La nostra Costituzione è stata un evento straordinario, catartico, conclusivo, generativo. Il fatto che essa sia stata scritta dai migliori ingegni politici, culturali, giuridici del Paese, non basta a comprendere come un testo possa essere tanto denso di analisi sociali e fonte di una evoluzione, purtroppo non a fondo esplorata e attuata. Dopo ventitre anni di Fascismo, con la fine della lotta di Liberazione, la ricostruzione appena iniziata del Paese e delle coscienze collettive, il porre l’uomo al centro dell’attenzione costitutiva dello Stato, con tutto il sociale egualitario che esso esprime, è stata un’operazione che ha riconosciuto la libertà come elemento fattuale e generativo della realizzazione umana, collettiva e individuale.
Per questo nella Costituzione, il lavoro riceve un’attenzione particolare e in esso si colloca sia l’apporto comune che l’attività umana comporta, ma anche la realizzazione sociale dell’individuo e la sua promozione. Ma la Repubblica che si fonda sul lavoro perde la sua fondatezza se il lavoro viene reso labile, sminuito, tolto dalla spinta verso la coesione sociale e è fonti di equità, per cui dobbiamo chiederci se la parola che descrive il Lavoro contenga ancora gli stessi significati che avevano ben presenti i Costituenti. Premetto che la questione Sociale è immutata, che il confronto tra diversi portatori di interessi si è modificato nelle regole, non nella sostanza, ma ciò che forse è più mutato è il rapporto tra lavoro e individuo e come esso sia il mezzo per avere accesso a quell’ascensore sociale che porta nel benessere crescente e rimescola le appartenenze sociali di origine.
Un lavoro diverso nel significato per la persona implica una società diversa. Tema spinoso ma attuale, perché se la dignità così ben descritta in Costituzione è un diritto sociale inalienabile della persona e della sua famiglia, la sua realtà comporta la necessità di rendere più fluida l’economia, più permeabile il tessuto che permette di avere una distribuzione più giusta ed equa del plusvalore generato dal lavoro. E questo è ben lungi dall’essere raggiunto.
Oggi il lavoro è diverso per contenuti e per relazione con la persona. E’ in una società mutata che si specchia nella struttura semi schiavile di alcuni lavori che attribuiscono a un algoritmo il diritto ad avere un rapporto continuativo con la prestazione. E il fatto che questi lavori siano facilmente fungibili, che rappresentino una soluzione temporanea per le parti più precarie della società attiva, per i giovani, per i disoccupati da altri lavori, per gli extra comunitari, inocula l’idea che dal lavoro non si acquisisce un mestiere, una titolarità sociale e che il rapporto tra persone e vita attiva è labile. Una enorme massa manovra è a disposizione della formazione di plusvalore per lavori che non hanno, né mai avranno, contenuti di crescita personale. Quanti sono i lavori che oggi hanno queste caratteristiche e come stanno segmentando la società senza che vi sia in essi un rapporto diretto con il proprio futuro? Purtroppo questi lavori sono in aumento perché l’ingresso dell’automazione, dell’intelligenza artificiale, della potenza di calcolo come fattori determinanti per il successo della merce, per la sua diffusione oltre la necessità d’uso implicano il controllo totale del lavoro visto non più come apporto d’ingegno personale ma come componente del prezzo. La manifattura cede la sua considerazione del fare al dominio della finanza, ne rispecchia la bulimia assoluta e travolge il lavoro come protagonista della realizzazione individuale e come mezzo di apporto e crescita sociale. Pretende la prestazione ma non la retribuisce adeguatamente, impoverisce chi lavora e rende irraggiungibile la parità degli apporti sociali. Così l’economia capitalista va alla radice di quella liberazione che era libertà borghese di parola, di dissenso, ma anche libertà egualitaria dal bisogno, estensione del diritto alla cura sociale, al benessere. In una società forsennatamente competitiva la dimensione collettiva impallidisce a mera fornitura del necessario. In questo le libertà divengono difficilmente spendibili, l’organizzazione della lotta sembra una protesta contro le necessità della tecnologia, la collocazione umana diviene compatibilità con un sistema che umano non è, e sfrutta, divora materie prime, intelligenze, capacità. Tutto indifferentemente fagocitato, nel nome di una crescita che è crescita di pochi e povertà crescente di moltissimi.
Sinistra: una diversa visione del lavoro
Il lavoro, la sua possibilità e forza sociale diviene il tema dell’analisi di sinistra, perché ha pe essa un significato radicalmente diverso da quello che gli viene attribuito dalla destra. Nel lavoro c’è l’internazionalismo, le libertà che si estendono ad altri uomini, c’è la rottura dell’asservimento e la centralità dell’uomo, l’espressione alta di un noi collaborativo che opera insieme all’identità che apprende, sviluppa il proprio ingegno e lo esprime nella prestazione che deve essere remunerata a sufficienza per avere libertà, dignità, crescita personale. Il lavoro, sano, equo, produttivo per l’individuo e per il datore di lavoro, dev’essere oggetto di uno scambio tra eguali, dove ciascuno fa la sua parte e cresce senza soverchiare od umiliare l’altro. È questo lavoro che bisogna riportare nell’attenzione, nella prassi contrattuale, nelle coscienze. È il lavoro che fa esprimere la persona e la libera dal bisogno. Bisogna riflettere e riconoscere cosa sta mutando, ed è già mutato, intorno a noi perché il lavoro semi servile è la condizione di un’economia che non considera l’uomo, che devia le sue attese prima nella competizione personale e poi nella competizione tra nazioni. Toglie l’affratellamento dell’impresa comune e individua il nemico, il competitore che toglierà il poco che viene elargito da un potere non più riconosciuto. La pace viene rotta nel nome di interessi di dominio economico, quello che prima era lotta comune, perde significato come riemergesse l’uomo predatore che nella sua ricerca di spazio e di ricchezza non la produce più ma la rapina dal lavoro altrui, dai beni e dalla terra necessaria ad altri uomini.
Oggi il problema del lavoro e della sua funzione deve essere risolto dalla sinistra perché la destra ogni giorno toglie diritti, equità, eguaglianza per trasformarla in privilegio di pochi. La sinistra che oggi è meno che social democratica, deve porsi il problema del suo ruolo in Europa. Senza una nuova sinistra che rappresenti i problemi reali che vivono le persone e che cambi il lavoro e la società, la testimonianza delle idee servirà a poco. Anche alla pace e alle libertà conquistate. Quando si dice che la pace non è di sinistra o di destra ma è il problema di tutti, c’è una ragione che però solo una nuova sinistra può difendere perché quella pace per durare deve considerare l’uomo come portatore di diritto assoluto, quello alla vita e alla sua dignità.
La pace può venire solo dalla sinistra che non si sottopone alla logica della crescita basata sulle armi, che non depreda i deboli delle loro ricchezze, che fa i conti con la realtà che opprime parti importanti della società, che impoverisce, che rende diseguali, che toglie legalità, che glorifica i furbi, che bastona le intenzioni, che toglie futuro ai giovani e a tutti. L’Europa sarà fattore di nuova civiltà se riporterà l’uomo al centro dei diritti e delle libertà, se userà le leggi e la diplomazia per trovare accordi che la facciano crescere ed estendere i diritti fondamentali alla vita e la sua piena realizzazione ad altri popoli. Solo così si sconfigge la guerra, ma poiché questo non può essere fatto indifferentemente dalla destra o dalla sinistra è quest’ultima che deve mutare se stessa, essere adeguata all’analisi di ciò che accade, capire che difendere chi ha meno diritti non significa mandarli al fronte e neppure restringerli in lavori sempre meno degni. Se cambia la sinistra ed esce dal servaggio al capitalismo in cui si è cacciata allora cominciano a cambiare le cose. Oggi bisogna sconfiggere il pericolo della terza guerra mondiale insieme a una possibilità di cambiare il lavoro e la società e a questo servono le idee, l’identità, la scelta di campo e i numeri delle elezioni: a portare quella sovranità delegata a chi esercita il potere verso un mondo che sia degli uomini e non dell’interesse illimitato dei pochi.









