“Ha fatto tante cose buone per il nostro Paese possiamo perdonargli qualche debolezza”
Sono le parole di una ragazza di 17 anni, il riferimento è a Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio. Correva l’anno 2011. Insegnavo in un liceo psicopedagogico e questa frase fu pronunciata durante una discussione, in una classe di quell’Istituto, nella primavera in cui le donne scesero in piazza al grido di “Se Non Ora Quando?” Sono circa venticinque anni che faccio il mestiere d’insegnante nei licei della mia città, Venezia, e faccio politica da sempre, eppure non ho mai amato espormi politicamente in classe, nella consapevolezza del condizionamento che può esercitare la parola persuasiva nelle menti in formazione. Era una classe tutta femminile, le ragazze che avevo di fronte a me avevano all’incirca l’età delle “olgettine” di Arcore, Berlusconi era il mio Presidente del Consiglio, io insegnavo in una scuola pubblica italiana, rappresentavo un’istituzione del nostro Stato e quindi, in qualche modo, anche quel Presidente. Veronica Lario, gia’ da qualche tempo, aveva dichiarato: “….. non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni. Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale. Io e i miei figli siamo vittime, non complici, di questa situazione [···]. Non posso più andare a braccetto con questo spettacolo. Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido.” E aggiungeva: “figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica. E per una strana alchimia il Paese tutto concede, tutto giustifica al suo imperatore. Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non di un dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo” Fu una situazione in cui sentii il dovere civile di dire, a quelle studentesse, che Silvio Berlusconi non rappresentava lo Stato delineato dalla nostra Costituzione e che quei modelli di comportamento e di rapporto tra i sessi nulla avevano a che spartire con l’educazione sentimentale e di genere che la scuola ha il compito di promuovere. Quelle “debolezze” da perdonare all’ “imperatore” in un Paese che “tutto concede e tutto giustifica” erano, ai miei occhi, il segno di quanto una cultura patriarcale e sessista resistesse ancora nel nostro Paese, ma soprattutto dimostravano quanto il berlusconismo fosse entrato a far parte della nostra cultura. Il potere di Berlusconi appariva impazzito, nella sua crisi manifestava il suo volto più squallido e aberrante, le donne scendevano in piazza, eppure, anche allora, si faceva fatica a dire e a capire che il mercimonio sessuale denunciato dalla stessa Veronica Lario e quel cocktail micidiale di sesso e di politica erano una metafora del Paese voluto da Berlusconi e facevano tutt’uno con la sua idea di politica e di potere. Erano il segno evidente di una privatizzazione della politica che aveva modificato la fisionomia ed i connotati del nostro Paese. Ma la tendenza della politica, di quasi tutta la politica, di fronte a quei fatti fu (ed è) quella di confinare il mercimonio sessuale dell’allora Premier, Silvio Berlusconi, in una dimensione esclusivamente privata o di enfatizzarne soltanto il profilo giudiziario o scandalistico. La strada giudiziaria ha fatto il suo corso. Ma ciò non esime la politica dallo svolgere il suo compito: ieri come oggi. Berlusconi diede le dimissioni da Presidente del Consiglio l’8 novembre 2011 e, da quella data, non è più tornato a Palazzo Chigi. Fu lo spread andato alle stelle la ragione “ufficiale” della fine di quella stagione politica. E, dopo di lui, la Presidenza del Consiglio dei Ministri passò. non a caso, a Mario Monti. Ma, come ha scritto Mariangela Mianiti sul Manifesto del 13 giugno di quest’anno, “prima, molto prima, sono state due donne a tirarlo giù dal piedistallo.” Una donna, secondo la Mianiti, è stata Veronica Lario, l’altra Patrizia D’Addario. Di Veronica Lario abbiamo già parlato, della D’Addario ricordiamo che fu la prima a parlare dei festini che si svolgevano a Palazzo Grazioli in un’intervista al Corriere della Sera del 17 giugno 2009 e successivamente, come scrive Ida Dominijanni che la intervistò per “Il Manifesto” il 3 giugno 2013, si svelò testimone di “un sistema di scambio corpo-danaro-potere” che, a giudizio della stessa D’Addario, era “molto più radicato di quanto si pensi, incardinato su una colonizzazione di un immaginario femminile che sogna soltanto comparsate in tv” Il 12 giugno di quest’anno Silvio Berlusconi è morto. Quando viene a mancare una figura pubblica, la dipartita tende a purificarne e a riscattarne la biografia. Scompaiono le zone d’ombra, gli errori, le omissioni e spesso, nel caso di un politico, gli abusi di potere e i conflitti di interessi. Ma dal civile rispetto che ogni morte impone, dalla naturale tendenza a salvarne, nel ricordo, un’immagine “purificata” dalle scorie, al “lutto nazionale” c’è un abisso. Ricordo, qui, che il “lutto nazionale” è una cosa ben diversa dai “funerali di stato” (regolati dalla n. alla legge n. 36 del 7 febbraio 1987). Il lutto nazionale è deciso, di volta in volta, a discrezione del governo e prevede l’esposizione a mezz’asta delle bandiere negli edifici pubblici e l’aggiunta di due strisce di velo nero sulle bandiere esposte all’interno e viene dichiarato solitamente per eventi di particolare gravità (come i disastri naturali). E, nella storia della Repubblica, non era mai successo che venisse dichiarato il lutto nazionale per la morte di un ex presidente del Consiglio: fanno eccezione solo Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Leone, che però, diversamente da Berlusconi, erano stati anche presidenti della Repubblica. Il lutto nazionale e’, dunque, un lutto politico, è deciso dal Governo per l’intero Paese. Tutto cio’ simboleggiato da quelle bandiere a mezz’asta esposte in tutti gli edifici pubblici. E quindi anche nelle scuole. Quando il Governo dichiarò il lutto nazionale, la mia mente corse a quel lontano 2013, alla mia indignazione, alle tante donne scese in piazza, alla frase di quella mia studentessa: “Ha fatto tante cose buone per il nostro Paese possiamo perdonargli qualche debolezza”, al ruolo della scuola anche nella costruzione di una memoria collettiva e nella formazione delle donne e degli uomini del futuro. Per questo mi sentii in dovere, come insegnante di una scuola pubblica di “fare”, anch’io, per come riuscivo e potevo, “la mia parte” e di affermare, in una lettera che inviai al Collegio Docenti della mia scuola e alla stampa locale, che (cito testualmente) “quella bandiera a mezz’asta che il nostro Ministero (aveva) disposto con una circolare di esporre in tutte le scuole d’Italia non (era) in mio nome” esprimendo, nel contempo, la mia totale adesione all’azione e alle parole di Tomaso Montanari che, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi, come rettore dell’Università per stranieri di Siena, si era assunto la responsabilità di non esporre nella sua Università la bandiera a mezz’asta dichiarando: “è vero che Berlusconi ha segnato la storia, ma lo ha fatto lasciando il mondo e l’Italia assai peggiori di come li aveva trovati. Dalla P2 ai rapporti con la mafia via Dell’Utri, dal disprezzo della giustizia alla mercificazione di tutto (a partire dal corpo delle donne, nelle sue tv)” Nel fare mie le parole di Montanari, conclusi così la mia lettera: “come insegnante di una scuola della mia Venezia e della nostra Italia voglio, a voce spiegata, affermare che altri sono i modelli, altri sono i valori che la scuola italiana della Costituzione repubblicana dovrebbe insegnare alle giovani generazioni, non la mercificazione di ogni cosa, non la politica intesa come fatto privato, non la concezione patriarcale e padronale dei rapporti tra le persone e i sessi. Perché questo sono i tratti distintivi del ventennio berlusconiano come avevano ben compreso le tante donne che il 13 febbraio 2011 scesero in piazza gridando: “Se non ora quando?” Il Direttore del Gazzettino, Roberto Papetti, rispose pubblicamente alla mia lettera dando questo titolo alla sua risposta: “La morte di Silvio Berlusconi, le polemiche e la lezione sbagliata di un’insegnante”. Il lutto nazionale per Silvio Berlusconi è stato accettato nel quasi totale silenzio degli uomini e delle donne del nostro Paese. Profetiche più che mai appaiono le già citate parole che Veronica Lario pronunciò nel maggio nel 2009, riferendosi al marito: “Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo”









