Ci sono regimi che reprimono i loro cittadini senza essere sanzionati. L’ Italia continua a fare affari con l’Egitto e a inviare armi. 

Patrik Zaki è finalmente libero! Il giovane universitario egiziano ha saputo gestire la sua ritrovata libertà con grande intelligenza e dignità evitando di cadere ostaggio dei due Governi, quello egiziano e quello italiano, che hanno trattato il suo caso davanti e dietro le quinte. Da parte di Zaki è servito coraggio a rifiutare il volo di Stato e la messa in scena autocelebrativa che il governo Meloni aveva già predisposto, in questo in linea con precedenti Governi per altre casi di liberazione. Così si è meritato l’ira del ministro della Difesa Guido Crosetto e il giudizio di mancanza di riconoscenza espresso da Giorgia Meloni. La grazia concessa da Al Sisi, alla guida dell’Egitto con un colpo di Stato militare, non è un atto né umanitario né tanto meno di giustizia. E’ un atto politico dentro una logica di scambio politico con il Governo italiano. Zaki, attivista dei diritti umani per Amnesty International, ne era e ne è pienamente consapevole e infatti ha subito ricordato le migliaia di giovani ingiustamente detenuti nelle carceri egiziane meno fortunati di lui. Non c’è dubbio che sul piano diplomatico l’attuale Governo italiano si è impegnato per la sua liberazione e Patrik Zaki lo ha sobriamente riconosciuto. Senza enfasi, certo, perché il suo caso è stato usato come schermo per altri interessi, sicuramente meno nobili. Intanto pesa il brutale assassinio di Giulio Regeni, di cui sono accusati tre ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano. Così come pesano le continue violazioni, ampiamente documentate da Agenzie internazionali, dei diritti umani da parte di un regime autoritario e repressivo come quello di Al Sisi.

Eppure sono tante le voci e le raccomandazioni di importanti Organismi internazionali che ripropongono all’attenzione dei Governi la possibilità di azione nei confronti di uno Stato che non garantisce né diritti civili né diritti umani. C’è una misura che il Diritto internazionale e la nostra stessa legislazione prevede: il divieto di esportare armi e sistemi militari: lo chiedono da anni Amnesty International e Rete Italiana Pace e Disarmo. “L’esportazione (…) e l’intermediazione di materiali di armamento sono altresì vietati verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa” stabilisce con chiarezza la Legge n. 185 del 1990 all’articolo 1. Le risoluzioni del Parlamento europeo Anche il Parlamento europeo, richiamando specificatamente i casi di Patrick Zaki e Giulio Regeni oltre a denunciare le numerose violazioni dei diritti umani in Egitto, si è espresso ripetutamente con diverse risoluzioni votate ad ampia maggioranza per chiedere agli Stati membri di “sospendere tutte le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna”. Un esperto di sistemi d’arma e di mercato delle armi come Giorgio Beretta (nessuna parentela con i proprietari dell’Azienda Beretta) ha notato che queste risoluzioni non chiedono di vietare tutte le esportazioni di materiali e sistemi militari, ma specificatamente quelle armi e tecnologie di sorveglianza “in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile”. E’ una limitazione significativa perché, se è vero che tutti i sistemi militari contribuiscono ad accrescere l’arsenale bellico di uno Stato, è altrettanto vero che sono soprattutto le cosiddette “armi leggere” a essere impiegate dagli apparati militari e della sicurezza per la repressione interna. Mentre, infatti, risulta difficile ipotizzare l’utilizzo di navi militari – come le due fregate che l’Italia ha fornito all’Egitto – per soffocare manifestazioni popolari, sono proprio le “armi leggere” che si prestano a essere usate per la repressione interna. Fornire queste armi alle forze armate e di sicurezza dell’Egitto significa, in concreto, sostenere le politiche repressive del regime di Al Sisi e dargli gli strumenti per attuarle. Le armi leggere per la repressione interna E, come ha documentato un ampio Rapporto dell’associazione EgyptWide, le “armi leggere e di piccolo calibro” anche di fabbricazione italiana sono state impiegate dalle forze di sicurezza e da attori statali egiziani per la repressione interna, per commettere abusi e violazioni dei diritti umani. Alle numerose armi italiane segnalate nel rapporto vanno aggiunte, come riportato nel libro di Giorgi Beretta “ Il Paese delle armi”, le forniture autorizzate il 24 febbraio 2021 dal governo Draghi alla Fabbrica d’armi Beretta di altri 96 fucili d’assalto ARX-160 comprensivi di 576 ricambi e di una settimana di corso di formazione, il tutto per un valore di 440.335 euro e in aggiunta 118 pistole semiautomatiche calibro 9×19 con parti di ricambio, sempre della Beretta per poco più di 50mila euro. Lo scorso anno l’Italia ha continuato a fornire agli apparati militari e della sicurezza di Al Sisi strumenti utilizzabili per la repressione interna tra cui armi automatiche e relative munizioni, apparecchiature elettroniche e finanche “apparecchiature specializzate per l’addestramento militare” insieme a bombe e missili per un valore complessivo di oltre 72,7 milioni di euro. Non solo. Lo scorso maggio il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il capo di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, sono stati ricevuti al Cairo dove hanno incontrato il presidente Abdel Fattah al Sisi e il ministro della Difesa egiziano, Mohamed Zaki, con i quali, riportava l’Agenzia Nova, “hanno concordato di proseguire nello sviluppo della cooperazione in ambito militare”. Un modo, nemmeno troppo celato, per dire che l’Italia continuerà ad armare e addestrare le forze armate di Al Sisi.

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