3° rapporto – distrutta al 70%
Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato testimonianze dal 21 novembre al 6 dicembre. In questa seconda parte ci spingiamo sino al 11 gennaio, una giornata storica in cui una delegazione di legali del Sudafrica ha esposto alla Corte di Giustizia dell’Aia i contenuti della denuncia presentata il 29 dicembre contro Israele, accusato di violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948. Venerdì è seguita la risposta israeliana. Quella del Sudafrica è un’iniziativa di rilievo internazionale che riaccende la speranza, mentre a Gaza la situazione è sempre più catastrofica. Nella Striscia di Gaza abbiamo un team composto da 7 maestre, una coordinatrice, un’assistente sociale che fino al 7 ottobre lavoravano presso La Terra dei Bambini, la scuola per l’infanzia che abbiamo costruito e avviato, formando le donne beduine che oggi sono le nostre maestre. Abbiamo l’animatore del Biblio-tuktuk, una biblioteca mobile che porta la magia delle fiabe a migliaia di bambini nelle strade dei villaggi più marginali. Abbiamo il coordinatore del nostro ufficio di Gaza. Abbiamo il referente e lo staff della Gelateria Sociale, un’impresa sociale che abbiamo avviato nel 2019. Abbiamo una rete di psicologi e operatori sociali con cui collaboriamo, sperimentando approcci innovativi grazie al progetto Yozher. Abbiamo tante persone care e con cui abbiamo lavorato in passato. E’ attraverso le loro parole dell’ultimo mese che vogliamo raccontare la catastrofe umanitaria in cui è sprofondata da più di cento giorni la Striscia di Gaza.
9 dicembre
Il dottor Mohammed, lo psicologo con cui collaboriamo da anni grazie al progetto Yozher, ci scrive spesso per aggiornarci su quanto accade a Gaza e sul lavoro prezioso che nonostante tutto riesce a fare. Oggi ci ha mandato un report dettagliato sulle sue attività di supporto psico-sociale. Dal 7 ottobre ha assistito 120 bambini, 78 donne e 47 uomini feriti. Con loro realizza incontri individuali volti a fornire supporto emotivo, a facilitare l’adozione di strategie di coping, ad aiutare i pazienti e le loro famiglie a comprendere e gestire l’impatto psicologico del conflitto. Con i bambini usa l’arte, semplici fogli e colori che offrono ai bambini una possibilità creativa per esprimere emozioni e vissuti, insieme al gioco in gruppo, spazio prezioso per stimolare il sostegno tra pari di fronte alle difficoltà quotidiane. Il dottor Mohammed lavora anche con il personale medico che opera instancabilmente sotto livelli di stress e tensione emotiva altissimi, dando loro il supporto necessario per continuare a operare in un contesto di estremo sovraffollamento delle strutture mediche e di mancanza di strumenti e condizioni minime per garantire cure e assistenza.
18 dicembre
“Sono sempre tra casa e ospedale. Un giorno lotto per trovare cibo e generi di prima necessità per la famiglia, il giorno dopo vado ad aiutare in ospedale”. Oggi il dottor Mohammed ci ha scritto da Deir Al Balah, nell’area centrale, dove ha trovato rifugio in una casa di famiglia e ospita decine di persone sfollate. Ha dovuto lasciare Khan Younis, perché anche lì sono arrivati i carri armati ed era diventato troppo pericoloso restare.
21 dicembre
Anche oggi siamo riusciti a sentire il dottor Mohammed, ci ha inviato le fotografie sulle attività di supporto psico-sociale che ha realizzato stamattina, dentro e fuori dall’ospedale di Deir Al Balah. L’amore che mette nella cura dei piccoli traspare chiaramente dalle fotografie e dalla precisione con cui compila le relazioni sul lavoro che svolge a supporto dei bambini e delle bambine feriti, delle loro famiglie, del personale medico. La sua dedizione e umanità ci lasciano sena parole, bellezza che resiste all’orrore.
22 dicembre
Oggi ci ha scritto Fatima, la coordinatrice del centro per l’infanzia La terra dei Bambini. Non sta bene da giorni, ha avuto la febbre, è ancora spossata e ha mal di stomaco, dice che fa freddo. Scrive anche che le è arrivata la notizia di lasciare la zona di Nuseirat dove è rifugiata, ma non sa se è vera e soprattutto non sa dove andare. Colleghiamo le sue parole al messaggio dell’esercito israeliano che abbiamo ricevuto questa mattina, con la lista dei blocchi da cui la gente dovrebbe “evacuare”. Sì perché il territorio della Striscia sulle mappe dell’esercito israeliano è stato diviso in blocchi numerati, si ordina alla gente di lasciare alcuni blocchi per spostarsi verso i “rifugi” di un’altra area, ma è chiarissimo che di posti in cui rifugiarsi non ce ne sono e che nessun posto è sicuro. “Sfortunatamente non abbiamo trovato un posto dove andare e adesso è tardi ed è buio, ci sposteremo domattina”, ci scrive nel tardo pomeriggio.
25 dicembre
“La mia famiglia si è spostata, io sono ancora qui nella scuola UNRWA” ci scrive Fatima.
27 dicembre
Fatima è riuscita a spostarsi verso Deir a Balah, ma non ha una tenda né un altro rifugio, dorme per strada. Anche Amal, una delle maestre della Terra dei Bambini, e Rehab, l’assistente sociale, sono nella stessa situazione.
31 dicembre
Il Dott. Mohammed allo scoccare della mezzanotte ci scrive “Happy New Year”. Ci scambiamo gli auguri anche con gran parte delle persone con cui siamo in contatto a Gaza. E’ una festa sommessa, il pensiero al futuro e la speranza che il prossimo sia davvero un anno migliore.
3 gennaio
“Comincio la giornata alle 5 del mattino con la preghiera e poi mi metto in movimento per cercare ciò di cui abbiamo bisogno, vado avanti così per tutto il giorno. Per prima cosa ci organizziamo per ricaricare i telefoni che riusciamo a utilizzare un giorno sì e un giorno no, per farlo dobbiamo pagare chi ha dei pannelli solari ancora funzionanti a Rafah. Poi ci occupiamo del pranzo, mangiamo una sola volta al giorno ormai, vediamo che c’è da comprare, un po’ di riso e poco più. Riusciamo a riempire le taniche d’acqua e dobbiamo trasportarle a piedi per 4 chilometri. Cerchiamo di sistemare meglio le nostre tende, ad esempio ci siamo costruiti una latrina, prima dovevamo fare la fila per un’ora per andare nei bagni delle scuole che vengono usate come rifugio. I miei parenti qui a Rafah sono in tutto 45, ci aiutiamo a vicenda per sopravvivere. Faccio del mio meglio per aiutare chi ha più bisogno”. Mohammed, coordinatore delle nostre attività a Gaza, ci scrive anche oggi da Rafah, dove vive da sfollato da più di un mese. Nonostante la situazione drammatica lo sentiamo pieno di voglia di fare. Organizziamo l’invio di fondi perché possa aiutare altre famiglie, cercherà di mettersi in contatto con Amal, Fatima, Rehab per capire se riescono a raggiungere Rafah e se può aiutarle ad allestire una tenda.

4 gennaio
Abbiamo ritrovato il contatto tramite messanger con Abu Karim, l’ingegnere che ha diretto i lavori di costruzione della Terra dei Bambini nel 2011 e successivamente la sua ricostruzione nel 2016, dopo la demolizione avvenuta durante l’operazione militare Margine Protettivo del 2014. Sfollato dal suo villaggio a nord della Striscia è a Gaza City, dove la situazione è se possibile ancora più drammatica. “Nella scuola UNRWA dove sono sfollato siamo 1200 persone. In questo quartiere della città ormai ci sono solo persone che arrivano dal nord come me, il 90% degli abitanti di questo quartiere sono sfollati nel sud della Striscia di Gaza. Hanno abbandonato le case e i negozi, in gran parte distrutti, quelli ancora in piedi non hanno più le porte, sono state divelte per portare via le merci rimaste nelle case e sugli scaffali dei negozi. Non c’è più un mercato formale, quello che si trova ancora viene rivenduto per strada, ma la merce è scarsissima e i prezzi sono lievitati. Mangiamo per lo più solo riso bollito. Abbiamo paura che questa situazione vada avanti ancora per molto. Qui la gente vive in condizioni catastrofiche, non possiamo reggere a lungo questa sofferenza”.
Ci scrive anche che non c’è acqua potabile, ma che è riuscito a trovare un fornitore che riesce a portarla con un’autocisterna. Ha un impianto di desalinizzazione che funziona ancora grazie a un sistema fotovoltaico. Servono due cisterne da 4000 litri al giorno per soddisfare i bisogni delle persone sfollate in questa scuola. Ci organizziamo subito per mandare fondi che gli permettano di acquistare l’acqua potabile.

7 gennaio
Fatima ci scrive che è a Deir Al Balah, è riuscita a spostarsi ed ha ritrovato la sua famiglia. Suo fratello era rimasto bloccato più a est, c’erano i cecchini ed era troppo pericoloso muoversi, ma è riuscito a raggiungerla anche lui. “Sembra che abbia 70 anni, è stravolto, è scappato dai bombardamenti sotto il fuoco dei cecchini, non so come abbia fatto”, ci scrive. Nonostante tutto riusciamo a scambiarci informazioni sui salari che abbiamo inviato a tutto lo staff de La Terra dei Bambini, li hanno ricevuti quasi tutti per fortuna. Qualche controllo con la banca e dovremmo sistemare tutto.
11 gennaio
“Ieri abbiamo già iniziato a costruire la tenda per Amal e c’è un’altra famiglia di 7 persone con una donna incinta che ha bisogno. Se Dio vuole stiamo riuscendo a fare qualcosa di buono”, ci scrive Mohammed, il nostro coordinatore. Siamo felici e gli siamo grati.
Oggi è anche il giorno in cui il Sudafrica ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja la denuncia contro Israele, accusato di violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. “Sono davvero orgoglioso per la chiarezza con cui hanno illustrato le ragioni della denuncia. E’ un grande passo coraggioso”. Sì è una giornata storica che ci fa respirare e sperare in un cessate il fuoco presto.










