A cura di Amilcare Dondè

In questa intervista ad Alessandro Marescotti, fondatore di Peacelink, affrontiamo molti temi non soltanto di stretta attualità riguardanti l’urgenza di comprendere le ragioni che determinano questo ‘tragico presente’ che ci riguarda tutti se non volgiamo lo sguardo dall’altra parte. Per conoscerla e farla conoscere un po’ di più ai lettori di Restart, vorrei iniziare chiedendole di presentarsi, di raccontarsi così da capire meglio il suo punto di vista.

Domanda. Quale è stato il suo percorso personale, dove è nato, cresciuto e dove vive attualmente. Insomma c’è una storia famigliare che l’ha aiutata a crescere e cosa ha contribuito a formare le sue posizioni di oggi. Si sente in coerenza con i suoi anni giovanili o troppe cose sono cambiate…

Risposta. Sono nato a Taranto da genitori romagnoli. Ho vissuto sempre a Taranto ma fino agli anni Settanta l’estate tornavamo sempre in Romagna. Sono stato influenzato dalla cultura romagnola, dalla passione per il ciclismo, ancora oggi vado in bicicletta e lo faccio con piacere. Mio padre ha partecipato alla Resistenza e mi ha portato a conoscere i testimoni e i protagonisti di quegli eventi. La mia formazione giovanile è avvenuta sull’antifascismo, in un periodo in cui l’Italia era insidiata dal tentativo di eversione nera e insanguinata dalle stragi neofasciste. Mia mamma era insegnante di Lettere. Mio padre faceva il maestro elementare e aveva una passione per la lettura, portava tanti libri a casa, dalla psicologia all’antropologia, dalla divulgazione scientifica alla storia, dal marxismo ai primissimi libri in cui si cominciava a parlare di ecologia. Mio padre mi ha influenzato moltissimo perché mi ha invogliato a leggere, ad approfondire criticamente le cose. A me piaceva giocare a pallone, avrei voluto fare il portiere di calcio. E’ stato mio padre a mettermi i libri in mano per il piacere della lettura. Mia mamma mi ha aiutato a scrivere i temi. Nell’adolescenza non ero uno studente particolarmente brillante ed è stato grazie ai miei genitori se ho acquisito più fiducia in me stesso. Sono stati pazienti e mi hanno sopportato per lunghi anni mentre imparavo a suonare la chitarra. Mio padre alla fine del pranzo lavava i piatti e diceva: suonami l’ultima canzone.

Domanda. Parliamo allora di Taranto, città in cui è presente una realtà industriale straordinaria e tristemente nota: l’acciaieria ILVA, all’epoca dei suoi anni giovanili che cosa rappresentava per la cittadinanza? Ed oggi?

Risposta. Fu mia mamma a scegliere Taranto nel 1956, io sarei nato nel 1958. Allora Taranto era bellissima, con uno scenario tropicale, la gente scendeva giù dal lungomare e faceva il bagno. Mia mamma rimase affascinata dal sole, dal clima, dal mare, dalla vista mozzafiato dei tramonti e disse a mio padre: “Voglio fare qui i nostri figli”. Pasolini venne a Taranto in quegli anni e scrisse: «Una città perfetta. Viverci è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari». Quando sono nato l’industria pesante non c’era. Poi è cambiato tutto. All’inizio degli anni Sessanta cominciarono a costruire l’Italsider, che sarebbe diventato il polo siderurgico più grande d’Europa. L’inquinamento aumentò ma non ce ne accorgemmo, non avevamo alcuna ostilità verso quell’industrializzazione. Anzi, i camini erano un simbolo positivo nell’immaginario collettivo. Negli anni giovanili ricordo che andavo orgoglioso di Taranto e della sua grande fabbrica. Per tutti era il progresso e per la sinistra rappresentava il tentativo di dare una scossa all’immobilismo, di fornire una risposta a quella che veniva definita “la questione meridionale”. Se mi avessero offerto un lavoro dentro l’Italsider, ci sarei andato di corsa, anche da laureato, con lo stesso entusiasmo dei preti-operai. Poi un giorno andai a fare volantinaggio ai cancelli dell’Italsider. Ero iscritto al PCI. Notai che gli operai prendevano il volantino e scappavano via. Non si fermavano a parlare. Quella cosa mi colpì ma non ne compresi il motivo. Dopo tanto tempo ho raccolto testimonianze incredibili, storie terribili. Lavoratori che si lavavano le mani nell’apirolio cancerogeno prima di andare a mangiare. E che si facevano un pisolino su materassi di fibre d’amianto. I lavoratori della cokeria svenivano per i fumi terribili che decimavano i reparti. Cose raccapriccianti come un lavoratore che cadde in un carro siluro e si squagliò tutto, non rimase più nulla e il funerale fu celebrato con settanta chili di ghisa solida nella bara. Quelle storie le avrebbero dovute raccogliere gli intellettuali di sinistra, ma erano intellettuali con una formazione umanistica molto lontana dalla vita della fabbrica. Oggi sappiamo che quella fabbrica non ha formato le coscienze ma le ha deformate, è stata un luogo di sofferenza da cui si scappava. Si prendeva il volantino e si scappava a casa. Ancora oggi nessuno è in grado di dire quanti operai sono morti nell’Italsider. L’Italsider è poi diventata ILVA, con la privatizzazione, ma anche lì non ho percepito il pericolo. E’ stato all’inizio del 2000 che ho incontrato dei chimici che mi hanno spiegato la fabbrica dal di dentro, che avevano fatto studi e ispezioni nei reparti della morte. Oggi la fabbrica è vista come un pericolo nella percezione collettiva. Io negli anni Settanta avevo una visione marxista ingenua e tutto ciò che era classe operaia era positiva. Oggi recupero del marxismo il concetto di alienazione che Marx ci ha offerto e su cui non abbiamo lavorato abbastanza. La fabbrica come luogo dell’alienazione operaia da cui non necessariamente nasce la presa di coscienza.

Domanda. Ci può fare un cenno degli anni della sua formazione tra la media superiore e la scelta di continuare gli studi universitari laureandosi in filosofia?

Risposta. Ho fatto le scuole medie superiori al Liceo scientifico Battaglini di Taranto. Era guidato da un preside molto conservatore, lo consideravamo un democristiano reazionario. Nella nostra scuola, giusto per capirci, avevamo invitato Fabrizio De Andrè nel 1976, e lui – dopo il concerto – sarebbe venuto a scuola a suonare gratis. Gli fu vietato. In quegli anni era tutto chiaro e per un ragazzo come me era chiaro che schierarsi a sinistra fosse una cosa naturale, giusta. Erano gli anni del golpe in Cile e suonavamo le canzoni degli Inti Illimani. Ci portavamo dietro la chitarra e cantavamo ovunque. Mi sarei voluto iscrivere a Sociologia ma fu mio padre a orientarmi su Filosofia. Ma la tesi di laurea la feci in Sociologia, sulla cultura quotidiana degli studenti. Durante gli studi universitari ho approfondito la storia della scienza, la filosofia della scienza, ci ho aggiunto esami in cui c’era la matematica, come Statistica e Economia Politica. Non volevo essere un umanista astratto e la mia formazione filosofica è stata un contenitore elastico in cui potevo approfondire tutto quello che volevo, dall’organizzazione del lavoro alle 150 ore, dalla pedagogia alla psicologia. E nell’ultimo anno cominciai a occuparmi di informatica. Mi laureai in tre anni e una sessione con 110 e lode. Subito dopo mi iscrissi a Informatica perché stava nascendo una nuova rivoluzione: quella dei computer. Dall’altra parte dell’Oceano stavano mettendo a punto i primi personal computer. Steve Jobs e Steve Wozniak in un garage avevano creato l’Apple II e il mondo sarebbe cambiato impetuosamente. Io pensavo che bisognava controllare dal basso quella rivoluzione. Ma bisognava diventare competenti e per questo cominciai a frequentare le lezioni universitarie di informatica, terribilmente imbevute di logica booleana. Poi ho ricevuto la cartolina per il militare. E sono partito per la scuola allievi ufficiali di Maddaloni.

Domanda. Ha fatto il servizio militare? Perché?

Risposta. Non ero convinto dell’obiezione di coscienza. Mi ero formato sulle poesie pacifiste di Brecht. Quando sarebbe arrivato l’ordine di fare la guerra avrei disubbidito. Questo pensavo. E la scelta di fare l’ufficiale di complemento mi dava più possibilità di sapere cosa succedeva. Allora c’era il timore di un colpo di stato, la P2 si era infiltrata nelle Forze Armate. E anche io mi sentivo un infiltrato. Mi congedarono con una nota di demerito: “Non ha attitudine al comando”.

Domanda. Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta ad occuparsi di problematiche educative, sociali, economiche, politiche, ambientali e della salute?

Risposta. Quando torno dal militare organizzo corsi di alfabetizzazione informatica. Ma mi preparo per i concorsi nella scuola. Ne vinco due, uno nelle scuole medie e uno poi nelle superiori. E da lì porto prima la mia esperienza informatica nella scuola e poi anche una spiccata tendenza a fare a scuola quello che al liceo il preside non ci voleva far fare: studiare la società, prendere coscienza, lottare contro le ingiustizie, leggere le poesie di Brecht, ascoltare le canzoni di protesta, suonare la chitarra. Alla visione classica della cultura, separata dalla società, contrapponevo quella che era la mia visione gramsciana, l’intellettuale organico che si mescola alla società e ne diventa parte attiva. Ho suonato la chitarra con i miei studenti, siamo andati a giocare a pallone assieme, in classe arrivavo con il mio computer portatile e leggevamo i messaggi che arrivavano dall’Africa e parlavano dei bambini di strada, della terribile condizione di chi passava le notti nei cartoni a sniffare colla. Abbiamo portato a scuola i cartelloni della campagna antimine. Poi è arrivata la spinta ad approfondire l’ecologia, prima da un punto di vista generale e poi su Taranto, per l’inquinamento ILVA. E ho proposto il progetto Ecodidattica.

Domanda. Che cos’è l’ECODIDATTICA e come si svolge?

Risposta. A scuola arrivò nel 2015 un nuovo preside e mi disse: ho saputo che ti occupi di ecologia, vuoi preparare un progetto per la scuola? E così preparai un piano di lavoro che comprendeva l’educazione ambientale e l’educazione alla cittadinanza attiva. Ci aggiunsi anche una visione sulle alternative economiche green. Mi accorsi che in quelle settimane l’ONU stava presentando l’Agenda ONU 2030. Leggendola vidi che combaciava benissimo con il progetto Ecodidattica e così tutto diventò una proposta organica, inattaccabile. Perché non tardarono ad arrivare le critiche più o meno velate ad Ecodidattica. Allora era forte la presenza dell’ILVA nelle scuole. Ma nonostante tutto siamo riusciti a portare il progetto Ecodidattica in altre scuole e a trasformare un’idea per la mia scuola in un’idea di rete. Abbiamo formato decine e decine di insegnanti in corsi di formazione. Abbiamo anticipato ciò che poi qualche anno dopo è diventato un obbligo formativo per studenti e docenti con la nuova legge sull’Educazione civica.

Domanda. Lei è fondatore e presidente di “PeaceLink, telematica per la pace”. Quali sono l’ambito e l’azione prioritaria, nonché lo scopo di questo “organo di comunicazione e di testimonianza”?

Risposta. All’inizio di PeaceLink, nel 1991, l’ambito di azione prioritaria è stato quello della pace. Poi ci siamo spostati sulla cooperazione internazionale quando il web è diventato un potente fattore di globalizzazione della solidarietà. La lotta sull’inquinamento Ilva ha poi impegnato PeaceLink nella mobilitazione sull’ecologia e nell’approfondimento di questioni tecniche legate alla diossina. Per cui molti hanno conosciuto PeaceLink come rete ecologista. Ma la nostra funzione è sempre stata quella di dare voce a chi non ha voce, alla società civile nazionale e internazionale. Adesso siamo impegnati contro la guerra, contro le guerre. Siamo la rete che nel febbraio 2022 ha lanciato la mobilitazione nazionale prima ancora che la Russia invadesse l’Ucraina.

Domanda. Chi sono per lei i ‘Cittadini Attivi ’ e come lo si diventa? Quando e come si diventa ‘Cittadini Sovrani’ come proponeva don Lorenzo Milani?

Risposta. La sovranità popolare è un concetto rivoluzionario, che ci pone sullo stesso piano di chi governa, a livello in particolare di accesso all’informazione. Senza informazione non c’è cittadinanza attiva. Attualmente la pagina di PeaceLink più consultata è questa: “Le otto competenze chiave di cittadinanza”. Si diventa cittadini attivi per passione ma non si vince se non si diventa competenti. Un tempo erano i partiti a formare alla cittadinanza e a trasmettere le competenze per diventare cittadini attivi. Oggi i partiti in buona parte sono diventati altro. E credo che si possa fare politica anche fuori, formando i cittadini alla cittadinanza nelle associazioni che esercitano la cittadinanza attiva e organizzano campagne concrete su specifici obiettivi da raggiungere. Da questo punto di vista la scuola deve poter formare alla cittadinanza attiva dato che molti partiti, anche di sinistra, hanno cambiato pelle e sono diventati in gran parte comitati elettorali per far eleggere le persone, copiando ciò che faceva molto bene la Democrazia Cristiana. 

Domanda. Quando lei interviene alle iniziative pubbliche, ai Convegni cui viene invitato mette spesso a disposizione interessanti slides che rivelano scenari preoccupanti su come il mondo si stia riarmando o progetti tecnologici ad alto potenziale distruttivo che i media nazionali ignorano. Può raccontarci schematicamente i concetti ‘pilastro’ che sorreggono le sue analisi?

Risposta. Vero. Spesso mostro diapositive tratte da fonti certe che individuo con un lavoro di ricerca approfondito. Quelle che mostro in rete e negli incontri pubblici più recenti sono incentrate su tre parole: “Guerra, informazione, mediattivismo”. Insieme ad altri abbiamo focalizzato i retroscena della guerra in Ucraina, in particolare quelli connessi all’espansione della Nato prima dell’invasione russa del febbraio 2022. Di grande interesse sono le tappe dello scudo europeo che non è solo difensivo come viene fatto credere visto che il Vertical Launching System MK-41 già dal 2016 è in grado anche di offendere lanciando missili da crociera. Si tratta di una piattaforma di lancio verticale prodotta dalla Lockheed Martin che per sua stessa ammissione è capace di lanciare missili Tomahawk in grado di montare testate nucleari di potenza regolabile tra 5 e 150 kiloton oppure cariche convenzionali di esplosivo fino a 450 kg. Non ci occupiamo solo di armamenti e dell’escalation militare in atto. Ci occupiamo delle difficoltà del movimento pacifista in Italia e in Europa e dei suoi ritardi nel comprendere la drammatica svolta militarista che sta coinvolgendo tutti i Governi. Quello che ci sta più a cuore è fermare la guerra, fermare il massacro di centinaia di migliaia di vite. Per questo ci siamo soffermati su come poter uscire dal pantano sanguinoso della guerra con una proposta diplomatica che faccia definire i confini non ai cannoni ma alla volontà popolare. Come PeaceLink stiamo dedicando molto tempo ed energie al mediattivismo che è una nuova risorsa e una nuova pratica per fare controinformazione, utilizzando anche la potenza di elaborazione linguistica dell’Intelligenza Artificiale generativa. Ma di questo potremo parlare un’altra volta.


 

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