a 50 anni dal golpe in Cile
Purtroppo si è parlato poco dell’altro 11 settembre, quello cileno del 1973. E’un vero peccato perché il 50° poteva essere l’occasione per ricordare il Cile di ieri, la sua influenza sulla politica italiana e non solo, per ricordare la immensa solidarietà del nostro paese che accolse migliaia di esiliati cileni. E anche per conoscere un po’ del Cile di oggi, con le sue contraddizioni e paradossi, che lo confermano quale paese interessante e singolare. Il Cile è lontanissimo geograficamente e i cileni si vivono come isolani, stretti tra l’oceano Pacifico a ovest e la barriera della cordigliera delle Ande a est. Però negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso questo paese così lontano ed esotico era molto conosciuto in Italia. Non c’era ancora internet, né il turismo di massa degli ultimi decenni e neppure vi erano i vincoli che uniscono tante nostre famiglie a parenti emigrati in paesi come il Brasile o l’Argentina, con forte immigrazione italiana. Quello che interessava del Cile era una esperienza, quella della “via cilena al socialismo” che, non volendo scimmiottare l’esempio castrista cubano, sembrava incamminarsi lungo la strada delle riforme (agraria, peraltro già avviata dal governo del Presidente democristiano Frei Montalva, dell’istruzione, della sanità, della previdenza sociale), del recupero in mani pubbliche di alcune delle grandi risorse del Cile, a partire dal rame di cui è tra i maggiori esportatori, e del pieno sviluppo della democrazia parlamentare rappresentativa. Quindi niente lotta armata, niente partito unico, niente abolizione della proprietà privata. Almeno per quanto riguardava la maggioranza delle forze che componevano la coalizione di sinistra, denominata Unidad Popular. Il PCI guardava con particolare attenzione all’esperienza cilena perché vi ritrovava assonanze con la propria “via italiana” e con l’eurocomunismo. Pur in un mondo diviso in due blocchi, in piena guerra fredda, dove difficilmente il blocco statunitense avrebbe permesso nel proprio perimetro quello che il blocco sovietico non permetteva a Dubcek in Cecoslovacchia, …comunque l’esperienza democratica di Salvador Allende sembrava poter avere un futuro. Inoltre un’altra caratteristica che ci rendeva “famigliare” il Cile era il suo sistema dei partiti praticamente fotocopia di quello italiano: la DC, il PS, il PC, e i vari gruppi dell’ultra sinistra. Anche le grandi confederazioni sindacali avevano i propri corrispettivi nel paese andino. A differenza di altri paesi latinoamericani era tutto –apparentemente- più semplice da leggere. In Argentina il PC era microscopico e totalmente etero diretto da Mosca, mentre il partito di centro (che poi esprimerà il primo Presidente democratico post-dittatura, Raul Alfonsin) si chiamava radicale, non centrando nulla con Pannella, mentre la forza che pur fra alti e basi risulterà egemone per decenni era il Partido Justicialista, che si richiamava ad un generale, sensibile al corporativismo fascista e con venature egualitaristiche che gli attiravano simpatie da settori della sinistra, Juan Domingo Peron. In Messico il partito-Stato si autodefiniva nel paradosso di revolucionario e institucional. In Brasile non era ancora nato il partito di Lula, il PT, ed esistevano vari PC tra loro contrapposti e un PSDB che a dispetto del nome nulla aveva a che vedere con la socialdemocrazia. In Uruguay era difficile decifrare il significato dei due partiti allora egemoni che si chiamavano uno Blanco e l’altro Colorado. Insomma, una bella confusione. Nel 1970, candidato presidenziale per la Unidad Popular, che però non riesce a coinvolgere anche la DC, Salvador Allende arriva primo, ma il paese è spaccato in tre: Allende primo, ma solo con il 36%, dietro di lui a pochissimi punti percentuali il candidato della DC e quello delle destre. Non avendo superato il 51% il primo arrivato deve comunque sottoporsi ad una ratifica parlamentare, che Allende supera grazie ai voti della DC. Ma questa apertura man mano “si perde per strada” ed il governo Allende sempre più assumerà i connotati di governo legittimo ma minoritario. Al grande capitale nazionale e internazionale, ben presente nel paese a partire dalla statunitense ITT, infastidiscono le nazionalizzazioni attuate dal governo. Alla media borghesia mettono paura alcune delle riforme sociali. Il giornale Mercurio, che domina l’informazione, inizia a soffiare sul fuoco dipingendo a tinte fosche il governo Allende, descritto come una accozzaglia di terroristi e comunisti filocastristi (il viaggio in Cile di Fidel Castro, “a sostegno del governo Allende”, che si protrarrà per oltre un mese, a tutto servirà salvo che a sostenere Allende). Le signore dei quartieri bene scendono in strada a protestare e criticano il “lassismo” dei militari. Vengono fomentati scioperi corporativi, come quello dei camionisti, che lascerà i supermercati completamente vuoti, incentivando il mercato nero. I militari fedeli alla Costituzione vengono uccisi, come è il caso del generale René Schneider, comandante in capo dell’Esercito, lasciando campo libero a quelli golpisti. Mancano due soli tasselli: quello economico e quello internazionale. Il primo è rappresentato da quel gruppo di giovani economisti cileni dell’Università Cattolica, che erano andati a studiare a Chicago nella facoltà retta dall’ultra neoliberista Milton Friedman che produrranno e gestiranno, all’indomani del golpe, il programma economico di privatizzazioni selvagge e di annichilamento del ruolo dello Stato. Passeranno alla storia come i “Chicago boys” e faranno del Cile, grazie all’assenza di una stampa libera e di qualsiasi libertà di protesta che garantiva la dittatura, il più grande laboratorio al mondo di pratiche estreme di neoliberismo. Il secondo è il ruolo determinante degli apparati di intelligence degli USA che il Segretario di Stato Kissinger e il Presidente Nixon scateneranno a sostegno della preparazione e attuazione del golpe. La loro tesi era che l’esperimento di Allende di costruzione di una via democratica al socialismo andava neutralizzata sul nascere perché rischiava di rappresentare un formidabile modello per tanti paesi dell’America Latina ed anche per qualche paese europeo dove il PC fosse particolarmente forte. Questa era una tesi analoga a quella del PCUS, che avversava la politica dei comunisti italiani che si erano ormai emancipati dalla dipendenza dall’URSS. Il colpo di Stato avverrà l’11 settembre 1973 ed instaurerà con una violenza repressiva e omicida inaudite una dittatura, guidata dal generale Pinochet, che non sarà solo militare bensì civico-militare. Allende morirà sotto le bombe dei golpisti nel palazzo presidenziale. Migliaia di cileni verranno uccisi, torturati, repressi nelle forme più barbare. Tanti riusciranno a fuggire e troveranno rifugio all’estero. L’Italia sarà al primo posto nell’accoglienza e nella solidarietà e, grazie alla pressione delle sinistre e alla sensibilità del governo Andreotti/Moro, sarà l’unico paese europeo che non riconoscerà mai la giunta guidata da Pinochet. Una pagina luminosa sarà quella dell’Ambasciata d’Italia a Santiago che, grazie a un gruppo di diplomatici con altissimo senso etico e civico, accolse per oltre due anni svariate centinaia di rifugiati politici, facendosi scudo dell’extraterritorialità della sede diplomatica e così salvando loro la vita. Questo episodio è stato recentemente ricordato dal Presidente Mattarella che ha visitato il Cile lo scorso luglio. Vi furono anche manifestazioni di segno opposto, come quella di un gruppo di italiani residenti in Cile, e sostenitori del golpe, che stracciarono i propri passaporti italiani davanti alla porta dell’Ambasciata. Gli avvenimenti del Cile avvicineranno alla politica una intera generazione di giovani in molte parti del mondo. Nel nostro paese, in particolare, contribuiranno al dibattito politico in particolare nel PCI dove, il Segretario Enrico Berlinguer prenderà spunto da questi fatti per elaborare la strategia politica passata alla storia con il nome di “Compromesso storico”, tendente all’incremento del dialogo e della collaborazione tra le grandi forze popolari laiche e cattoliche e rivolta in particolare alla componente guidata da Aldo Moro dentro la Democrazia Cristiana. Questa politica costruirà le premesse per la formazione di un governo di “solidarietà nazionale”, esperienza che abortirà sul nascere, con somma gioia sia di Kissinger che del Cremlino (uniti nella difesa dello statu quo di Yalta), grazie alla provvidenziale manovalanza delle Brigate rosse che, uccidendo Aldo Moro, la stroncheranno. Al riguardo Toni Negri parlerà di “geometrica potenza”. Aveva ragione ma sbagliava soggetto: la potenza geometrica non era quella degli sgherri che assassinarono Aldo Moro bensì di coloro che, ben sopra le loro misere teste, muovevano i fili.









