Quello che non convince in questa campagna elettorale, non solo in Italia, ma nei 27 Paesi dell’Unione Europea è la troppa genericità con la quale si affronta la piega più grande che sta prendendo la guerra in Ucraina. Genericità per non dire distorsione del racconto e nascondimento della gravità delle scelte che stanno operando i veri decisori a livello sovranazionale mentre la maggioranza delle forze politiche affrontano il dilemma pace-guerra in modo subalterno e in termini spesso propagandistici , senza andare a fondo del problema anche quando esprimono posizioni diverse o quando risentono della diversa percezione che della situazione sta maturando nei diversi contesti nazionali, a seconda che si trovino più o meno vicini al conflitto.

E’ comprensibile che Italia, Spagna, Portogallo percepiscano la guerra tra Russia e Ucraina più distante di quanto l’avvertano Polonia e Paesi baltici, senza contare il peso che su quelle popolazioni e sulle loro Istituzioni ha la storia recente e passata. E’anche così che si spiega la fretta con cui Finlandia e Svezia sono entrate nella Nato abbandonando la loro posizione di neutralità.
Ma volenti o nolenti a unificare il contesto dei 27 Paesi sta proprio l’Istituzione dell’Unione Europea di cui fanno parte e, ancora di più, la “guerra per delega” decisa dalla Nato e dagli Stati Uniti che ha trasformato di fatto tutti i Paesi europei in Stati cobelligeranti.
Queste sono scelte già avvenute, da cui l’Italia non ha saputo o non ha potuto svincolarsi, mentre sta già avvenendo in modo condiviso una nuova corsa al riarmo europeo e l’avvio di forti finanziamenti pubblici e privati per una industria militare europea in chiave sia difensiva che offensiva. Fornire armi all’esercito ucraino è stata ed è dunque solo una parte di questa escalation più complessiva. Infatti quello che ufficialmente viene sostenuto come obiettivo strategico dalla Commissione Europea e dal Consiglio europeo non è soltanto quello di potenziare la maggiore produzione di armi da fornire all’Ucraina ma è cogliere l’occasione per armare in modo più forte e tecnologicamente avanzato la stessa Unione Europea. Questo è il passaggio che non è ancora stato colto del tutto come qualitativamente nuovo, rilevante e preoccupante. E questo passaggio si chiama “economia di guerra” su scala europea per fare dell’Unione Europea una “Potenza”: una potenza militare e non più un modello di coesione sociale e progresso civile. Una potenza “Frontiera” più chiusa ai migranti ed ecco perché si profilano nuovi equilibri dopo le elezioni europee che possano comprendere nella nuova maggioranza il Gruppo dei Conservatori europei guidato da Giorgia Meloni.
Non sembra cogliere questa deriva il PD che ancora pensa di galleggiare sulle proprie ambiguità evitando di affrontare le evidenti divisioni interne sia nel gruppo dirigente italiano – si vedano le posizioni riarmiste favorevoli non solo alla Difesa Comune Europea ma addirittura alla “Deterrenza Nucleare” sostenuta al convegno di Milano dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini e dal candidato PD all’Europarlamento Giorgio Gori – sia nella stessa famiglia politica europea di cui fa parte: quella dei socialisti e democratici. Si vedano le difficoltà in cui si dibatte il Governo tedesco guidato dal cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz che, da un lato, ha abbandonato la Ostpolitik e sposato la causa del riarmo e del sostegno militare non solo finanziario all’Ucraina fortemente voluto dagli alleati Verdi e dai moderati del suo stesso partito, dall’altro resiste alle pressioni statunitensi, francesi e inglesi perché conceda a Zelensky l’utilizzo dei missili Taurus capaci di una gittata di 500 km.
Finora l’esercito ucraino ha potuto disporre di missili di minore gittata, i missili britannici Storm Shadow e missili francesi Scalp, in grado di colpire obiettivi militari russi ma non in profondità e dunque solo nell’aree del Donbass e non molto oltre i confini dell’Ucraina nell’area russa di Belgorod.

Stoltenberg: colpire la Russia in profondità
Per contenere la lenta avanzata russa verso Kharkiv il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha posto con forza la questione di poter colpire la Russia in profondità e dunque nel suo territorio: solo così si potrebbero rovesciare le sorti di un conflitto armato che vede attualmente prevalere l’esercito di Putin, anche se i suoi morti sarebbero già oltre 400.000. Una mossa di questo tipo non viene fatta da Stoltenberg, tra l’altro a fine mandato, se non c’è il consenso pieno degli Stati Uniti e del Pentagono e se non si inserisce in una strategia politico-militare complessiva e di lungo periodo: la guerra deve continuare e la Russia di Putin non deve vincerla. Anzi deve perderla!
Cadono così tutte le ambiguità di chi politicamente ha giustificato la continuazione della guerra e non ha sostenuto la soluzione politica negoziale, possibile già a Istanbul nel primo mese del conflitto, quando l’invasione di Putin aveva fallito il suo obiettivo più ambizioso, la conquista di Kiev. Non siamo in presenza di una “guerra giusta” perché le guerre giuste in epoca nucleare non esistono più; siamo in presenza di una guerra di legittima difesa da parte dell’Ucraina invasa e di una guerra illegittima da parte della Russia invasore, ma appunto da affrontare entrambe e risolvere attraverso la soluzione politica e la mediazione tra le parti in conflitto e non da trasformare in qualcosa di più grande e più esteso, come invece sta accadendo.
Purtroppo la soluzione politica è proprio quella che continua ad essere rinviata non solo da Zelensky ma da gran parte degli Stati europei e dagli stessi Stati Uniti. Rinviata a quando?
La risposta che viene data da Stoltenberg, da Biden, dalla Polonia, dai Paesi nordici, dalla von der Leyen e da Josep Borrell della Commissione europea, soprattutto dal governo inglese e dal presidente francese Macron è la seguente: si potrà trattare solo quando saranno cambiati i rapporti di forza a favore dell’Ucraina e dell’Occidente. Dunque avanti con l’escalation militare, avanti con armamenti in grado di colpire in profondità la Russia fin dentro il suo territorio.

Una guerra costituente?
Ha ragione Lucio Caracciolo direttore di Limes quando parla di “guerre della transizione egemonica” e le colloca dentro la crisi del vecchio ordine internazionale che non ha più negli Stati Uniti il garante e gendarme degli equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali e vede il suo unilateralismo egemonico annaspare e ridursi a condizionare e ristrutturare il solo Occidente.
Giustamente si parla di mondo multipolare in via di assestamento ma al momento i nuovi poli cioè i nuovi attori emergenti sulla scena internazionale non hanno ancora consolidato né rapporti né equilibri né accordi di reciproco riconoscimento dentro un sistema di reale convivenza. Anzi, nel nuovo secolo è cresciuto il disordine ed è ripresa una competizione senza fine sempre più dura e sempre più affidata ai rapporti di forza, dunque al diritto della forza piuttosto che alla forza del diritto.
E’ in questo quadro di disunità crescente del mondo e di crisi, prima del bipolarismo Usa-Urss e poi dell’unilateralismo statunitense, che sono aumentati i conflitti in tante aree del pianeta e sono addirittura avvampati con maggiore violenza prima in Medio Oriente e adesso nel cuore dell’Europa.
Per questo tipo di guerra il politologo e geopolitico Luigi Bonanate ha adottato la definizione di “guerra costituente” perché finalizzata comunque a determinare o a contribuire a determinare un nuovo ordine tra gli Stati e tra le forze in campo, indipendentemente dal fatto che si possano creare nuove disparità e ingiustizie. Una ragione in più perché ci rendiamo conto che la guerra in Ucraina non è una semplice parentesi dentro la storia dell’Europe e del suo futuro, nulla sarà come prima. Così anche la guerra che Israele muove non solo contro Hamas ma contro il popolo palestinese come fosse uno Stato, e purtroppo non lo è ancora, cambia la situazione complessiva in tutto il Medio Oriente. Sono guerre costituenti di una nuova e diversa gerarchia mondiale e noi ne siamo ben più che spettatori, complici.
Secondo Adolfo Pepe, già docente di geopolitica e geoeconomia e già direttore della Fondazione Di Vittorio, siamo in presenza di una guerra senza fine che rischia di cambiare la natura dell’Europa ma al momento ancora circoscritta e che comunque ha poco a che fare con le supposte ambizioni imperiali di Putin perché l’autocrate di Mosca non avrebbe né l’intenzione né sarebbe in grado di sostenere una guerra contro la Nato invadendo i Paesi baltici. E’ la propaganda europea che si inventa le megalomanie imperiali di Putin per giustificare il proprio riarmo e fabbricare la figura del nemico irrecuperabile e una contrapposizione frontale senza possibilità di soluzione che non sia militare. Già oggi i 27 paesi dell’Unione Europea dispongono di una forza militare convenzionale 3 volte superiore a quella russa e con gli arsenali nucleari della Nato possono competere in deterrenza con l’arsenale nucleare russo senza alcuno stato di inferiorità. Piuttosto è la scarsa intelligenza e scarsa autonomia politica dell’Unione Europea a rischiare oggi di prolungare e allargare il conflitto quando si poteva evitarlo affrontando i nodi irrisolti esplosi nel 2014 con la vittoria dei filooccidentali a Maidan, da un lato, e la secessione della Crimea e di parte del Donbass, dall’altro.
L’allargamento della Nato nell’Est europeo è stato programmato e gestito malissimo, secondo Pepe. Adesso il conflitto si allargherà coinvolgendo più direttamente gli Stati europei ma con una differenza rispetto al passato: gli Stati Uniti non intendono essere coinvolti direttamente nello scontro militare con la Russia, toccherà farlo alla Nato europea senza invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Nord Atlantica. Insomma gli Stati Uniti, sia resti Biden a guidarli sia arrivi Trump, addossano l’onere dello scontro militare diretto con la Russia agli Stati dell’Unione europea più la Gran Bretagna. Loro ne vogliono stare formalmente e giuridicamente fuori così da evitare che il conflitto diventi mondiale. Ma conflitto ci deve essere e deve essere assunto dagli Stati Europei: così si forgerà la loro nuova natura di potenza.

Europa para bellum
Mentre le opinioni pubbliche sono ancora convinte che viviamo all’interno dei confini dell’Unione Europea in una situazione condizionata economicamente dalla guerra ma ancora lontana dal coinvolgimento nella guerra, mentre la maggioranza dei 27 Governi europei rassicura le proprie popolazioni che non verranno coinvolte nel conflitto, Governi e Istituzioni europee hanno già imboccato la vecchia strada di “Si vis pacem para bellum”: se vuoi la pace, prepara la guerra. In termini più moderni “se vuoi la pace, devi prevalere con la tua forza di deterrenza”.
Ormai ci sono prove evidenti che lo sviluppo del conflitto dovrà correre sui binari della maggiore deterrenza con il fine di contenere se non ricacciare l’offensiva russa. Ce lo dice il protagonismo militarista di Macron che si candida a guidare la controffensiva militare europea dicendosi pronto a inviare truppe francesi sul campo a dar manforte all’esercito ucraino in difficoltà per carenza di mezzi e di uomini. Ce lo conferma il capo del governo polacco Tusk che ci avverte di prepararci alla idea della guerra da combattere nei prossimi anni perché il tempo della pace in Europa è finito. Lo ribadisce la ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock nell’annunciare che nella capitale Berlino in questo giugno verrà organizzata la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina come investimento a lungo termine dell’Unione Europea senza aspettare nessuna Conferenza di pace e, anzi, sottolineando che l’Ucraina ha urgente bisogno di potenziare le sue difese aeree e la sua capacità aerea. Capacità aerea anche offensiva appena rafforzata in questi giorni dal governo belga che si è impegnato a consegnare 30 cacciabombardieri F16 all’Ucraina entro il 2028 ma i primi entreranno in azione nei cieli già entro quest’anno.
E il Parlamento europeo, anche se in scadenza, cosa ha proposto in questo scenario di guerra possibile e ravvicinata? Oltre ad un ennesimo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia, ha adottato a maggioranza, compresa una gran parte delle forze progressiste, un testo di Riforma dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea tutto incentrato sull’”Autonomia Strategica” intesa come potenziamento dell’industria militare europea, militarizzazione della sicurezza, Difesa Comune Europea, esercito europeo. Nessun cenno ad una autonomia strategica in Politica estera. Insomma l’unità politica dell’Europa e la sua autonomia si dovrebbero costruire sulle armi scimmiottando il processo fallito nel 1954 della CED, Comunità europea di difesa, che allora avrebbe potuto fare da battistrada all’integrazione politica di tipo federale del primo nucleo di Stati europei. Allora, ma non oggi che gli Stati dell’Unione sono passati da 6 a 27. Allora, ma non oggi che il mondo sempre più policentrico richiede una politica estera europea che non sia prigioniera di un blocco politico-militare che ne riduce l’autonomia. Allora, ma non oggi che la crisi della nostra civiltà occidentale si è approfondita e si ripercuote sulla tenuta delle nostre democrazie mentre il liberalismo da solo non riesce più a rivitalizzarle. Puntare oggi sul riarmo e sull’esercito europeo, sulla creazione di un Commissario europeo alla Difesa Comune o all’industria militare europea come traino dell’integrazione politica significa consegnare le chiavi della pace e della guerra all’alta tecnocrazia militare mentre il “deficit democratico” delle attuali istituzioni europee andrebbe colmato in un altro modo: con un approccio e una cultura federalista di pace e non di riarmo.
In questo contesto dove tutto spinge a togliere veti all’Ucraina per l’attacco missilistico da portare in profondità in territorio russo, in questo contesto dove la dottrina strategica militare degli Stati Uniti è la “Deterrenza Nucleare Estesa”, estesa ai Paesi Europei aderenti alla Nato, è ovvio che qualche contraddizione esploda. E’ il caso del candidato indipendente nel Pd Marco Tarquinio che afferma: “Se le alleanze non servono la pace e da difensive diventano offensive vanno sciolte. Sciogliamo la Nato. Non si può fare in un giorno ma va fatto. Va costruita un’alleanza nuova e tra pari tra Europa e America”.
Parole sacrosante e coerenti con la logica pacifista anche se l’ex direttore di Avvenire avrebbe potuto trovare ospitalità come candidato in liste più coerenti con le sue idee, nella Lista di Michele Santoro “Pace Terra Dignità” oppure in quella di Sinistra Italiana Verdi. Persino nella Lista del M5Stelle avrebbe avuto maggiore comprensione anche se il Movimento di Conte sta subendo da tempo l’ostracismo dagli establishment nazionali ed europei: da qui la sua difficoltà di affiliazione alle attuali famiglie politiche europee.
La reazione alla posizione di Tarquinio da parte del gruppo dirigente del PD è imbarazzante. Il giovane Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico, sentenzia: “La posizione sulla politica estera la esprime il partito, Tarquinio è un candidato indipendente. Ricordo che la questione della Nato la sinistra italiana l’ha risolta con Berlinguer negli anni ‘70”.

Peppe Provenzano ricorda male e ragiona addirittura peggio, non solo perché è passato mezzo secolo, non solo perché la Russia di Putin non è l’Unione sovietica degli anni di Berlinguer, ma perché la visione internazionale di Enrico Berlinguer mirava a superare la logica dei blocchi politico-militare contrapposti: dentro la Nato, sotto l’ombrello della Nato ma per avviare politiche di disarmo bilanciato sia ad Est che ad Ovest. L’impegno e la mobilitazione per la contemporanea riduzione degli euromissili della Nato e degli SS20 sovietici ne è la testimonianza più forte e appartiene ai primi anni ’80. Altro che “la questione della Nato la sinistra l’ha risolta con Berlinguer negli anni ‘70”!
Il fatto grave è che parte della sinistra dagli anni della mobilitazione per Comiso ad oggi ha indebolito se non perduto una cultura della pace e per la pace. O meglio l’ha banalizzata e data per scontata illudendosi che con la caduta del Muro il mondo si sarebbe pacificato e unificato. Non è andata così.
Il Manifesto 2024 dell’Arena per la pace di Verona ci ricorda che “la pace non è solo assenza di guerra: è disarmo, democrazia, giustizia, diritti, cura della casa comune”. In altri termini la pace è un sistema alternativo al sistema guerra: è una costruzione sociale, culturale, economica, giuridica, politica e istituzionale.
Dunque la pace è un principio costituzionale, costitutivo e costituente. Costituzionale perché tutta la prima parte della nostra Costituzione nata dalla Resistenza è per il ripudio della guerra, è per la sovranità popolare che non permette subalternità a oligarchie o a potenze esterne, è per cooperazioni internazionali in condizioni di pari dignità e reciprocità. La pace è poi costitutiva dell’universalità e della tutela dei diritti umani, di tutte le politiche che includono invece di escludere, che combattono ed eliminano in tutte le sue forme la violenza e le sue cause. Il principio pace è poi costituente di un modello di economia e di società senza sfruttamento di esseri umani e della natura, costituente di un sistema internazionale e di una convivenza dei popoli e delle minoranze basata sui diritti di libertà, autodeterminazione, pluralismo culturale e religioso.
E’ questa idea complessa e sistemica di pace che manca a quella parte della sinistra che si è omologata con il neoliberismo, con il realismo in politica estera per cui si accetta che sia il più forte a dettare le regole. Sia chiaro, da parte nostra nessuna simpatia per le forze di destra e di centro destra che stanno approfittando della debolezza e della divisione delle forze progressiste. Attorno alla Presidente Giorgia Meloni e alla sua coalizione si sta aggregando una serie ampia di forze economiche e sociali che sono nazionaliste, populiste, razziste e reazionarie: una sorta di nuova Vandea che sollecita e fa emergere i peggiori istinti presenti nelle viscere della società.
Per questo le forze progressiste in Italia e in Europa dovrebbero trovare ragioni e obiettivi di convergenza strategica su basi valoriali forti e sulla prospettiva della pace come principio costituente anche della loro auspicabile alleanza.

La deterrenza non è pace
Un tema che va affrontato con coraggio e lungimiranza è quello della Difesa Comune Europea e della Politica Estera e della Sicurezza Comune che non vanno separate. Su questo terreno sono più coerenti le posizioni di Michele Santoro, del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italiana e Verdi. E’ il PD della Schlein che deve superare l’iperatlantismo di molti suoi esponenti, il realismo cinico e il moderatismo opportunista del renzismo e del suo lascito per sposare le tesi di un altro modo di intendere e praticare le Alleanze politiche e militari a livello internazionale. In fondo è questo il problema sollevato da Marco Tarquinio che non rinnega la collocazione occidentale dell’Italia e dell’Unione Europea ma pone la questione delle finalità: la Nato al servizio della pace o della guerra?
E allora va affrontata seriamente la questione della principale dottrina che guida il riarmo e che sottrae enormi risorse al Welfare dei popoli nei Paesi ricchi e ai bisogni elementari dei popoli nei Paesi poveri: quella della deterrenza. La Deterrenza convenzionale e la Deterrenza nucleare fanno parte delle logiche di guerra e del primato della forza: l’idea è che più sono forte militarmente, più sono in grado di incutere rispetto e imporre le mie scelte; più dispongo di armi nucleari potenti e capaci di distruggere in tempi strettissimi le infrastrutture del nemico, più il nemico ci penserà due volte prima di sferrare il primo colpo. Da qui l’importanza della distanza che intercorre tra i missili in partenza e gli obiettivi del nemico da colpire: più la distanza è ravvicinata, più i missili da crociera raggiungono l’obiettivo con rapidità ed efficacia, più i tempi di reazione del nemico sia per difendersi sia per contrattaccare sono stretti. Insomma più la Nato si avvicina ai confini russi, più la capacità di deterrenza cioè di intimidazione aumenta e più la Russia indebolisce la sua capacità di reazione efficace. Dunque la Deterrenza servirebbe come strumento di dissuasione e di contenimento dell’avversario ma dal momento che ciascuno cerca di superare l’altro in dispiegamento di forza si trasforma in una spirale di riarmo senza fine che le Grandi Potenze rincorrono rischiando di alzare progressivamente il livello di quello che è stato chiamato “equilibrio del terrore”. Ma allora si pone la domanda: fino a che livello deve arrivare la corsa al riarmo nucleare? E chi decide l’equilibrio del terrore e l’equilibrio della potenza tra le testate nucleari in continuo aggiornamento tecnologico?
Giustamente l’ONU ha tentato di uscire da questa logica e ha promosso il Trattato di Proibizione di tutte le armi nucleari, TPNW. Trattato che la maggioranza dei Paesi del Sud del mondo ha approvato ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021 senza i Paesi Nato e senza i 9 Stati che detengono l’arma nucleare.
L’Italia, che partecipa alla politica di deterrenza nucleare della Nato attraverso la condivisione – nuclear sharing – della pianificazione e dell’uso delle armi nucleari tattiche e strategiche e delle basi di Ghedi e di Aviano, pavidamente ha obbedito alle logiche di totale subalternità al Pentagono. Nemmeno ha osato partecipare come “osservatore” alle riunioni del Trattato aperte a tutti. Insomma in questi anni le nostre Istituzioni rappresentative e i nostri Governi hanno interiorizzato tranquillamente l’idea che siamo e dobbiamo continuare ad essere un Paese a sovranità limitata.
Adesso che i venti di guerra spirano sempre più forti in Europa, le logiche di pace dovrebbero prendere l’iniziativa e affermare l’urgenza della finalità del disarmo, del disarmo bilanciato sia convenzionale che nucleare. Almeno una riduzione degli armamenti progressiva, concordata e bilanciata tra tutti gli attori, compresi quelli che detengono l’arma nucleare.
Il negoziato da aprire per una soluzione politica del conflitto in Ucraina dovrebbe servire anche a questo: non solo a garantire la ricostruzione del Paese e la sua sicurezza, non solo ad accelerare il suo ingresso nell’Unione Europea, non solo a concordare lo statuto dei territori e delle popolazioni che vivono nel Donbass ma a ridefinire in termini nuovi e vincolanti gli Accordi internazionali sui missili a corto e medio raggio – Trattato INF – e quelli sui missili balistici intercontinentali fatti decadere sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. In particolare il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) riguarda anche la situazione della sicurezza nucleare in Europa rimasta la più esposta e senza più garanzie reciproche dal 2019. E in questi 5 anni nessuno ha mosso un dito!
Invece di preoccuparci di ricostruire le condizioni per uscire dalla logica del reciproco ricatto nucleare con la Russia, invece di neutralizzare progressivamente la minaccia atomica sostituendo la Deterrenza con un Accordo sul reciproco controllo degli arsenali nucleari fino a ridurli del tutto, scegliamo di diventare come Unione Europea più potenti e più pericolosi per i nostri vicini. Così stiamo utilizzando l’Ucraina e continuiamo a sacrificare migliaia di loro soldati al fronte per giustificare la trasformazione dell’Unione Europea in grande potenza militare da affiancare a quella degli Stati Uniti. Stati Uniti sempre più intenzionati a disimpegnarsi da noi perché ormai la Nato è una Nato globale e l’Alleanza Atlantica deve estendersi all’Indo-pacifico e misurarsi con altri fronti sempre più caldi: la Cina prima di tutto.









