Le identità politiche senza alleanze sono proposte dimezzate
Con l’ubriacatura mediatica di questi ultimi anni si è persa soprattutto in Italia la consapevolezza del ruolo dei partiti nei confronti non tanto delle istituzioni, comunque da “occupare”, quanto nei confronti della società da rappresentare nella sua complessità e nelle sue dinamiche più profonde. La società è diventata un “indistinto” composto dal vapore delle opinioni da orientare attraverso più o meno astute operazioni di marketing. Al massimo della raffinatezza si arriva a distinguere la clientela da conquistare per sesso ed età. Ma le classi, i ceti, gli interessi, le culture, le differenze territoriali e le diverse esigenze di tutela o di riscatto sociale completamente rimossi.
Vero è che questa tendenza è stata assecondata da teorie affascinanti ma alquanto banalizzate come quella della “società liquida” che nelle intenzioni dell’autore Zygmunt Bauman non voleva giustificare né la frammentazione sociale né l’individualismo predicato e sostenuto dal neoliberismo. Vero è che soprattutto in Italia la scomparsa dei partiti storici del ‘900 e la loro sostituzione con partiti “leggeri” ha di fatto segnato una frattura drammatica proprio sul terreno dell’analisi sociale e dell’insediamento sociale.
Non si tratta di recuperare l’idea di “blocco sociale” elaborata e praticata dai partiti di sinistra durante l’arco del ‘900, in particolare dal PCI. Non si tratta di rimpiangere come generosa utopia l’idea della classe operaia come “classe generale” infrantasi ai cancelli della Fiat Mirafiori nel 1980. Non si tratta nemmeno di recuperare l’idea della società dei due-terzi elaborata dalla socialdemocrazia tedesca per rilanciare il proprio ruolo di motore di una società più giusta dove il terzo sociale benestante e progressista si allea con il terzo debole e più indifeso della società per opporsi al terzo dei privilegiati e dei conservatori.
Si tratta piuttosto di riaffermare con forza che in una società complessa e plurale come quella italiana ed europea i partiti sono chiamati ad allearsi e a coalizzarsi non solo per vincere le elezioni ma per riuscire a rappresentare una fascia di società e di interessi più vasta.
Quando il vecchio e saggio Romano Prodi invita il Partito Democratico, i partiti minori, e il M5S ad allearsi per vincere le elezioni e battere la destra, ha ragione soprattutto alla luce della democrazia dell’alternanza ormai in vigore in Italia da 40 anni. Ma dimentica la ragione principale che non è solo elettorale ma sociale.
Certo l’appello di Prodi è un passo in avanti e soprattutto in direzione opposta a quello compiuto da Enrico Letta e dall’intero gruppo dirigente del PD alle elezioni del 25 settembre 2022 con la rottura del “campo largo” in nome di una fantomatica Agenda Draghi: in realtà per obbedire alla nuova dottrina iperatlantista e della Nato globale imposta da Washington dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
La questione delle alleanze va trattata non solo in chiave elettorale e competitiva rispetto all’avversario, ma collegata anche, se non soprattutto, alla visione di società che si vuole costruire e alle trasformazioni sociali che si vogliono attuare.
Per questo il ruolo e la funzione di una forza politica non è data soltanto dalla sua identità, che sia fondata su una radice ideologica o proiettata su una piattaforma programmatica, ma dalla sua capacità di incidere nella trasformazione sociale della società grazie agli attori sociali, alle istanze sociali e culturali che attiva e che rappresenta e, dunque, alle alleanze politiche in grado di farli contare.
Attenzione! Non proponiamo l’obbligo delle coalizioni, ma l’intelligenza delle coalizioni. Siamo fermamente contrari ad ogni legge elettorale di tipo maggioritario. Siamo favorevoli ad una legge elettorale di tipo proporzionale.
Purtroppo il PD è ancora vittima di quella illusione veltroniana che fu ed è ancora la “vocazione maggioritaria”. Ne è stato vittima anche Renzi con la sua megalomania e il tentativo conseguente di modificare la Costituzione italiana in senso centralistico, decisionista e plebiscitario.
Come molti re detronizzati, Matteo Renzi e il suo partitino sono vendicativi, alla ricerca di una rivalsa e, dunque, pronti a dare una mano, anzi due, al progetto di Premierato di Giorgia Meloni. Non molto diversa è la posizione di Calenda, più oscillante tra centrodestra e centrosinistra rispetto a Renzi, ma ugualmente interessato a far fruttare la sua piccola rendita di posizione elettorale e, comunque, più vicino a Confindustria che ai sindacati, più sensibile alle logiche tecnocratiche che alla giustizia sociale.
Chi in Italia sembra comprendere più di altri l’importanza strategica delle alleanze sia sociali che politiche è il segretario generale della CGIL Maurizio Landini non solo impegnandosi a rimotivare il sindacato ad una maggiore autonomia e capacità contrattuale ma costringendo i partiti a porsi di nuovo la difesa e promozione dei diritti del lavoro, diritti erosi proprio da Governi amici. Di fronte alla regressione in atto da anni, Maurizio Landini sembra assolutamente convinto che in democrazia per cambiare i rapporti di forza il movimento sindacale abbia bisogno di alleanze più ampie e di una politica coraggiosa che non solo difenda ma applichi la Costituzione. Da qui la pagina nuova che si è aperta con “La via maestra: insieme per la Costituzione” terreno di collaborazione con molti movimenti e molte associazioni impegnate per la pace, l’ambiente, i diritti di tutti.
Sul tema delle alleanze un discorso a parte meritano i partiti a sinistra del PD, a loro volta divisi in tre aree: quella di Sinistra italiana e Verdi che più che alleati rischiano di essere satelliti del PD ma ottenendo in cambio le garanzie elettorali maggiori offerte dall’essere parte di una coalizione; quella di Rifondazione e di Potere al Popolo che faticano a uscire dalla contraddizione sia teorica che pratica tra antagonismo e alternativa e si dibattono per uscire dalla crisi ormai evidente in Unione popolare ritornando a cavalcare le rispettive identità, anche se in verità Rifondazione, più consapevole dei propri limiti, sta scommettendo sulla lista Santoro per le elezioni europee; una terza area che potremmo definire della diaspora, in gran parte orfana di Liberi e Uguali e di ArticoloUno, che si sono rifiutati di accasarsi dentro i partiti esistenti e perseguono ancora il progetto di una “costituente” per una nuova grande aggregazione di sinistra alternativa: l’esperienza più interessante e positiva è quella sarda di “Sinistra Futura” che ha appena eletto tre consiglieri regionali ed è stata decisiva per la vittoria di Alessandra Todde alla Presidenza della Sardegna.
In tutti questi casi deve fare ancora molta strada la consapevolezza che le identità non bastano a garantire la forza trasformativa di un partito perché accanto alla identità-radice serve la identità-relazione cioè quella capacità di apertura alla società e alle alleanze sociali e politiche in grado di condividere e supportare le riforme e i cambiamenti più radicali.









