Le elezioni europee dell’8 e 9 giugno 2024 non stanno occupando la scena mediatica e, a quanto si percepisce, neppure la mente degli elettori.

Da troppo tempo le elezioni politiche vengono vissute come un passaggio privo di significato per chi vota e subentra la coscienza dell’incapacità della politica di mutare le vite, di risolvere i problemi quotidiani, di fornire un orizzonte a quell’eterno presente che si confonde con il futuro prossimo.

Ma è proprio così?

In realtà ci sono due correnti che attraversano lo stesso mare, quello degli elettori: l’una che capisce che il potere si regge sui voti e fa di tutto per conquistare quel potere, anche nel dire una cosa e di negarla il giorno successivo, l’altra che è via via scivolata in una sorta di indifferenza dove le sembra che il potere non la riguardi e che, con fatica o in allegria, prosegue la propria vita staccata dalla politica.

Quindi la questione centrale è il potere, come esso viene esercitato, quali sono le libertà che esso sottrae e infine, quali interessi esso serve.

E il potere ha ancora una rilevanza fondamentale per concludere, per esempio, la guerra, per assicurare che i cittadini di uno Stato oppure di un continente, possano avere un benessere incrementante, può far sì che le disuguaglianze, le ingiustizie non siano la pratica quotidiana ma una eccezione.

Per ciò votare è dare potere a una parte o ad alcuni che potranno perseguire l’idea di una società fatta di privilegi oppure ad altri che tentano di costruire faticosamente una società di eguali, dove la pace sia la norma e la guerra venga evitata dalla diplomazia.

Però ci sono anche quelli che non votano e che paradossalmente pensano che il loro rifiuto di partecipare sia un giudizio severo, una sorta di cipiglio che pesa sulla gestione del potere.

In realtà la minoranza che poi si sentirà legittimata ad assumere decisioni per tutti, lucrerà proprio su questa assenza di espressione, su questa mancata partecipazione, ritenendosi legittimata a dire “noi siamo tutti” anche quelli che non credono più nella forza di cambiamento che dovrebbe esprimere la politica.

Quel cambiamento comunque ci sarà e il segno che esso assumerà, dipenderà dal consenso ricevuto, non dall’assenza di una espressione di voto.

Pensiamo all’Europa, a come essa sta mutando.

È evidente che il mondo sta accelerando il mutamento degli equilibri tra le “potenze” e che l’Europa è al servizio di un cambiamento che si organizza altrove. La presenza di una guerra terribile che non è a alle porte di casa, ma è dentro casa, il dopo pandemia, il cambiamento tecnologico epocale, l’intelligenza artificiale, la potenza di calcolo, la nuova distribuzione della produzione di beni nel mondo, la questione climatica, tutto questo e altro mette l’Europa davanti al suo ruolo nel mondo che muta.

E questo mutamento lo stanno vivendo le generazioni che non hanno conosciuto la seconda guerra mondiale, che hanno vissuto per oltre settant’anni all’interno di un benessere crescente che ha permesso la nascita di un welfare generalizzato e che ha consentito all’ascensore sociale di funzionare a lungo, portando quelle che erano le classi reiette della società ad avere una speranza di riscatto.

Orbene, la situazione crisi europea ha una risposta di destra che punta su una decrescita dell’Europa come confederazione di Stati e al prevalere dei nazionalismi.

È una destra che scompone da sé stessa le parti meno accettabili e si ricompone in una sorta di marmellata che propugna vecchie parole d’ordine come “famiglia”,“religione”, “differenza”,“identità”, tutte coniugate in un ambito ristretto, tutte divisive, che rendono il cittadino italiano diverso dal francese, dal tedesco, dallo spagnolo e così via. Sempre meno europei e verso un’idea ottocentesca delle nazioni e delle frontiere.

Questa destra è attrattiva perché illude che sia possibile avere, in un mondo globalizzato, la forza del singolo Stato come prevalente su quello degli altri. La presunzione dei ”pupi” che credono di essere “pupari”.

E l’elemento unificante non è quello di una nuova Europa intesa come potenza culturale, ideale, un esempio per il mondo, ma piuttosto quello dell’Europa chiusa nei nazionalismi che veicolano l’idea che la guerra, non la potenza della pace, sia un fattore economico che risolve i problemi delle persone.

Nel concetto di nemico si mette insieme questa nuova destra di ben pensanti o di mal pensanti che individua nell’industria militare il motore per la propria manifattura, il luogo di crescita delle intelligenze, l’idealità in grado di infiammare vecchie e nuove generazioni.

Cose già viste, i cui effetti sono stati devastanti.

Quando alla forza della diplomazia si sostituisce la punta delle baionette avviene una sorta di annientamento della realtà.

C’è un fronte dove le persone combattono e muoiono senza saperne il motivo vero e ci sono le retrovie in cui la vita continua come prima, come vi fosse la possibilità che quel potere di cui si parlava all’inizio avesse la capacità di assegnare ad alcuni la vita tranquilla mentre ad altri potesse toglierne la speranza senza che questo non comportasse la chiusura del futuro dei singoli e della società tutta.

A tutto questo come risponde la sinistra divisa, frantumata?

C’è un richiamo forte a valori comuni in grado di infrangere il muro che si sta ergendo tra le persone nel nostro paese e negli altri paesi europei?

C’è il richiamo potente all’unità su quel comune sentire che è ancora intatto per quanto riguarda la sua realizzazione e che si chiama eguaglianza, pace, giustizia, solidarietà?

C’è un messaggio che arrivi a chi ogni giorno fatica per dare un senso positivo alla propria vita, che gli possa dire “guarda che stiamo pensando a te, stiamo lavorando per te, cerchiamo di ricostruire una società migliore che ti riguarda”?

Perché se questo messaggio c’è, esso ha il potere di abbattere i muri e raggiungere le persone, per questo si deve risolvere una contraddizione, mai come oggi così evidente per le nostre generazioni: la sinistra non può essere divisa nei diritti dei singoli e collettivi, non può dividersi sull’idea di umanità, non può non considerare la pace come bene supremo, non può pensare che l’industria bellica sia il motore dello sviluppo, non può non farsi carico della diseguaglianza.

Tutto quello che ostacola questi temi vitali per l’umanità, e che una guerra atomica spazzerebbe via assieme ad essa, non è sopravvivenza, ma dev’essere rimosso a favore di una visione del futuro che cambia il mondo e che si riconcilia con esso.

È difficile certo, perché bisogna mettere da parte gli egoismi, i destini personali, ma possiamo noi, che ci sentiamo sinistra, pensare che l’avversario politico, ovvero questa destra così pervasiva nella società, nelle intelligenze ed ora nella cultura, possa essere più forte di noi?

Perché se lo pensiamo, se non ci uniamo, se non mettiamo da parte le differenze marginali per guardare il vivere reale della gran parte delle persone, noi abbiamo perso e con noi perde un’idea di umanità libera, inclusiva, eguale, portatrice di una cultura che comprende, che si allarga, che distribuisce benessere,che rispetta il mondo in cui vive.

Per tutto questo, pur in una situazione di divisione della sinistra, Sinistra Futura chiede a tutti quelli che ancora hanno sensibilità su quanto accade nel nostro mondo, non altrove, di andare a votare, di votare a sinistra per chi è più vicino alle proprie idee e a ciò che si ritiene giusto, urgente, indifferibile, a partire dalla pace in Europa e nel mondo.

Chiediamo di votare e di seguire il percorso del nostro voto perché esso generi un potere che è antidoto alla destra, un potere positivo che guardi all’umanità che è in noi e attorno a noi.

Abbiamo il dovere di tentare di governare la realtà, di mutarla ciascuno per quella piccola parte che riesce a fare, di protestare per l’ingiustizia, di dare un senso all’indignazione, di pensare che un mondo, un’Europa, un’Italia di eguali, è possibile e che noi siamo parte di questa possibilità.

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