Quale Europa
principali questioni aperte e irrisolte: pace, riforma dei Trattati, autonomia strategica, riarmo, giustizia ambientale e giustizia sociale, fisco, immigrazione.
Dal 6 al 9 giugno 2024, in Italia dall’8 al 9 giugno, l’Unione Europea vedrà rinnovato per la decima volta il Parlamento europeo attraverso il voto popolare espresso nei 27 Stati che ancora formano l’Unione dopo l’uscita definitiva del Regno Unito. Di conseguenza verrà rinnovata la Commissione Europea diretta in questi 5 anni dalla presidente Ursula von der Leyen. Rinnovata ma non cambiata nella sua composizione numerica visto che la scelta dei Commissari spetta ai singoli 27 Governi nazionali, anche se i nomi da loro proposti devono poi passare al vaglio, uno per uno, del nuovo Parlamento Europeo.
In tempi ordinari gli equilibri interni alle istituzioni europee cambierebbero di poco in seguito al voto per il rinnovo del Parlamento Europeo visto che l’impianto complessivo dell’edificio europeo rimane ancora intergovernativo più che comunitario. Infatti, malgrado il Parlamento Europeo abbia progressivamente guadagnato attraverso varie riforme il potere di co-decisione legislativa, la decisione finale e risolutiva che dà il via libera ai Piani e alle scelte strategiche proposte dalla Commissione, comprese le Direttive europee, spetta tuttora ai 27 Governi nazionali riuniti nel Consiglio Europeo. Per questo da anni le forze più favorevoli all’unità politica dell’Europa insistono sulla riforma radicale dei Trattati Istitutivi dell’Unione Europea per togliere ai singoli Governi nazionali il potere di veto sui provvedimenti del Parlamento Europeo, così come insistono sulla maggiore autonomia della Commissione Europea rispetto ai 27 Governi nazionali così da trasformarla in un reale Governo sovranazionale europeo in dialogo costante e rapporto diretto con il Parlamento europeo, l’unico eletto su base europea.
Queste riforme colmerebbero in gran parte quel “deficit democratico” che accompagna il lungo cammino dell’integrazione europea sin dalle origini e che il metodo funzionalista adottato dai Governi, dopo il primo successo del Piano Schuman con la creazione della CECA organismo di tipo sovranazionale, ha poi tentato di superare con troppa gradualità senza mai riuscirci. Dobbiamo ad Altiero Spinelli e ai federalisti il generoso tentativo di adottare un metodo più efficace per costruire gli Stati Uniti d’Europa rispetto a quello funzionalista avviato da Jean Monnet, rapidamente depotenziato sul piano politico sovranazionale e trasformato dai vari Governi nazionali in metodo prevalentemente intergovernativo. L’dea è quella di affidare al Parlamento Europeo un ruolo “Costituente”. Risale giusto a 40 anni fa il Progetto di Trattato sull’Unione Europea noto come “Progetto Spinelli” e approvato il 14 febbraio 1984 dal Parlamento Europeo, primo esempio di trattato elaborato fuori da una cornice diplomatica.
In coerenza con quel progetto l’attuale Parlamento europeo nel novembre 2023 ha approvato a maggioranza una proposta di riforma dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea di ampia portata riprendendo le indicazioni uscite dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa e quelle del club del Coccodrillo fondato proprio da Altiero Spinelli a Strasburgo, in particolare il superamento dell’unanimità nel Consiglio europeo in molti settori chiave dell’Unione Europea che permette a qualsiasi Governo dei 27 di bloccare decisioni importanti in materia di politica estera, di sicurezza e difesa, di fisco e di finanziamento comune. Il mezzo da utilizzare per arrivare ad approvare queste riforme sarebbe la convocazione di una apposita “Convenzione” come previsto dalla procedura di revisione ordinaria. Ma non è detto che questa strada sia approvata da tutti i 27 Governi dei 27 Stati che fanno parte della U.E. e che siedono di diritto nel Consiglio europeo. Soprattutto non è detto che il prossimo Parlamento europeo mantenga gli equilibri politici attuali e, dunque, le maggioranze indispensabili a sostenere la proposta della “Convenzione” e a portarla a termine fino all’approvazione delle riforme più innovative di stampo federalista. Se alle elezioni di giugno si verificasse un vistoso spostamento a destra, questa prospettiva non solo potrebbe essere indebolita ma addirittura cancellata e rovesciata nel suo contrario. In questo caso infatti i Governi più conservatori e più nazionalisti utilizzerebbero il voto europeo non solo per bocciare il processo costituente così impostato ma si sentirebbero legittimati ad andare all’assalto dell’architettura istituzionale europea per trasformarla da comunitaria e sovranazionale in semplice confederazione di Stati nazionali.
Analisi troppo pessimista? In parte sì finchè rimangono in piedi Governi moderatamente federalisti come quello di Scholz in Germania, di Macron in Francia, di Sanchez in Spagna che però non sembrano godere di ottima salute e che potrebbero essere puniti già alle elezioni europee. Chi invece rischia di avere un ruolo spropositato in Europa rispetto al proprio peso e valore reale è Giorgia Meloni perché può agire dentro una congiuntura straordinaria e in tempi drammatici, dovuti alla guerra in Ucraina e ai conflitti in Medio Oriente, che la possono favorire al di là dei propri meriti e al di là della credibilità del Governo italiano.

Una “Zarina” di nome Giorgia per l’Europa fortezza
Nel contesto europeo in regressione democratica le posizioni nazionaliste e atlantiste del capo del Governo italiano Giorgia Meloni si trovano perfettamente a loro agio, anzi rischiano di essere decisive nei nuovi equilibri che si realizzeranno in Europa dopo il voto europeo. Non è solo il buon rapporto con la von der Leyen che ci tiene ad essere a capo della Commissione europea per la seconda volta; non è solo la possibilità di riservarsi di giocare in Europa la carta Draghi, suo predecessore, tuttora garante dei buoni rapporti con l’establishment economico, finanziario e persino militare internazionale, in particolare statunitense. Giorgia Meloni nella duplice veste di capo del Governo italiano e presidente dell’ECR Party ( European Conservatives and Reformists Party) può risultare decisiva nella composizione delle possibili nuove maggioranze che si formeranno in seguito ai risultati elettorali di giugno: già oggi può contare nel Parlamento europeo sul “Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei” che nelle tre ultime legislature ha visto eleggere dai 55 ai 75 eurodeputati e che nella prossima legislatura ha l’obiettivo di diventare il quarto gruppo europarlamentare più numeroso sui 7 gruppi esistenti. Naturalmente molto dipenderà dai risultati di Fratelli d’Italia, di Diritto e Giustizia (PiS) per anni primo partito in Polonia, di Alternative fur Deutschland data dai sondaggi al secondo posto in Germania, da Vox in Spagna, dalla Nuova Alleanza Fiamminga in Belgio, dall’ODS in Cechia, dal SD svedese, dai Veri Finlandesi: questi ultimi hanno conquistato 46 deputati su 200 nelle elezioni politiche del 2023 e alle Presidenziali 2024 hanno raggiunto il 18,99%. Sono forze politiche tutte accumunate da posizioni di destra e di destra estrema, tutte euroscettiche e tutte antifederaliste. Se l’apporto di questo gruppo diventerà indispensabile o comunque utile a garantire in Europa nuovi equilibri più spostati a destra, non è detto che tutti seguiranno Giorgia Meloni nel suo ruolo di mediazione con i Vertici europei, ma la maggioranza di quest’area politica non si lascerà sfuggire questa occasione.
A differenza dell’exploit europeo nel 2014 di Matteo Renzi, poi velocemente bruciato con il tentativo presuntuoso di cambiare l’impianto democratico della Costituzione italiana, Giorgia Meloni ha in mano molte più carte da giocare proprio sul tavolo internazionale e su quello europeo in particolare. Sia chiaro: carte di potere, in particolare la carta della fedeltà Nato e della stabilità in Europa così richiesta e gradita dagli Stati Uniti in tempi di guerra e di escalation militare crescente a livello globale. Il nazionalismo della Meloni oggi si nutre dell’atlantismo, così come il nazionalismo dell’Ucraina ha bisogno più che mai dell’atlantismo, della Nato, del sostegno finanziario e della dotazione di armi sempre più tecnologiche. Quello che non capiscono i “giornali bene” come La Repubblica, La Stampa, Il Corriere o il Sole 24Ore è il fatto che non è Giorgia Meloni ad essere schizofrenica tra la propria collocazione internazionale a sostegno militare dell’Ucraina e la propria posizione interna di attacco alla Costituzione e riduzione degli spazi di libertà; sono loro, i giornalisti bene delle grandi testate, ad essere schizofrenici non comprendendo che la complicità tollerante verso Israele, che il sostegno alla guerra in Ucraina fino alla vittoria finale contro la Russia, che il sostegno incondizionato alla Nato e alla corsa al riarmo convenzionale e nucleare in territorio europeo sono per Giorgia Meloni iI lasciapassare per avere mano libera nella sua ambizione di trasformare la democrazia italiana in autocrazia. Di più: c’è maggiore coerenza da parte di chi attacca la Costituzione italiana perché predilige la militarizzazione della sicurezza, il primato della forza delle armi , il respingimento dei migranti per affermare l’Europa fortezza e invece molta meno coerenza da parte di chi pensa di difendere Costituzione e democrazia a parole ma poi lascia che la soluzione politica dei conflitti sia trascurata e rinviata, che la corsa al riarmo riprenda alla grande e addirittura sia legittimata e finanziata con soldi pubblici, che il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione sia brutalmente calpestato. Giorgia Meloni sarà pure una romanesca “zarina de noantri “ma pur sempre persegue il filo di quel “cesarismo” che ha ispirato Berlusconi e poi Renzi nell’obiettivo di concentrare il massimo del potere politico in poche mani. Lo può tentare con un grado maggiore di successo in una situazione di crisi internazionale straordinaria e lo può forzare in una situazione interna che vede il suo mancato antifascismo per ora non pagare dazio e metà dell’elettorato italiano assente. Una bella carta da giocare sarà poi il Vertice G7 che si terrà dal 13 al 15 giugno a Borgo Egnazia in Puglia con la presenza dei leader dei principali Paesi dell’Occidente ospiti di Giorgia Meloni, presidente di turno del G7 fino al 31 dicembre 2024 visto che quest’anno la presidenza spetta all’Italia. Il confronto che avrà in particolare con Biden, con Macron e con Scholtz pochi giorni dopo i risultati del voto europeo rende quel Vertice particolarmente importante per gli orientamenti che verranno discussi e adottati. Così come la Meloni potrà giocare il jolly della presenza di papa Francesco a una delle sessioni più importanti del G7 sulla Intelligenza Artificiale: argomento complesso e poco strumentalizzabile visto l’approccio umanistico di papa Francesco, ma quello che importa davvero è e sarà la presenza per la prima volta di un papa a un vertice mondiale dei 7 Paesi più industrializzati su invito della presidente del Consiglio italiano che potrà vantare questo merito presso i suoi ospiti Illustri.

La posta in gioco: battere le destre
In un’Italia abitata da troppi sonnambuli, in un Europa troppo subalterna alle strategie statunitensi discernere chi si muove nella giusta direzione che sarebbe quella della pace, dell’integrazione politica sovranazionale, della transizione ecologica giusta, dell’accoglienza, è sempre più difficile. Eppure l’esercizio del voto comporta proprio questo: conoscere per deliberare, conoscere per dare forza a quei processi che potrebbero portare ad un Europa “modello” di giustizia ambientale e sociale, “modello” di accoglienza, ad un Europa attore internazionale orientato al multipolarismo e al multilateralismo e dunque al superamento della logica dei blocchi politico-militari contrapposti che con la guerra in Ucraina si stanno invece ricostruendo. L’idea di Europa unita viene da lontano ed è strettamente legata all’idea di pace, l’idea più nobile che l’Occidente europeo abbia mai concepito da Immanuel Kant in poi. I primi a proporre la formula degli Stati Uniti d’Europa furono nel 1848 Victor Hugo in Francia e Carlo Cattaneo in Italia. Formula e ideale ripresi da tanti fino ad arrivare al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Oggi c’è consapevolezza diffusa che non basta un generico europeismo perché può essere declinato in tanti modi persino contrapposti: Europa delle Patrie, Europa degli Stati nazionali, Europa delle regioni, Europa dei popoli e delle minoranze, Europa “Spazio Vitale”, Europa Fortezza, Europa Frontiera, Europa Cerniera, Europa “Potenza”, Europa “Modello”, Europa Comunità di destino, Stati Uniti d’Europa. In un bel libro “Il senso della storia” dedicato al contributo teorico che Francesco Rossolillo ha dato alla cultura federalista, il bivio nel processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa è rappresentato dall’alternativa tra Europa “potenza” ed Europa “modello”: modello di coesione sociale, di diritti, di convivenza e cooperazione tra i popoli. Francesco Rossolillo optava chiaramente perché l’unità europea in costruzione non scegliesse di essere la fotocopia della potenza statunitense come oggi sembra consigliare nel suo recentissimo Rapporto Mario Draghi. Purtroppo non solo nell’attuale scenario europeo le forze politiche di destra e di centrodestra inseguono il mito pericoloso dell’Europa “potenza” ma anche molte forze di centro e di centrosinistra sono ammaliate dall’idea che l’Europa politica si possa costruire attraverso il riarmo, il potenziamento dell’industria militare europea, la creazione di una Difesa Comune e addirittura di un esercito europeo da affiancare alla Nato. Sono su queste posizioni le correnti più moderate ed atlantiste del Pd e le piccole formazioni di centro raccolte attorno a Carlo Calenda e quelle raccolte attorno a Matteo Renzi ed Emma Bonino che addirittura si appropriano come lista del nome “Stati Uniti d’Europa”. Non so se si rendono conto della contraddizione in cui si sono infilati. E’ vero che la guerra in Ucraina continua e che la Russia di Putin non ha alcuna intenzione di ritirarsi dai territori del Donbass occupati illegalmente, ma è altrettanto vero che sposare la logica di potenza e il primato della forza militare nei rapporti internazionali non farà che indebolire nella U.E. il processo costituente federativo e invece alimentare e rafforzare vecchi e nuovi nazionalismi sia nel cuore dell’Europa che in tutta Europa e questi si opporranno alla riforma dei Trattati e a ogni cessione di sovranità.

Decalogo per un voto consapevole e coerente
Per rilanciare il processo di integrazione politica dell’Europa lo strumento da adottare non è quello del riarmo e dell’esercito europeo ma piuttosto quello di un ben più elevato grado di indipendenza geopolitica nello scenario internazionale e in politica estera. Da preferire con il voto sono dunque quei candidati e quelle forze che si dichiarano 1) alternative alle destre 2) impegnate nella riforma dei Trattati istitutivi della Unione Europea in senso federalista 3) a sostegno della inviolabilità dei diritti civili e della tutela rigorosa dei diritti sociali, delle garanzie costituzionali del pluralismo e delle minoranze 4) favorevoli ad un fisco comune e all’aumento del finanziamento del Bilancio europeo 5) contrarie ad un esercito europeo e all’aumento delle spese militari che vanno meglio coordinate 6) favorevoli all’autonomia strategica della U.E. intesa come politica estera comune indipendente e di pace impegnata nella costruzione di un ordine mondiale multipolare 7) a sostegno dell’accoglienza, del salvataggio in mare e del diritto di asilo escludendo la esternalizzazione dei confini della U.E. 8) favorevoli alla lotta ai cambiamenti climatici e alla transizione ecologica ed energetica giusta 9) a sostegno del ridimensionamento e della trasparenza del ruolo delle lobby a Bruxelles, del controllo del commercio internazionale delle armi e della critica alle banche che lo finanziano 10) favorevoli al rilancio dell’ONU, agli Accordi di riduzione bilanciata degli arsenali convenzionali e nucleari fino al Trattato di abolizione totale dell’arma nucleare.

Per quanto riguarda la riforma dei Trattati si tratta di riprendere quell’approccio che sposta dai Governi nazionali al Parlamento Europeo la dinamica riformatrice e lo investe del ruolo di motore politico del processo di integrazione facendo prevalere il metodo costituente rispetto al metodo intergovernativo. E questo perché in questi decenni è cresciuta da parte degli Stati membri dell’Unione Europea la volontà di mantenere porzioni importanti di sovranità politica a livello nazionale invece di condividerli a livello sovranazionale come accade in tutti i grandi Stati federali. Si è arrivati così al paradosso che mentre in politica estera e sul piano militare gli Stati nazionali della U.E. delegano di fatto agli Stati Uniti e alla Nato i propri orientamenti strategici fino ad una subalternità tale che umilia e riduce al lumicino la loro stessa sovranità nazionale, al contrario i risorgenti nazionalismi propugnano l’imbroglio di una illusoria e penosa autarchia degli Stati europei rifiutando politiche condivise su fisco, farmaci, immigrazione e indebolendo quelle esistenti su diritti delle donne e del lavoro, transizione ecologica, agricoltura.

Non è per nulla scontato che il prossimo Parlamento europeo si farà carico del ruolo di Parlamento costituente e riuscirà a convincere i Governi dei 27 Stati dell’Unione ad accettare la strada della “Convenzione” per modificare i Trattati : Convenzione che prevede il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali, delle Regioni e di rappresentanze della società civile, dunque un dibattito pubblico europeo sulle riforme da adottare alternativo a decisioni di tipo tecnocratico nel chiuso delle stanze del potere. Questa è una delle poste in gioco più rilevanti se non la più rilevante: per procedere in questa direzione occorre che l’area, il sentimento, la cultura federalista prevalgano nel voto europeo su quella nazionalista.

Pace-federalismo: nesso inscindibile
In molte forze progressiste in Italia e in Europa si sta attenuando la consapevolezza del nesso inscindibile tra pace e federalismo o se si preferisce tra federalismo e pace. La cosa risulta evidente quando si parla a fondo di Difesa Comune europea e di Autonomia Strategica della Unione Europea. Giusto e opportuno inserire nei testi ufficiali proposti per la modifica dei Trattati questi due concetti che sono anche competenze e compiti della futura auspicabile Unione Europea riformata. Ma l’errore strategico è ridurli al solo terreno militare, anzi confondendo mezzi e fini si rischia addirittura di sostenere che la finalità sia quella di arrivare per l’Unione Europea ad una netta superiorità militare e tecnologica rispetto alle potenze considerate rivali o nemiche come la Russia o l’Iran e domani la Cina. Da qui la prevalenza data al potenziamento dell’industria militare europea rispetto agli investimenti per il Welfare e la coesione sociale. Da qui l’idea di inventare la figura di Commissario all’industria militare europea o addirittura quello di Commissario alla Difesa europea sottraendola al campo di competenza della politica estera e dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza (PESC e PSDC). Da qui l’idea che la Difesa Comune possa essere meglio assicurata non tanto dal rafforzamento dei 27 eserciti nazionali da parte dei 27 Stati che compongono la U.E. quanto da un vero e proprio Esercito europeo che sarebbe un deterrente molto più convincente nei confronti dell’espansionismo russo e in seguito alla “tendenza ormai strutturale degli Stati Uniti a un disimpegno militare in Europa”. Quando questa impostazione la si ritrova nell’editoriale della rivista federalista “L’Unità Europea” n. 1 del 2024 significa non solo che la confusione è grande sotto il cielo ma che una parte significativa delle elite borghesi italiane ed europee si è convertita alla dottrina “Si vis pacem para bellum”: se vuoi la pace, prepara la guerra. Naturalmente questa conversione non è stata repentina. E’ conseguenza dell’indebolimento delle sinistre in Italia e in Europa; è conseguenza della crisi dell’internazionalismo e dei movimenti pacifisti; è conseguenza dell’affermarsi di una cultura geopolitica che sposa la tesi americana del brusco risveglio dell’Europa dall’illusione di essere entrata dopo il crollo del muro di Berlino in una “fase post-storica “, in una sorta di paradiso in terra. Tesi cavalcata dai neocon statunitensi contrari ad una Unione europea indipendente e sovrana che, per altro, ha subito le stesse sofferenze e contraddizioni degli Sati Uniti per quanto riguarda globalizzazione, terrorismo di matrice islamista, improvvido coinvolgimento militare in Afghanistan e in Iraq, guerra nei Balcani, guerra all’Isis, fallimento delle Primavere arabe, guerra e instabilità in Libia per citare gli eventi storici più duri.
Alle sirene belliciste, agli europeisti liberisti tipo Macron in Francia e Tusk in Polonia pronti a entrare in guerra, ai tecnocrati atlantisti tipo Mario Draghi di cui oggi si può meglio capire il senso della sua Agenda, si deve rispondere approntando un Progetto di integrazione politica dell’Europa ispirato al principio “Si vis pacem, para pacem”: se vuoi la pace, prepara la pace. E’ un’altra strada, più stretta e più difficile, ma l’unica in grado di recuperare il meglio dell’elaborazione federalista, salvare e attualizzare le fondamenta della civiltà occidentale che sono la costituzionalizzazione dei diritti universali e della stessa vita democratica dei popoli.

L’Europa non è mai uscita dalla storia
Se andiamo in profondità nell’individuare e analizzare i valori che sono alla base della nascita dell’Unione Europea ritroviamo indissolubile il nesso federalismo-pace. Adottare anche oggi questo nesso è indispensabile per ritrovare la rotta che i conflitti in corso nel cuore dell’Europa e in Medio Oriente ci stanno facendo perdere. In realtà, visto che l’Europa non è mai uscita dalla storia, la prima grossa crisi si è già avuta con la tensione irrisolta tra “approfondimento” e “allargamento” lucidamente denunciata da Jacques Delors dopo la caduta del Muro e con la guerra nella ex Jugoslavia. Successivamente è stata la globalizzazione con le sue crisi finanziarie ed economiche importate in Europa a segnare preoccupanti momenti di stallo. E poi la Brexit. E poi ancora il fenomeno migratorio sempre più significativo nel suo impatto culturale, civile e religioso ha fatto emergere grosse crepe e divisioni.
Ma quali sono questi valori, almeno quelli fondativi, e quale rotta avevano prefigurato? Il progetto di costruzione dell’attuale Europa è il processo di costruzione dell’Unità politica dell’Europa attraverso diverse tappe: fallito il primo tentativo di partire subito dall’unificazione politica si è ripiegato sul percorso lungo e graduale di procedere prima con l’unificazione del mercato e, in prospettiva, di creare una cittadinanza europea e una società europea attraverso la riforma delle Istituzioni europee, magari adottando anche una Costituzione. Dunque l’obiettivo è da sempre quello di un’Europa unita istituzionalmente come Federazione di Stati, con un proprio Governo europeo in grado di confrontarsi alla pari sullo scenario mondiale con gli “imperi” in atto o in divenire: Stati Uniti e Cina prima di tutto. Diversi Trattati fondativi hanno trasformato negli anni la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio in Comunità Economica Europea e poi in Comunità Europea e, infine, in Unione Europea ma il percorso per completare l’integrazione politica non è ancora concluso e, anzi, non è per niente assicurato visto che in questi ultimi anni ci condiziona negativamente la crescente disunità del mondo.
I nodi irrisolti sono gli stessi dell’inizio del percorso e riemergono in forme nuove e aggravati: guerra invece di pace, nazionalismo invece di federalismo, sovranismo invece di cosmopolitismo. Naturalmente gli arretramenti in corso in Unione Europea possono essere spiegati e in parte giustificati dalla fase storica che stiamo vivendo con il ritorno sullo scenario mondiale delle logiche di potenza al posto del Diritto internazionale. Ma il fatto drammatico è che gli Stati che compongono l’Unione Europea sembrano assuefarsi a questa deriva militarista come se le due guerre mondiali nel cuore dell’Europa non avessero insegnato nulla. Anzi, l’unico insegnamento sembra quello della corsa al riarmo e della deterrenza nucleare e convenzionale.

Riprendere allora il valore del federalismo come europeismo forte significa recuperare l’impulso indispensabile per il rilancio non solo del progetto di integrazione politica dell’Europa ma per caratterizzarne la sua natura di potenza civile di pace. Il nesso pace-federalismo sta nella linea di pensiero che va da Kant a Kelsen con il primato del Diritto internazionale a tutela dell’universalità dei diritti umani. Sta nel progetto di Altiero Spinelli che è opportuno mettere a confronto con l’altro grande europeista Jean Monnet, il vero ispiratore della Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 che segna l’avvio del processo ancora in corso. Spinelli e Monnet: entrambi consapevoli del pericolo mortale rappresentato dai nazionalismi, entrambi convinti che il sistema pace va costruito superando gli Stati nazionali come potere assoluto, divisi nel metodo da perseguire per arrivare ad una sovranità sovranazionale condivisa degli Stati Uniti d’Europa.









