettere in discussione i tradizionali impianti di check and balances (bilanciamento di pesi e contrappesi). Governo e Parlamento (che nel classico schema del filosofo francese erano separati) hanno finito per avere la stessa fonte di legittimazione: la rappresentanza politica del corpo elettorale; e quindi sono connessi al punto da apparire indistinti. Attualmente c’è in sostanza una bipartizione dei poteri tra governo (con l’accessorio del parlamento) e giustizia, tra funzione politica e funzione di garanzia. Di conseguenza il peso della funzione di governo, ricavata sul principio della maggioranza conquistata alle elezioni, viene equilibrato solo in modo intermittente e insufficiente dai contrappesi del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale (e dei giudici ordinari che ad essi rinviano le questioni) mentre la minoranza parlamentare ha un peso molto ridotto. Il conflitto pressocché quotidiano tra esecutivo e giudici (penali, civili e, recentemente, anche amministrativi e contabili) mette a rischio, così, anche i due poteri rimasti e fa intravvedere sullo sfondo l’autocrazia. Che non è attrattiva e genera sfiducia e indifferenza nelle minoranze e nell’elettorato in genere.

In particolare, poi, nelle Regioni è venuta meno anche la distinzione tra funzioni legislative e amministrative. La legge non ha più la rilevanza che le aveva attribuito la Costituzione: il primato dell’attività amministrativa ne ha ridotto la portata a una mera funzione organizzativa al servizio delle azioni amministrative decise dai vertici politici. Non è fatta di princìpi generali ma di provvedimenti particolari. Anche al livello nazionale abbondano le leggi-provvedimento a favore di ristrette categorie (balneari, tassisti, ecc.) o addirittura ad personam.

Il potere di perseguire obiettivi immediati e circoscritti di carattere politico o finanziario, magari attribuendo piccoli benefici o esenzioni da obblighi nazionali è, inoltre, molto ambito dai cosiddetti Governatori; anche perché possono esercitarlo per i cinque anni pieni conferiti dall’investitura popolare, mentre il Consiglio è un contropotere spuntato, non può contrastarlo fino in fondo se non a pena di scioglimento. Il principio del simul stabunt aut simul cadent mortifica e ridimensiona l’attività e la funzione del Consiglio regionale in misura anche maggiore rispetto al Parlamento (almeno per ora, perché col premierato si rischia di replicare). C’è uno scarto evidente tra l’enorme potere del presidente e la quasi azzerata funzione di programmazione e legislazione del consiglio regionale.

La crisi dei partiti e delle formazioni sociali

Le riforme istituzionali e le leggi elettorali che si sono succedute nel tempo sono insieme causa ed effetto della profonda trasformazione dei partiti: la loro degenerazione aveva suggerito alcune di quelle riforme, le quali, a loro volta, hanno inciso sul ruolo delle organizzazioni alle quali la Costituzione repubblicana demandava di «concorrere a determinare la politica nazionale», elaborando programmi, controllandone l’attuazione, provvedendo – con metodo democratico, innanzitutto al proprio interno – alla formazione e alla scelta dei candidati; ma senza occuparsi anche della gestione della cosa pubblica, in modo da poter esercitare il controllo sugli eletti nell’interesse della collettività.

Bisognerebbe ristabilire una incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali, come del resto è avvenuto fino agli anni Settanta per i partiti al governo: chi andava al governo lasciava le cariche di partito e ciò consentiva una fruttuosa distanza tra partito e governo.

Insomma, lo schema costituzionale è saltato: i partiti ormai non sono più luoghi democratici di associazione politica dei cittadini e quindi formazioni sociali diverse dalle istituzioni. Da partiti sociali, organi della società, si sono trasformati in organi delle istituzioni, in cui si sono incarnati; non sono più separati ma sono immedesimati nel potere pubblico. Fuori delle istituzioni non sono capaci di elaborare e promuovere una cultura politica originale, differenziata dalle altre, che indichi criticità e prospettive ai rappresentanti delle istituzioni (a cominciare dai propri). La formazione dell’opinione pubblica, e di quella degli stessi iscritti, è stata demandata ai social o al massimo – per chi li legge – ai giornali. Non hanno più un’organizzazione diffusa sul territorio e nei luoghi di lavoro, si rivitalizzano in occasione delle elezioni, trasformandosi in comitati elettorali. Non poco influisce il fenomeno delle liste civiche – spesso, piuttosto, liste ciniche – impegnate nella raccolta di voti di scambio, senza idealità politica che non sia l’occupazione del potere. Gli stessi partiti tradizionali somigliano a confederazioni di gruppi autoreferenziali che fanno capo a singole personalità, ciascuna con il proprio pacchetto di consensi.

Sorte non diversa hanno avuto le formazioni sociali nel loro ruolo di contrappeso al potere governativo. Nella visione dei Costituenti avrebbero dovuto attuare quel pluralismo sociale capace di orientare, limitare, condizionare l’esercizio del potere. A loro (partiti, sindacati, confessioni religiose, associazioni e comitati vari) sarebbe spettato il compito positivo di promuovere lo sviluppo della personalità umana, lasciando alla Repubblica, di cui lo Stato è elemento principale, il compito negativo di rimuovere gli ostacoli di fatto allo sviluppo della persona. Era questo l’elemento principale del compromesso costituzionale proposto da Giuseppe Dossetti sulla base del presupposto ideologico della persona integrata nel pluralismo delle formazioni sociali, che Palmiro Togliatti considerò «base per un ampio terreno d’intesa», e al quale poi aderirono Lelio Basso e gli altri componenti della Sottocommissione incaricata di redigere la Costituzione.

Il ruolo dei partiti si è progressivamente dissolto, oltre che per il deficit democratico al loro interno, anche per la deriva populistica, diffusa dappertutto, che induce a rivolgersi direttamente al popolo, agli individui, senza l’intermediazione delle altre formazioni sociali. Ne deriva una democrazia plebiscitaria, che prevede una convocazione periodica del popolo solo per dare un’investitura. Il politologo francese Bernard Manin l’ha definita «democrazia del pubblico», e ne ha tratteggiato i caratteri: elezione sulla base dell’immagine, e non della fedeltà a un partito; non coincidenza tra opinione pubblica ed espressione elettorale; mancanza di dibattito all’interno dei partiti (spostato sui massmedia e in particolare sui social); negoziazioni non tra partiti ma fra governo e gruppi d’interesse.

Riconquistare terreno democratico

L’astensionismo dimostra che almeno la metà della popolazione non è interessata a questa deformazione della democrazia; ma, nello stesso tempo, è proprio l’astensionismo ad alimentare la distanza degli elettori dalle istituzioni e dai partiti, erodendo la democrazia non solo quantitativamente, per la diminuzione dei votanti, ma anche qualitativamente. Infatti, a ritrarsi è soprattutto chi ha bisogno della politica per risolvere i problemi del lavoro, della salute, della solidarietà ed è deluso da questa politica. L’assenza di questi soggetti tra i votanti aumenta la percentuale dei fidelizzati, di chi ha interessi corporativi, di chi non è alieno dal voto di scambio: aumenta, insomma, il peso della malapolitica. E questo influenza l’atteggiamento dei candidati che sanno di dover rendere conto non ai cittadini ma alle oligarchie dei partiti, dalle quali può arrivare la conferma o l’esclusione. La conseguenza – per dirla con Joseph Schumpeter – è che «i politici sono come cattivi cavalieri che si impegnano così tanto nell’impresa di mantenersi in sella da non curarsi più di quale sia la direzione verso cui stanno cavalcando».

Per provare ad accorciare la distanza tra la piazza – che ultimamente manifesta una crescente voglia di protagonismo – e il palazzo, occorre recuperare lo spirito costituente che produsse l’avvicinamento del popolo alle nuove istituzioni democratiche.  Spirito che non è andato del tutto disperso: resiste nelle tante formazioni sociali di carattere altruistico e umanitario, di servizio alle persone, all’ambiente, alla pace, ai valori della Resistenza; e, talvolta, esplode in movimenti più ampi, ai quali bisogna, però, dare prospettive positive.

Compito non facile, perché – come notato all’inizio – il contesto non è favorevole allo sviluppo di una dimensione sociale quale terreno di gioco delle aspirazioni personali; ma compito essenziale, soprattutto per la sinistra, se vuole tornare a rappresentare un punto di riferimento e una opportunità di aggregazione contro le molte solitudini indotte dall’individualismo nel quale il vincitore (auspicabilmente temporaneo) della lotta di classe – il capitalismo – vuole confinarle. Accompagnare e favorire tutte le forme di democrazia attiva, basate sulla volontà, attuate nel volontariato, espresse nella partecipazione alle manifestazioni di piazza, significa perciò cominciare a esercitare una funzione di contrappeso alla democrazia passiva, basata sul consenso e praticata dai partiti.

Ai partiti che si richiamano alla sinistra, che hanno nel DNA l’essenziale promozione della partecipazione come terreno non negoziabile di una democrazia effettiva, spetta proporre occasioni più continue e offrire spazi più accoglienti per esercitare confronto e dialogo, consentendo soprattutto ai più giovani esperienze di reale protagonismo. È, forse, il solo modo per riavviare il circuito virtuoso tra popolo e istituzioni.

 

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