In Italia il nuovo civismo è un fenomeno interessante, ambivalente, spesso positivo e dunque da sostenere. In questo articolo non ci occupiamo, se non indirettamente, del grande apporto al Welfare che proviene dal volontariato e dal Terzo settore. Ci concentriamo su quel nuovo civismo interessato alla partecipazione politica a vari livelli fino alla creazione di proprie liste elettorali. Questa tipologia di civismo è insieme segno della crisi della politica e forma della nuova politica.

E tuttavia chiederemmo troppo se affidassimo alle energie della società civile che danno vita ai molti volti del nuovo civismo politico il compito di salvare la nostra democrazia: contribuire a rigenerarla sì, salvarla sarebbe affidargli un compito troppo pesante per una forma e una forza civile che è leggera, in continuo mutamento, diffusa e diversificata sul piano locale ma senza quasi mai riuscire a darsi una organizzazione nazionale.

Merita attenzione in quanto segno di vitalità democratica quel che capita in tante città italiane e persino in alcune Regioni in vista delle prossime elezioni comunali e regionali del giugno 2024. A Firenze sabato 10 febbraio Tomaso Montanari ha ufficializzato la nascita dall’ ”Associazione 11 agosto” di un movimento di cittadinanza attiva che parteciperà alle prossime elezioni amministrative su posizioni di chiara ed esplicita rottura con le scelte e le modalità di governo dell’attuale Amministrazione a guida PD. E’ un civismo radicalmente autonomo che cerca il dialogo e il confronto con i partiti tradizionali del centrosinistra, disponibile ad arrivare ad una coalizione più ampia ma proponendo una visione “alternativa” in discontinuità con il passato. E proponendo il “voto coerente” al posto del “voto utile”: voto coerente con valori, programmi e prospettive, non piegato a convenienze personali o di clan e nemmeno subalterno al ricatto “facciamo argine, adeguati al partito più forte, altrimenti fai vincere la Destra”.

Anche a Ferrara gran parte del nuovo civismo si professa di sinistra e si propone come “alternativa” all’attuale Amministrazione comunale che però è di centrodestra da 5 anni, da quando nel 2019 ha conquistato il Comune anche grazie ad una Lista Civica “Ferrara Cambia” che ha preso l’8,4% dei voti. Andrea Maggi, fondatore di Ferrara Cambia e attuale assessore al PNRR, Lavori pubblici e Sport, annuncia la ripresentazione della propria Lista nel giugno 2024 con lo slogan “Il civismo è la chiave vincente”.

Per questo è opportuno parlare di ambivalenza del nuovo civismo, non perché quello che fiancheggia il centrodestra sia meno valido di quello che fiancheggia il centrosinistra, ma perché va valutata la natura e la portata del progetto civico: supporto della politica tradizionale o reale innovazione sia nelle modalità partecipative che negli obiettivi trasformativi?

Diciamo subito che non c’è nulla di male nel fare liste civiche a supporto dei partiti tradizionali o addirittura a sostituirli in tanti piccoli e medi Comuni dove la forza organizzata dei partiti è scarsa o nulla.

Si calcola che in Italia nei Comuni sotto i 20.000 abitanti le liste civiche che li governano siano circa 1/3 del totale. Nella maggioranza dei casi si tratta più di supplenza meritoria rispetto alla debolezza dei partiti che di innovazione coraggiosa che intenda anticipare un futuro più democratico e partecipato. Le ragioni di questa tendenza sono molteplici e vanno seriamente analizzate senza liquidare il fenomeno con valutazioni sommarie. Si intrecciano dinamiche socio-culturali sempre più diffuse che vedono le periferie più fragili e i territori più periferici sentirsi sempre più lontani dalla grande politica nazionale e dalle grandi correnti di pensiero, anch’esse in crisi.

Il comune denominatore che caratterizza il fenomeno delle liste civiche sia nelle proprie ambizioni di trasformazione coraggiosa della società che nella propria difesa localistica e talvolta corporativa delle comunità locali è che entrambe le versioni sono prevalentemente movimenti di opinione. In questo il civismo segue i processi complessivi del sistema politico sempre più povero di attori sociali e organizzazioni sociali capaci di unificare diritti, classi, territori.

Risposta parziale al crescente astensionismo

Non c’è dubbio che il civismo rappresenti una risposta al crescente astensionismo ma forse è solo un tampone ad una emorragia che continua. Andando in profondità nell’analisi emergono due elementi davvero significativi: il primo è che i mutamenti in senso maggioritario del sistema politico nazionale, comprendendo anche l’approdo bipolare, non riescono a rappresentare tutto il pluralismo della nostra società. Pluralismo che poi si frammenta e che solo in parte si recupera a livello territoriale. Fondamentali rimangono i contributi di Arendt Lijphart sulle democrazie contemporanee con le sue analisi empiriche favorevoli al “modello della democrazia consensuale” rispetto al “modello maggioritario”. Democrazia consensuale che si basa anche su leggi elettorali proporzionali per intercettare e rappresentare il massimo di pluralismo possibile.

Il secondo elemento è il mutamento della natura e della funzione dei partiti che da partiti di massa si sono trasformati in “Cartel party” partititi elettorali, capaci più o meno di coalizzarsi a livello centrale per governare ma assenti nelle criticità e nei conflitti presenti nella vita sociale dei territori. Se nel vecchio modello i partiti si collocavano tra società civile e Stato, nel modello del cartel party diventano sempre più articolazioni dello Stato e sono i Vertici dei partiti che scelgono candidati ed elettori e non viceversa, cioè elettori che scelgono i partiti e ne determinano la politica. Secondo gli studi di R.S. Katz e P. Mair sulla nascita del cartel party “La democrazia elettorale è sempre più percepita come mezzo attraverso cui i governanti controllano i governati piuttosto che viceversa. Man mano che i programmi dei partiti si assomigliano sempre di più e che le campagne elettorali si incentrano più sui comuni obiettivi che sui diversi strumenti per raggiungerli, i risultati elettorali determinano sempre meno l’operato dei governi. Inoltre, essendo sempre più confusa la distinzione fra partiti di governo e non, la capacità degli elettori di sanzionare i partiti anche sulla spinta di una generale insoddisfazione diminuisce sempre di più. Allo stesso tempo, la partecipazione al processo elettorale coinvolge l’elettore e, facendo apparire le elezioni come legittimo canale dell’attività politica, altri canali, potenzialmente più efficaci, sono resi meno legittimi. La democrazia diventa un mezzo per ottenere la stabilità sociale piuttosto che il cambiamento”.

Verso un civismo alternativo

Alla luce di queste analisi sembra evidente che il nuovo civismo è davvero nuovo se non si riduce a stampella o cespuglio dei soliti partiti a trazione leaderistica così da non turbarne la gerarchia, gli equilibri interni e la loro pretesa di autoriproduzione “anaerobica”, cioè senza l’apporto dell’ossigeno delle idee. Importante che sia, nelle modalità partecipative e nelle finalità, alternativo ad un sistema di potere ingessato, ingessato anche a livello amministrativo locale.

Sfida difficile perché partire dal basso, dai territori, dalle comunità locali è ottima cosa, utile a rigenerare democrazia e partecipazione attiva ma poi la spinta innovativa rischia di fermarsi a quel livello, rischia di non incidere sul sistema politico complessivo e sulle regole del gioco che continuano a essere decise verticalmente, dall’alto al basso e dal centro verso la periferia.

Da anni ci dibattiamo, soprattutto in Italia, in questa situazione bloccata anche a causa di un collateralismo verso i partiti esistenti che fatica a morire ma assai diffuso e condiviso nello stesso associazionismo democratico e nel volontariato sociale. Per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici e alla promozione della transizione ecologica giusta, quante associazioni ambientaliste si muovono e si battono nei territori ma poi finiscono per fiancheggiare i soliti partiti senza riuscire a produrre novità politiche significative. Lo stesso discorso vale per il volontariato sociale e per il Terzo settore così decisivo nel sostenere un Welfare sempre più in difficoltà e ingiusto: per realismo o per spossatezza, spesso si riducono esigenze e richieste di cambiamento per accontentarsi di sostenere politicamente il meno peggio.

Per un malinteso senso di responsabilità l’associazionismo diffuso sa delineare gli obiettivi del cambiamento, professa la condivisione culturale dei nuovi paradigmi della giustizia sociale e della giustizia ambientale, ma poi si adagia nel recinto che pratica la dittatura del presente e subisce l’inerzia dell’esistente.

Tomaso Montanari sa bene tutto questo e quanto sia difficile collegare la dimensione nazionale del cambiamento e la dimensione territoriale che al momento e da troppo tempo viaggiano disaccoppiate. Adesso tenta la carta civica del cambiamento a Firenze in vista delle prossime elezioni comunali ma si ricorda bene la lezione subita nel 2017 da “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” guidata da lui e da Anna Falcone che aveva il nobile obiettivo di creare una Lista unica della sinistra capace di unire società civile e partiti, distinta dal PD e ispirata piuttosto allo spagnolo Podemos e al laburismo di Corbyn. Allora il progetto fu bocciato sia da Rifondazione sia, per ragioni opposte, da Articolo1-Mdp guidato da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, con un gruppo parlamentare di 40 deputati e 16 senatori, che gli voltò le spalle preferendo per qualche giorno Pisapia e poi deviando verso una propria Costituente della sinistra demo-progressista.

Anche Ferrara sembra risvegliarsi al cambiamento con un candidato sindaco, l’avv. Fabio Anselmo, che sembra in grado di rappresentare tutto il centrosinistra e tutta l’area del civismo di sinistra alle elezioni comunali del giugno 2024. Fabio Anselmo usa per Ferrara parole molto simili a quelle pronunciate da Tomaso Montanari per Firenze. Anselmo dice “questa città è asfittica: ha bisogno di aria!”.

Come si sa l’aria delle idee, l’aria della cittadinanza attiva, l’aria delle buone pratiche, l’aria del cambiamento ha bisogno di circolare non solo in ambito ristretto. La sfida vera del nuovo civismo è proprio questa: aprire una nuova stagione democratica in controtendenza con la deriva autoritaria avviata dalla peggior destra di sempre al governo del Paese. Insomma passare dalle Reti del civismo orizzontale alle Alleanze locali e nazionali per rifondare la politica e trasformare assetti e rapporti sociali. In questo la forza del civismo con la sua freschezza di pensiero e agilità di azione, con la sua leggerezza di strutture e di apparati, può rappresentare davvero un attore più coraggioso e credibile perché libero da troppi vincoli e interessi consolidati, purchè sappia elaborare e praticare la doppia dimensione della politica: quella territoriale e quella nazionale, quella amministrativa e quella sistemica, quella coerente tra locale, nazionale, internazionale.

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