La lunga battaglia della CGIL

dalla “via maestra” alla campagna per nuovi referendum

Massimo Balzarini – segreteria CGIL Pavia

CGIL ha avviato nel 2023 un percorso di mobilitazione “La via maestra” su temi che coinvolgono la società civile, allargando la partecipazione a tutte le associazioni che condividono l’urgenza di intervenite su queste tematiche. Con alcune di queste da sempre condividiamo i percorsi, come ANPI, altre con le quali lavoriamo in stretta collaborazione, es. ARCI, AUSER, UDU, Alleanza per la Costituzione.

Il punto di partenza allora come oggi è la Costituzione Italiana nata dalla Resistenza, e per queste ragioni rivendichiamo che i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione tornino ad essere pienamente riconosciuti e siano resi concretamente esigibili ad ogni latitudine del Paese (da nord a sud, dalle grandi città alle periferie, dai centri urbani alle aree interne). Fra questi il diritto al lavoro stabile, libero, di qualità, superando la precarietà dilagante, contrastando il lavoro povero e sfruttato, aumentando i salari, col rinnovo dei contratti, e le pensioni oltre al superamento della Legge Fornero.

Il diritto alla salute e un Servizio Sanitario Nazionale e un sistema socio sanitario pubblico, solidale e universale, a cui garantire le necessarie risorse economiche, umane e organizzative, per contrastare il continuo indebolimento della sanità pubblica, recuperare i divari nell’assistenza effettivamente erogata, a partire da quella territoriale, e valorizzare il lavoro di cura; investimento sul personale con un piano straordinario pluriennale di assunzioni che vada oltre le stabilizzazioni e il turnover, superi la precarietà e valorizzi le professionalità; sostegno alle persone non autosufficienti; tutela della salute e sicurezza sul lavoro, rilanciando il ruolo della prevenzione. Solo così si garantisce la piena applicazione dell’articolo 32 della Costituzione.

Il diritto all’istruzione, dall’infanzia ai più alti gradi, e alla formazione permanente e continua, perché il diritto all’apprendimento sia garantito a tutti e tutte e per tutto l’arco della vita.

Il contrasto a povertà e diseguaglianze e la promozione della giustizia sociale, garantendo il diritto all’abitare e un reddito per una vita dignitosa. Il governo ha scentro un’altra direzione e cancella il Reddito di cittadinanza lasciando tante persone senza alcun sostegno.

Il diritto a un ambiente sano e sicuro in cui vengono tutelati acqua, suolo, biodiversità ed ecosistemi.

Una politica di pace intesa come ripudio della guerra integrato con la dimensione civile e nonviolenta.

Per contrastare la deriva in corso e riaffermare la necessità di un modello sociale e di sviluppo che riparta dall’attuazione della Costituzione, non dal suo stravolgimento, per tutte le ragioni indicate ci siamo impegnati, nel corso del 2023, in un percorso di confronto, iniziativa e mobilitazione comune che rimettesse al centro la necessità di garantire a tutte le persone e in tutto il Paese i diritti fondamentali e di salvaguardare la centralità del Parlamento contro ogni deriva di natura plebiscitaria fondata sull’uomo o sulla donna soli al comando.

Dall’ultima manifestazione de “La via maestra” del 7 ottobre 2023, abbiamo proseguito la riflessione per valutare come proseguire le iniziative di lotta, comprese le ulteriori manifestazioni anche con UIL.

Oggi diamo avvio alla campagna referendaria, sapendo che non stiamo discutendo solo della scelta referendaria ma di una strategia complessiva – di cui il referendum è uno degli strumenti – che abbiamo ritenuto necessario mettere in campo. L’utilizzo dello strumento referendario vive e ha un significato se contemporaneamente si sviluppano tutti gli altri strumenti e tutte le altre azioni su cui abbiamo deciso di lavorare: la contrattazione nazionale, i disegni di legge di iniziativa popolare, la mobilitazione per la difesa e l’attuazione della Costituzione, proseguendo nel tentativo di allargare la nostra rappresentanza e il nostro campo di alleanze sociali e politiche.

Certamente dobbiamo fare i conti con la scarsa partecipazione alla vita politica a differenza di quanto accadeva anni fa, quando c’era un livello di partecipazione al voto molto più ampio rispetto ad oggi. Con lo strumento referendario si sono prodotti su tanti argomenti, anche sindacali, diversi pronunciamenti, mentre negli ultimi anni c’è stato un solo referendum che ha avuto questa funzione, quello sull’acqua come bene comune che aveva visto uno scarso impegno diretto delle forze politiche ed aveva invece visto un forte impegno della società civile e della nostra stessa organizzazione.

Nonostante tutte le mobilitazioni messe in campo siamo di fronte ad una operazione politica e sociale di modifica della Costituzione materiale del Paese e al tentativo di cambiare strutturalmente l’assetto repubblicano della nostra democrazia.

Questi temi non sono separati tra di loro, sono parte di un unico progetto, anche in riferimento ad altri temi come autonomia differenziata, premierato e giustizia.

Siamo di fronte a un disegno molto preciso, che agisce anche sulle contraddizioni e sulla crisi democratica che il nostro Paese sta vivendo, una crisi che non ha una dimensione solo italiana ma più generale, che coinvolge l’Europa e non solo.

Quattro quesiti per 4 possibili referendum

Quattro i quesiti varati della Cgil: i primi due sui licenziamenti, uno sul superamento del contratto a tutele crescenti di Renziana memoria e l’altro sull’indennizzo nelle piccole imprese; il terzo sulla reintroduzione della presenza delle causali per i contratti a termine; e il quarto, relativo agli appalti, sulla responsabilità del committente sugli infortuni sul lavoro.

La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è avvenuta il 13 aprile e dal 25 aprile partirà la campagna referendaria della Cgil sostenuta da assemblee in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i territori. Nel seguito una breve descrizione dei quesiti pubblicati in GU.

  1. CANCELLARE IL JOBS ACT – TORNARE ALL’ARTICOLO 18 PER TUTTI
    Il decreto che si vuole abrogare è quello che ha escluso la possibilità per il lavoratore di essere reintegrato in caso di licenziamento illegittimo: ha diritto solo a un indennizzo che viene stabilito esclusivamente in base agli anni di servizio nell’azienda (elemento peraltro dichiarato incostituzionale dalla Consulta).

Il cosiddetto contratto a tutele crescenti ha dunque precarizzato il lavoro e tolto tutele al lavoratore: chiunque assunto dopo il 2015 (quindi per lo più i giovani), o chi ha cambiato lavoro successivamente, ha diritto a un mero risarcimento economico qualora un giudice stabilisca che un eventuale licenziamento sia stato immotivato.

  1. CANCELLARE IL TETTO MASSIMO ALL’INDENNIZZO IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO NELLE AZIENDE PICCOLE E MEDIE

Con il secondo quesito siamo nell’ambito delle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Piccole e medie. Se un lavoratore viene licenziato, va dal giudice e dimostra che il suo è stato un licenziamento illegittimo, la legge (604 del 1966) prevede la riassunzione o l’indennizzo. Il referendum della Cgil chiede di abrogare le norma che mette un tetto massimo all’indennizzo che è di 6 mensilità, maggiorabile dal giudice fino a 10 mensilità per il lavoratore con anzianità superiore a 10 anni, e fino a 14 per quello con più di vent’anni. Alzare il tetto massimo può essere un deterrente ai licenziamenti illegittimi.

  1. CANCELLARE L’ABUSO DEL CONTRATTO A TERMINE

Il terzo quesito riguarda il contratto a termine e vuole intervenire sulle norme che ne hanno liberalizzato l’uso da parte delle aziende, fino al ricorso dilagante che se ne fa: basti dire che secondo l’Istat sono 3 milioni gli occupati a termine in Italia e sono impiegati in tutti i settori, nel privato come nel pubblico. Con il referendum si vuole abrogare le norma che consente di stipulare contratti a temine anche senza alcun motivo visto che, per definizione, un’azienda dovrebbe stipulare contratti a termine perché ha esigenze temporanee da soddisfare: sostituzioni maternità, picchi produttivi, stagionalità e così via. Oggi invece le imprese possono attivare per un anno, in forza di legge, questi contratti senza alcuna ragione verificabile e, trascorso l’anno senza vincoli di conferma.

  1. CANCELLARE LA DERESPONSABILIZZAZIONE DELLE AZIENDE COMMITTENTI NEL CICLO DEGLI APPALTI

Per il quarto quesito siamo nel campo degli appalti e in particolare della sicurezza negli appalti. Oggi se un’azienda dà in appalto un’attività ad un’altra e questa ad un’altra ancora, i committenti non sono responsabili in solido in caso di infortunio o di malattia professionale del lavoratore. Questo vuol dire che il lavoratore non può chiedere nessun risarcimento del danno alle imprese committenti. Il quesito vuole cancellare la norma che esclude questa responsabilità.

L’effetto della cancellazione sarebbe quello di rafforzare e ampliare la sicurezza sul lavoro, arginando la piaga degli infortuni mortali e di spingere i committenti a selezionare appaltatori adeguati.

Non sarà una battaglia semplice, oltre a raccogliere le firme, se i quesiti saranno approvati dalla Corte Costituzionale, avremo la sfida di convincere le persone a partecipare al voto, a non rinunciare ad esprimere un diritto.

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