Il mondo è in fiamme. Un manipolo di supponenti figli di papà, cresciuti all’ombra di sontuosi alberi della cuccagna, addestrati alla spregiudicata gestione del potere e nella certezza d’impunità, spingono l’occidente verso un futuro di tensioni e, probabilmente, di guerre devastanti al suo stesso interno, oltre che verso il super autocostruito nemico esterno.

La meravigliosa compagine che si riunisce periodicamente in amene località del pianeta, trasformandole in aree off limits per il resto dell’umanità attraverso lo spiegamento di eserciti in assetto da combattimento, opera in totale dispregio della volontà popolare se non apertamente contro la stessa. Perché possono farlo? Perché possono prendere decisioni contro la stragrande maggioranza delle popolazioni esibendo, nelle loro bellissime foto di gruppo, sorrisi smaglianti ed impeccabili cotonature? Eppure parlano ogni giorno di democrazia! Non dovrebbero utilizzare il potere in nome e per conto del popolo?

Dopo questa stringata e, probabilmente, grossolana premessa, viene fatto di domandarsi se la drammatica situazione attuale è da porre, in qualche modo, in relazione con la progressiva ritirata delle forze di sinistra avvenuta negli ultimi tre decenni. Non sono d’accordo con le tesi che ascrivono la sconfitta della sinistra al clima generale che, via via, è andato affermandosi. Penso esattamente il contrario: la morsa liberista e l’avanzata del capitalismo finanziario, ha potuto prosperare pe mancanza di forze a contrasto. Il disarmo della sinistra e i dubbi di una classe dirigente ormai molle e priva di sufficiente convinzione morale, hanno lasciato campo libero alla vulgata (scientificamente organizzata) della meravigliosa vita nel mondo del libero mercato.

Durante gli anni ’90, il mondo capitalistico, si dava le strutture burocratiche e politiche per la sua espansione e internazionalizzazione. La sinistra, senza esercitare una seria analisi su quanto stava accadendo e sui motivi che avevano portato al fallimento dell’esperienza dell’URSS, chiudendosi timidamente nei confini nazionali, tentava sortite con repentini quanto inutili cambi di nome. Nei due decenni successivi si è perso tempo, credibilità ( e dignità ) rincorrendo le destre con proposte “paraliberiste” o su temi che riguardavano l’ultimo titolo di qualche quotidiano.  Mentre si discuteva del nulla, ogni giorno, nel nostro Paese qualcuno era costretto a salire sui tetti di una fabbrica, su una gru, a cercare disperatamente di urlare al mondo la propria esistenza di lavoratore precario, di essere umano umiliato, in “esubero “. A chi parlavano questi nostri fratelli?

Il partito di maggioranza relativa, in Italia, era da tempo quello dell’astensione. Se si analizzavano i dati delle elezioni locali e nazionali, si evinceva che gran parte di quell’astensionismo colpiva il centrosinistra, ed in particolare la sinistra, sempre più polverizzata, in perenne competizione tra sé e asfissiata nei personalismi.

Si è chiuso ogni spazio di agibilità politica che sarebbe stato invece indispensabile, per poter dare rappresentanza alla moltitudine di italiani abbandonati a se stessi, senza più una forza politica capace di tradurre in fatti quelle che erano (e sono) le loro aspirazioni, le loro necessità. Una moltitudine ridotta ad una sommatoria di individui che non si riconoscevano più in un tutto, dal quale si sentivano esclusi – ed effettivamente lo erano – , emarginati, rifiutati.

Non vi è stata nel tempo alcuna strategia o almeno attenzione a quelli che sarebbero stati gli effetti del turbo capitalismo che andava affermandosi con la globalizzazione. Si è lasciato campo libero a chi – strategicamente – preparava la guerra tra poveri che oggi ci mostra le sue conseguenze.

La cessione incondizionata di spazio da parte della politica a favore del mercato, si è tradotta nella sostituzione della politica da parte del mercato, ha trasformato la politica in “ente certificatore” di scelte preordinate dai potentati economici ai quali sono state incautamente cedute, a più riprese, porzioni importanti e strategiche della proprietà e della capacità produttiva pubblica, si sono aperte autostrade giuridiche alla delocalizzazione, proponendosi così ad una concorrenza basata esclusivamente sul contenimento dei costi di produzione, avendo escluso l’esportazione dei diritti per i lavoratori; delle norme per il rispetto dell’ambiente; dell’attenzione per lo sfruttamento minorile e femminile: insomma di quel poco di civiltà conquistata con le lotte del movimento operaio del ‘900, si è aperta la strada ad una nuova stagione di sfruttamento e di lotta per la sopravvivenza che, di ritorno, ci pone di fronte ad una recrudescenza nell’attacco ai diritti ed alla dignità stessa della persona umana. Si rivedono situazioni di schiavitù, se non incentivate certamente non combattute adeguatamente sul fronte legislativo, che si pensava fossero consegnate ad un passato ormai definitivamente collocato nella discarica della storia.

Persino nel comune sentire, si insinua il germe della superiorità fra esseri umani: di religione, di civiltà, di razza addirittura!

Non si è fatta e non si fa, una seria e approfondita analisi della crisi attuale e delle prospettive per il nostro Paese al termine di essa. La mia impressione è che non ci sia, per l’Italia del nuovo ordine economico mondiale, un futuro di Paese industriale. Mi pare più di intravvedere un futuro da Paese per industriali in vacanza.

È in atto, da decenni, una violenta e sistematica opera di smantellamento del tessuto produttivo o comunque della spina dorsale di esso in Italia, improponibile, quanto accade, come fase di riflusso in attesa di ripartire, in tali situazioni si agisce per salvaguardare gli impianti, la capacità di innovazione, la ricerca, le stesse maestranze. Oggi vediamo solo smantellamenti e ricatti.

I lavoratori italiani – tutti i lavoratori – si trovano oggi nella situazione di essere considerati una “quantità trascurabile “nel computo di questa ennesima crisi di conquista di nuovi mercati e di riaffermazione dello sfruttamento e del profitto come ineluttabili componenti della società.

Oggi più che mai occorre una forza capace di organizzare e di convogliare le energie frammentate, unendole al malcontento ed alla richiesta di giustizia e di progresso sociale che ancora c’è, pur se repressa, nel Paese.

Quanto si vede oggi in campo, non può suscitare ottimismo alcuno. Al voto referendario si è palesata una moltitudine in difesa della Costituzione, sono milioni di persone che nessuno aspettava: a chi si rivolgono? Io penso che si rivolgono alla sinistra che non c’è: “votiamo per difendere la Costituzione ma per chi non parla più la nostra lingua non voteremo”! Temo che, alla fine, ci sarà la solita ammucchiata con annessi Renzi e Calenda e con ulteriore fuga dal voto di moltissime altre persone. Solo se ci sarà autentica alternativa e coraggio nel sostenere le nostre idee, rinunciando a ingannevoli ammucchiate, si potrà ricostruire il rapporto con chi è sceso dai tetti e dalle gru, uscito dalle scuole, dai porti, dalle fabbriche e dalle attività quotidiane per gridare in piazza il proprio pensiero contro la guerra, lo sfruttamento e contro ogni ingiustizia.

 

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