Nei primi giorni di ottobre di quest’anno mentre in Italia milioni di uomini e donne scendevano in piazza per manifestare contro il genocidio in Palestina, nel silenzio assoluto e colpevole della stampa veniva adottato dal Consiglio dei Ministri del Governo Meloni il Disegno di Legge per la delega al governo sul nucleare “sostenibile”.
Un passo d’altra parte prevedibile ed in continuità con le dichiarazioni della presidente Meloni a Baku nelle more della COP29 quando annunciò proprio l’inserimento del nucleare nel mix energetico nazionale presentandolo come elemento strategico per la sicurezza e l’autonomia energetica della nazione ed in continuità con quelle portate dal ministro Pichetto Fratin alla COP30 di Belem che si è conclusa il 21 novembre ed in cui a fronte di una sempre più urgente uscita dal fossile, l’Italia ha contrapposto finte ricette che di fatto allontanano gli obiettivi di neutralità climatica con soluzioni obsolete come quella sui biocarburanti o rilanciando, appunto, il famigerato nucleare.
Poco importa dell’esito dei due referendum (1987-2011) che sancirono l’abbandono dell’atomo così come poco sembra interessare che le prospettive paventate in quel DDL si riferiscano da un lato ad una tecnologia che ancora non esiste sul piano commerciale, quella della fusione (che cioè non crea scorie), e dall’altro si aggrappino agli Small Modular Reactor (SMRs) ovvero piccoli reattori anch’essi presenti solo come prototipi e che di fatto comunque utilizzano ancora la fissione come i vecchi impianti portando con se tutti i rischi e le problematiche che indussero gli italiani e le italiane ad esprimersi per il NO al nucleare.
E tutto questo poco importa proprio perché questo governo è evidente che basi gran parte della propria politica su una comunicazione propagandistica la cui narrazione è plasmata ad arte non per informare ma piuttosto per persuadere faziosamente l’interlocutore. Strategia tanto in auge che tra le misure previste dal DDL sul nucleare troviamo come unico stanziamento pubblico quello di 7,5 milioni di euro che potranno essere utilizzati tra il 2025 e il 2026 per “promuovere” il ritorno al nucleare entro il 2035.
Ma propaganda e false narrazioni si nutrono anche di quelle “parole magiche” attraverso le quali si cerca di superare tanto le norme quanto gli esiti referendari. Ecco allora che il nucleare diventa “sostenibile” nonostante quest’espressione rappresenti un ossimoro vista la natura non rinnovabile dell’uranio, vista la complessa gestione e produzione di scorie radioattive a lungo termine e visto l’alto rischio di gravi incidenti.
Ma di parole magiche non ne troviamo solo nel DDL nucleare ma anche nel dispositivo con cui si avvia l’iter per l’individuazione di un deposito nazionale per lo stoccaggio delle scorie a bassa attività cioè quelle principalmente di origine ospedaliera (RX TAC etc..) che abbattono la radioattività in pochi decenni insieme a quelle ad alta attività prodotte dalle vecchie centrali nucleari chiuse dopo il referendum e che ancora oggi non trovano una collocazione e una gestione che ne limiti la grave pericolosità. A norma di legge, infatti, le scorie ad alta attività quelle cioè più pericolose provenienti dalle vecchie centrali e che abbattono la radioattività in centinaia di anni dovrebbero essere stoccate in un deposito geologico di profondità ma visto che non è stato individuato si è deciso di stoccarle in un deposito di superficie che per legge dovrebbe ospitare solo quelle meno pericolose. Come è stato possibile? Semplicemente aggiungendo la parola “temporaneamente” nel dispositivo e che in Italia oramai è divenuto sinonimo di “definitivamente”.
NEL VITERBESE E IN BASILICATA: CHE SUCCEDE?
Come ARCI conosciamo bene il tema delle scorie perché nella Carta Nazionale delle Aree Idonee al deposito (CNAI) delle 51 aree individuate circa 20 ricadono nel territorio del viterbese un’area di pregio naturalistico e a vocazione agricola in cui il comitato Arci Viterbo gioca un ruolo di primo piano proprio nella battaglia contro la realizzazione di quel deposito che inghiottirebbe circa 110 ettari di area verde a ridosso di una riserva naturale e di molte aziende agricole biologiche.
Ma il tema delle scorie riguarda purtroppo anche un altro territorio e un altro comitato ARCI, quello della Basilicata che ammesso come parte civile nel processo per disastro ambientale ha visto proprio in questi giorni il rinvio a giudizio di sei dirigenti del Centro Enea e della Sogin i quali avrebbero omesso dal 2014 la contaminazione derivante dalla cattiva gestione del sito che ospita 60 barre di uranio statunitense. I capi di accusa sono molteplici e pesanti perché le presunte omissioni hanno causato l’inquinamento della falda acquifera in un territorio a vocazione prettamente agricola.
Arci era in prima linea nelle campagne referendarie contro l’utilizzo del nucleare così come oggi si pone in aperto contrasto con una deriva che non serve al nostro paese e che non serve ad un mondo che oggi le nuove politiche e i nuovi governi vorrebbero governato da azioni muscolari piuttosto che dalla diplomazia e dal multilateralismo perché il nucleare civile non esiste senza quello militare perché i costi del nucleare sono insostenibili come dimostrato dagli impianti francesi e perché vecchie soluzioni non possono sorreggere quel cambio di paradigma necessario a quella transizione che lega la giustizia climatica a quella sociale e che oggi non è più rimandabile così come ci ricordano i popoli amazzonici riuniti nella ControCop dei popoli.
(intervento al Convegno di Milano del 22 novembre)









