Non c’è cambiamento senza intervenire sui meccanismi profondi del sistema

L’economia è oggi la cenerentola della sinistra, trattata male, trascurata, ma con le potenzialità di una principessa.

Dopo la disdetta degli accordi di Breton Woods, la crisi petrolifera e, più avanti, l’implosione dei sistemi socialisti, i temi economici e dei modelli economici sono stati abbandonati.

Si è abbandonata persino, l’analisi dell’evoluzione del sistema capitalistico che, dal ’71 ai nostri giorni, è cambiato in modo considerevole.

Parliamo di economia solo perché abbiamo assunto le analisi sulla distribuzione distorta della ricchezza di Picketty, anche se quei dati ci erano noti prima, ma la cosa finisce lì come se non ci fossero meccanismi di sistema che producono quell’ingiustizia che ormai nessuno può negare.

Di questi meccanismi non se ne parla e per la sinistra parlare di economia significa praticamente parlare di lavoro, welfare e servizi per poi finire con tonalità diverse ad accettare tutti le compatibilità del sistema.

I popoli dell’Occidente capitalistico sono sottoposti, proprio su questi temi, a regressioni e, nonostante le battaglie fatte, tutti lasciano man mano che si va avanti pezzi del loro welfare sull’altare di un riformismo che significa adeguamento del benessere alle esigenze di bilancio degli Stati con assestamenti al ribasso di pensioni e privatizzazioni dei servizi pubblici ( sanità, scuola etc.) in un processo che al di là delle intenzioni dei governi e delle opposizioni procede automaticamente.

In assenza di una spiegazione di quanto è avvenuto, di risposte valide e di obbiettivi che cambino quei meccanismi, si assorbe la logica di sistema come immutabile e la gente che vede peggiorare la propria condizione pensa che la sinistra li abbia abbandonati o non sia in grado di fare il suo mestiere.

La crisi di partecipazione, l’astensione dal voto nascono prevalentemente da questa delusione.

Tra i gruppi dirigenti invece si è aperta da tempo la caccia al Traditore, a chi ha abbandonato la difesa del nostro elettorato di riferimento, a chi ha assunto le regole del sistema come proprie. Qualche cosa di vero c’è in questo dibattito, ma è marginale rispetto ai mutamenti che si sono determinai nel sistema e che di fatto impediscono la realizzazione di un programma riformatore.

Dopo la disdetta americana degli accordi di Breton Woods e la crisi energetica del ‘73 il capitalismo ha cambiato natura, da Keynesiano è diventato progressivamente neoliberista. Cioè da un sistema, che sempre liberista era ma che aveva scoperto l’esigenza di un ruolo diverso dello Stato, un’imposizione fiscale molto progressiva, l’esigenza di welfare e servizi pubblici per i lavoratori e i cittadini, si passa ad un capitalismo dove tutto ciò tende ad essere privatizzato, che abbatte il criterio della progressività fiscale promettendo una ricchezza per tutti tale da consentire di costruirsi un proprio welfare e scegliere tra i servizi privati quelli più corrispondenti alle proprie esigenze. Il che equivale a dire che i diritti non sono più uguali per tutti.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti a partire dalla ricchezza che si è concentrata per effetto di un ruolo anomalo della finanza, nelle fasce alte della stratificazione sociale e che oggi tende a concentrarsi verso lo 0,1% di tale stratificazione; le privatizzazioni danno origine a sistemi di welfare e servizi più costosi per gli stati e per i cittadini. L’eccesso di concentrazione della ricchezza, contrariamente a quello che si vuol far credere rallenta lo sviluppo mentre si è sviluppata una ricchezza finanziaria inutile per i cittadini e per le imprese e gli governi son stati costretti a sostenere imprese ed economia indebitandosi in un modo abnorme, non per finanziare servizi, che nel frattempo venivano tagliati, ma il sistema economico.

Se la ricchezza si sposta così in alto non si può più parlare di libertà e democrazia ed entrambe subiscono una involuzione.

Se il gruppo dirigente della Black Rock, una delle più grandi finanziarie del mondo, arriva a dire che questo sistema deve cambiare e da tante parti importanti degli establishment economici viene una spinta analoga, noi della sinistra cosa dobbiamo fare?

Allearci a costoro che ci porterebbero su strade probabilmente peggiori? Continuare a chiedere come se stessimo vivendo in un tipo di capitalismo che non c’è più?

No ovviamente! Dobbiamo batterci per correggere aspetti importanti del sistema e contemporaneamente lottare per condizioni di vita migliori.

Da quando la finanza ha sostenuto dopo la crisi energetica del 73 le imprese al collasso si è determinato un fortissimo indebitamento delle stesse che avrebbe portato poi

il sistema capitalistico alla stessa implosione dei sistemi socialisti dell’est europeo.

Chi ha salvato il sistema capitalistico? La trasformazione del debito privato in debito pubblico. Gli Stati hanno assunto un ruolo nuovo di finanziatori a fondo perduto d’imprese e sistema e continuano a farlo. Questo meccanismo ha salvato il sistema capitalistico.

Il debito privato residuo e il crescente debito pubblico hanno dato alla finanza l’occasione di consolidare un credito diventato inesigibile e di vivere alla grande con i soli interessi. Debito pubblico e debito privato nel mondo rappresentano circa la metà della massa finanziaria circolante.

Quando poi è esplosa la crisi del 2008 questo debito si è moltiplicato per effetto dei trilioni di dollari che gli stati hanno versato per salvare l’economia dell’occidente capitalistico.

L’origine del debito pubblico non centra niente con welfare, servizi, apparato statale, ha origine nel sistema economico, nel modo in cui ha agito la finanza a cui si sono tolte tante regole e nelle carenze di alcuni sistemi fiscali come il nostro.

Ma come mai il debito pubblico si sviluppa di più in alcuni paesi rispetto ad altri, è vero che alcuni stati sono virtuosi ed altri meno?

Nella formazione del debito pubblico ha avuto un ruolo importante la finanza creativa, quella cioè che ha nella speculazione il suo punto di forza.

I debiti degli Stati sono uno dei terreni di speculazione preferiti soprattutto quelli dei Paesi più economicamente deboli o con situazioni politiche non stabili.

Dal momento in cui i titoli pubblici che emettono gli Stati sono stati liberalizzati cioè il loro tassi di interesse dipendono dal mercato e solo saltuariamente vengono protetti dalle banche centrali, la finanza non rivolge la sua azione speculativa sulle emissioni di titoli di Paesi che per la loro forza potrebbero reagire ad essa più efficacemente. Quindi gli Stati più deboli sono costretti a subire sui loro titoli tassi più alti e spesso speculazioni vere e proprie con un aumento più forte del loro debito con gravi danni alle loro economie e passano per spreconi mentre sono solo più deboli all’origine.

Ci son Paesi che per pagare i soli interessi sul loro debito devono fornire alle multinazionali occidentali le loro materie prime, le loro risorse migliori. Possiamo definirlo un colonialismo finanziario.

Per quale motivo non c’è Paese che pur avendo alcune necessità di bilancio, in Europa, vuole usare il Mes (Meccanismo salvastati)? Perchè questo meccanismo presuppone una dichiarazione di crisi che lo esporrebbe nei confronti degli Istituti finanziari ad una ulteriore speculazione sulle loro emissioni di titoli per cui i i vantaggi del finanziamento sarebbe ampiamente assorbito dai tassi imposti dalla speculazione.

La finanza regola tutto questo meccanismo e in più utilizza i debiti ormai inesigibili di tutti gli stati e dei privati come suo capitale attivo da impegnare in prodotti finanziari in un mercato speculativo. Si chiama ristrutturazione del debito ed è una delle nuove frontiere della finanza speculativa.

Che fare?

Il sostengno degli Stati alle imprese con soldi pubblici che aumentano il debito, non può più essere una distrazione di fondi da pubblico a privato che è il termine tecnico di questa operazione, ma deve essere trasformato in proprietà proprio come fa un qualsiasi fondo di investimento quando entra in una impresa.

Per gli Stati sarebbe un modo per abbassare il proprio debito pubblico perché i soldi impegnati nei bilanci escono dal capitolo delle spese ed entrano in quello degli investimenti nei loro bilanci.

Dobbiamo quindi smetterla di dire “lo Stato deve aiutare le imprese o non fa niente per le imprese” perché ha fatto e sta facendo troppo e in modo sbagliato.

Obiezione: cosa se ne fa lo Stato delle proprietà che accumula, vuole forse statalizzare l’economia?

Assolutamente no! Rivende quando guadagna e ne ha un attivo, o fa un altro investimento.

Il debito pubblico però richiede anche una remissione anche perché il livello è tale che non può in alcun modo considerarsi esigibile e in una corretta amministrazione dovrebbe essere messo a perdita invece di essere considerato un capitale attivo per la speculazione.

La finanza sottrae risorse all’economia reale per la sua capacità di attirare il risparmio remunerandolo attraverso la speculazione, si forma una grande massa finanziaria che non ritorna come dovrebbe nel circuito economico, il sistema economico chiede aiuto allo Stato, lo Stato deve pensare alla propria sopravvivenza, ai cittadini, ma anche alle imprese.

Chi affida i suoi risparmi alla finanza si accorgerà che nel medio lungo periodo avrà difeso se va bene il proprio capitale originale e non avrà guadagnato niente, perché bisogna sapere che quello che noi cosideriamo risparmio da tutelare per la finanza è capitale da spendere nella speculazione per ampliare la propria ricchezza.

Si mette in moto un meccanismo perverso di concorrenzialità tra cittadini e sistema economico in cui il debito pubblico gioca una parte decisiva e negativa per tutti.

Da questo semplice ragionamento e dal debito pubblico che genera, si capisce perchè l’impianto riformatore conquistato a cavallo degli anni ‘70 venga sempre ridimensionato e nuove richieste respinte.

L’idea che welfare e servizi possano essere implementati, senza introdurre riforme significative al sistema è un’illusione che ha alle spalle 50 anni di insuccessi e di accentuazione di conflittualità a sinistra.

Non si può fare una sinistra senza indicare una risposta a questi problemi, altrimenti le nostre richieste su welfare e sevizi diventano solo opzioni morali.

Spiegare la crisi che stiamo attraverso l’esposizione di questi concetti è perlomeno chiarificatore rispetto ai processi in atto.

Il fatto che il 60% dei 530 mila miliardi di dollari (più di12volte la sommatoria di tutti i Pil del mondo) che costituiscono il valore della massa finanziaria mondiale, appartenga alle banche e alle finanziarie residenti negli USA a fronte di una economia americana non brillante, è un ulteriore elemento che ci dovrebbe far riflettere nel momento in cui guerre pericolose si stanno producendo e profilando nel mondo.

Se la sinistra non riprende la discussione sui modelli economici della società, non riuscirà ad ottenere risultati di miglioramento delle condizioni di vita della gente e non cambierà mai la società.

Il lavoro/ la proprietà

Per noi il lavoro è importante e lo è anche per la nostra Costituzione che lo definisce nel suo primo articolo.

Man mano che procede lo sviluppo tecnologico, informatico digitale, con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, si produce da una parte l’espulsione dei lavoratori meno qualificati, ma si produce anche una riqualificazione di gran parte del lavoro globale e una estensione della burocrazia di controllo dei processi.

Noi dobbiamo tutelare i più deboli, ma non possiamo essere disattenti a tutti gli altri lavoratori e non vedere il resto del lavoro esistente. Non possiamo non vedere che quest’area maggioritaria si sta affermando come capace di comprendere e predisporre l’insieme delle iniziative che servono allo sviluppo delle imprese e che quindi il lavoro interno ed esterno alle imprese assume un ruolo nuovo ridimensionando quello dell’imprenditore in qualsiasi forma si presenti.

Questo fatto concentra nell’impresa e non nella sola imprenditorialità il suo futuro deve prevedere un diverso assetto proprietario rispetto a quello attuale.

Il lavoro non è una merce è un fattore di creazione quali /quantitativo di ricchezza come mai è avvenuto nella storia.

Oltre all’esigenza di introdurre regole alla finanza, alla soluzione del problema del debito pubblico senza farlo ricadere su welfare e servizi, occorre anche riconsiderare il problema della proprietà perché in un mondo dove gli stati sostengono l’economia e il lavoro assume un ruolo diverso e più importante, le leggi che regolano la proprietà non possono rimanere le stesse.

Se non si affrontano i fondamentali dell’economia in una logica di sistema aperto non usciremo mai dalla subalternità.

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