Il M5S fra storia, memoria, matrice e prospettive
Una delle poesie più significative, relative al viaggio di Ulisse, l’ha scritta senza dubbio Costantinos Kavafis. E la metafora di Itaca ci torna qui utilissima per spiegare ciò che sta accadendo, o, per meglio dire, potrebbe accadere all’interno del M5S nei prossimi mesi. Il partito ora guidato da Giuseppe Conte, infatti, in autunno andrà a congresso, dopo aver subito, lo scorso 9 giugno alle Europee, una sconfitta bruciante, diremmo quasi una disfatta. Se ciò è accaduto è perché, oggettivamente, i 5 Stelle hanno esaurito la spinta propulsiva, almeno per come li abbiamo conosciuti finora. Ora, pertanto, hanno di fronte a sé due strade: la prima è il ritorno a una presunta purezza originaria, reso pressoché impossibile dal fatto di aver affrontato una lunga esperienza di governo, per giunta condividendo la stagione del potere quasi con chiunque e dovendo affrontare alleanze che non esiteremmo a definire avventurose; la seconda è ritrovare se stessi, riscoprire la propria natura movimentista e dotarsi di una narrazione adeguata al necessario cambio di passo. Sia chiaro, prima di andare avanti con la nostra riflessione, che avere una natura movimentista non significa non possedere un’adeguata cultura di governo; significa, semmai, l’opposto, ossia avere una sana cultura di governo, rifiutando però il potere per il potere, il comando a tutti i costi, la stanza dei bottoni senza bottoni e l’agonia di alleanze innaturali che, per una compagine di quel tipo, con un elettorato estremamente esigente, non possono che sfociare nell’autoannientamento.
E allora, sentite qua: “Il popolo di Seattle è una frantumazione straordinaria di tanti movimenti, di cui si parla poco. Magari mentre noi siamo qui a parlare ci sarà un movimento che sta manifestando da qualche parte nel mondo. Sono migliaia e migliaia di movimenti con milioni di persone. Ed hanno ragione loro c’è bisogno di ripensare dalla base, perché non si può pensare ad un’economia che venga ancora dall’alto. Pensare al PIL oggi è proprio per bloccati mentali”. E ancora: “Se hai quarantacinque tipi di Pravda ognuna con un nome diverso, e che fanno finta di dire cose diverse, non hai più voglia di andarti a cercare altra informazione, perché pensi di averla”. Poi parla di sicurezza: “La sicurezza si ottiene barattandola con la tua libertà. La nostra strada sembra proprio quella di doversi blindare. E allora sta succedendo che nelle abitazioni medio-borghesi, quelli che possono permettersi dei sistemi di sicurezza, sono tutti con le inferriate. Si carcerizzano dentro. Io non voglio una vita così per i miei figli”. Poi c’è il rapporto fra Stato ed economia: “La politica deve assolutamente ridimensionare lo strapotere delle multinazionali. Per le cento e passa aziende più potenti del mondo non c’è legge che venga approvata, da qualsiasi Parlamento, senza che abbia il loro consenso. Dato che il potere a queste aziende lo abbiamo dato noi, dandogli una personalità giuridica, dobbiamo restringerla e inquadrarla, perché senza questo tipo di intervento non li si può fermare. Io ci credo ancora. Io sono per più Stato e meno economia, io sento che senza l’intervento dello Stato non c’è libertà”. A questo punto, fornisce un esempio lampante: “In Bolivia hanno privatizzato l’acquedotto. Lo ha comprato una multinazionale americana che ha triplicato il prezzo dell’acqua. La gente è scesa in piazza, nove morti. Lo Stato ha dovuto riprendersi l’acquedotto, e la multinazionale l’ha citato in giudizio. E ha ovviamente vinto la causa, e lo Stato deve pagare i danni. Questo è razzismo inconsapevole, fatto da queste persone, anche uomini d’affari che pensano di essere buoni, di migliorare il mondo. Oggi la differenza tra un criminale e l’uomo d’affari è che il manager si sente una brava persona. Il criminale sa invece bene quello che è”. Infine, due riflessioni relative al Sessantotto e all’informazione. “Nel Sessantotto – afferma l’autore di queste riflessioni – c’erano dei valori che mettevamo in discussione. Oggi la situazione è molto più grave, perché non abbiamo alcun mezzo d’informazione che ti permetta di smascherare chi racconta delle palle. Questa non è democrazia. In modo subdolo le televisioni fanno finta di mettersi in concorrenza una con un’altra, l’ideologia è la stessa. I protagonisti sono gli stessi. Siamo nel McDonald’s del pensiero. La MTV parla a un miliardo di giovani e vende a tutti lo stesso prodotto. Ma c’è anche tutta questa schiera di gente che invece non ci sta. Che ha deciso di non esserci. Sono ragazzi in gamba, ragazzi straordinari. È gente che va a <<pregare>> dove c’è bisogno di pregare”. E per quanto riguarda l’informazione: “Per distinguere chi è buono da chi è cattivo non abbiamo più strumenti. Questo è il pericolo. Perché chi oggi parla di ambiente, di salute, di benessere, insomma della vita sono quelli che l’hanno rovinata fino a ieri […] Se tu non hai uno strumento che invece di fare dell’intrattenimento fa dell’informazione seria, la danno in culo a tutti. Adesso siamo anestetizzati e quando sei in questo stato credi a qualsiasi cosa: dalle madonne che piangono ai berlusconi che ridono. Certo, qualcuno cavalca la tigre, ma i <<ragazzi di Seattle>> non sono stupidi. Prova ad andare a una loro manifestazione, se non sei convincente, se solo sospettano qualcosa… non ti accettano. La sinistra ci ha giocato malissimo su questi argomenti. È sempre stata lontana da questi temi. Non ha mai capito nulla dell’energia, del cibo, delle etichette. Si è mossa in ritardo”. A esprimersi in questo modo, alla vigilia del G8 di Genova, fu Beppe Grillo (Limes 3/2001), le cui opinioni mi hanno talvolta visto in disaccordo, anche fortemente, ma la cui lungimiranza non può essere messa in discussione nemmeno dal più accanito dei detrattori.
Studiando i fatti di Genova, ho capito molte cose. Ho trovato me stesso e il mio posto nel mondo, ho deciso definitivamente da che parte stare, mi sono collocato umanamente e politicamente ma, soprattutto, mi sono reso conto che, al di là della morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda e degli orrori della Diaz e di Bolzaneto, in quel movimento globale c’era molto di più. C’erano i sogni e le speranze di una generazione che, dopo essere stata selvaggiamente repressa, ha smesso di crederci. C’era la politica migliore, che difatti non si è palesata, e oggi di quella generazione vediamo all’opera, pressoché ovunque, i peggiori esponenti. C’era la passione civile, che è venuta meno, anche perché non ha trovato piazze e luoghi in cui esprimersi. Ma, più che mai, c’era la vita: quel qualcosa che ti pulsa nelle vene, che esplode sui volti dei ventenni, che non si può descrivere a parole, tanto è bello e profondo, un sentimento di pace interiore, di gioia, di condivisione. A Genova, nel luglio del 2001, insomma, c’era l’amore: per il prossimo e per la Terra. Adesso vediamo all’opera quasi unicamente il cinismo, come se ci fossimo rassegnati all’idea che il quadro sia immutabile. Allora si diceva “Un altro mondo è possibile”, oggi il motto non dichiarato recita: “Un altro mondo sarebbe bello ma non ce lo possiamo permettere”. E così andiamo avanti, di elezione in elezione, scegliendo razionalmente il meno peggio, che poi, le rare volte che vince, si trasforma prontamente nel peggio del peggio, consegnando il Paese alla destra. Vale per l’Italia ma non è che altrove le cose stiano tanto diversamente. La crisi della democrazia è globale, proprio come l’aumento del divario fra ricchi e poveri, su cui ogni anno, a Davos, Oxfam tenta di aprire gli occhi ai potenti del pianeta, fallendo nell’impresa per via del disinteresse dei principali responsabili di questo disastro. Ed è globale anche l’aumento dell’astensionismo, derubricato da una parte degli osservatori a elemento connaturato alle democrazie mature, quando in realtà è il principale indicatore del loro fallimento e del loro scivolamento verso forme, neanche troppo mascherate, di autoritarismo.

Tornando a casa nostra, qualora ci credesse davvero, potrebbe esistere un’eccezione: il Movimento 5 Stelle, come detto. E non solo perché il suo fondatore ci avesse visto giusto prima di altri ma anche perché il meglio della “Generazione Genova”, fatti salvi alcuni protagonisti di spessore che innervano l’Alleanza Verdi e Sinistra, si trova lì. Cosa fare, dunque, dipende da loro. Possono essere davvero gli artefici del proprio destino. Possono, infatti, decidere di tornare alla politica del “né né”, che non mi ha mai convinto ma alla quale riconosco una discreta efficacia iniziale, dovuta anche al collasso dei due schieramenti a cavallo fra i primi due decenni di questo secolo, o possono archiviare quella stagione di opposizione totale e ricongiungersi alle vere ragioni per cui sono nati. Del resto, basta dare un’occhiata ai provvedimenti-cardine dei loro governi per rendersi conto di quale sia la loro carta d’identità. Reddito di cittadinanza, Decreto dignità, la proposta attuale di introdurre un salario minimo e l’idea che nessuno debba essere lasciato indietro: un certo manettarismo può anche aver attratto qualche voto, e di sicuro sarà stato così, considerando anche lo stato comatoso in cui versava e versa tuttora la politica italiana dal punto di vista etico, ma non è il motivo per cui milioni di connazionali hanno scelto di accordare la propria fiducia a questa bizzarra compagine. Se ciò è accaduto, è perché hanno visto nel M5S l’interprete più credibile di quel movimento alterglobalista che aveva animato le battaglie contro lo strapotere delle multinazionali e della finanza che avevano caratterizzato la “Generazione Klein” nonché l’unico in grado di trasformare i sogni e le speranze che quella mobilitazione incarnava in un programma di governo. Non a caso, se si vuole sentir parlare di diritti umani e dignità della persona, di pace e di ambiente, di salvaguardia del paesaggio e del territorio, di emancipazione femminile, di libertà d’espressione e di altri temi simili, bisogna fare un salto da quelle parti.
Nessuna delle attuali deputate e senatrici pentastellate ha vissuto sulla sua pelle i già citati inferni della Diaz e di Bolzaneto, alcune di loro erano addirittura bambine, ma se su determinati argomenti sono le più attente è perché esiste una sorta di solidarietà generazionale che non può essere ignorata. Per fremere di sdegno di fronte alle violenze disumane di quei giorni, non è necessario averle patite in prima persona: basta avere un minimo di sensibilità.
Penso alla presidente della Commissione di Vigilanza RAI, Barbara Floridia, ad esempio: è nata nove giorni prima di Lena Zühlke, la ragazza tedesca che venne disintegrata al quarto piano della Diaz, ed è un’insegnante. Ebbene, l’immagine di Lena che esce in barella in condizioni disperate ha fatto il giro del mondo. Se ciò è potuto accadere, è perché quella RAI, sia pur con mille difetti, era ancora un servizio pubblico degno di questo nome. Ho riflettuto a lungo su come sarebbe stata raccontata quell’irruzione della Polizia dalla RAI di oggi e le risposte che mi sono dato non sono positive (per usare un eufemismo). Se oggi Floridia afferma di essersi innamorata della nostra categoria, immagino che sia perché è cresciuta seguendo i telegiornali di gente come Morrione e Longhi: il primo, restando a Genova, fece raccontare in diretta a Fausto Pellegrini cosa fosse avvenuto realmente alla Diaz mentre il secondo mostrò, in prima serata al Tg1, il pestaggio cileno che si verificò in Corso Italia, con manifestanti presi a calci quando erano a terra, del tutto inoffensivi.
Penso poi alla senatrice Alessandra Maiorino e al suo impegno in difesa della Costituzione, delle donne e delle minoranze, a cominciare da quella LGBTQIA+. Anche lei appartiene alla generazione che aveva vent’anni, o poco più, il 20 luglio 2001, e la storia insegna che esistono delle date spartiacque, in grado di segnare per sempre la vita di ciascuna e ciascuno di noi. Non a caso, la prima a farmi il suo nome, durante un’intervista, fu Monica Lanfranco, una delle attiviste di Genova, da sempre in prima linea nella lotta contro ogni ingiustizia e al fianco di tutti i Sud del mondo.
Penso, inoltre, a due deputate come Stefania Ascari e Gilda Sportiello. L’impegno di Ascari (e della sua amica ed ex europarlamentare Sabrina Pignedoli) a sostegno di Assange è stato encomiabile, proprio come la sua attenzione al popolo palestinese, per la quale sta pagando un prezzo altissimo in termini di critiche ingiuriose e fandonie diffuse ad arte per farla passare per una sorta di amica dei terroristi. Non meno significativa è l’attenzione di Sportiello a temi cruciali come l’aborto e la valorizzazione di tutto ciò che si muove nel grembo della società: una visione frutto di una storia movimentista che precede la sua adesione al M5S e vi si sposa alla perfezione.
Ho citato solo alcuni casi, alcune persone che conosco e stimo, ma potrei menzionarne tante altre, a dimostrazione di una crescita complessiva che in parte mi ha sorpreso e in parte mi aspettavo, in quanto credo, da sempre, nel valore pedagogico delle istituzioni.
Ha affermato di recente lo scrittore Nicola Lagioia, intervistato dal Secolo XIX in occasione della cerimonia annuale in ricordo dei fatti del G8: “Pensiamo al crollo dell’affluenza alle elezioni, che è uno dei veri termometri dello stato di salute di una democrazia. Se io vado in piazza e tu mi massacri, se io cerco di partecipare e tu mi neghi la partecipazione, la prossima volta forse non ci vado a votare”. E ancora: “È difficile poi, una volta che si crea quella ferita, andare a riparare la tua idea di istituzione, è complicato, non ti fidi più come ti fidavi prima, non ci credi più come ci credevi prima. Al G8 c’è stata una spaccatura che secondo me non si è più rimarginata nell’anima di questo Paese. Almeno per due generazioni, forse tre”.
Oggi quelle generazioni sono in grado di determinare il destino di un partito singolare e, probabilmente, dell’intero campo progressista, perché dal loro futuro dipende il futuro di una comunità assai più ampia. Sarebbe bello, quindi, se “vedessero Genova”, per dirla con Paolo Conte, e, riprendendo la poesia di Kavafis, si augurassero che la strada che li condurrà verso la loro Itaca sia lunga. Se mai il centro-sinistra dovesse tornare a guidare l’Italia, difatti, ogni suo rappresentante dovrebbe far propri i versi conclusivi di quel capolavoro: “E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. / Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso / già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.
Chiudere quella ferita, prendere per mano intere generazioni, fare pace con se stessi e con gli altri e immaginare, per l’appunto, un altro mondo ormai indispensabile: è un programma politico, un’idea di Paese, il senso stesso di un domani ancora possibile.









