16 spunti per aprire una dibattito pubblico
- Per Milano e per i Comuni attorno a Milano la creazione della città metropolitana può diventare un’opportunità storica. Nel ventesimo secolo, la progettualità e le capacità creative di molte città della massima importanza nel contesto europeo sono state sostenute e valorizzate dalla creazione di un governo di area vasta, volto a superare i particolarismi e a integrare (ma non ad annullare) le identità locali. Un passaggio del genere è stato decisivo per Berlino (creazione della Grande Berlino, 1920) e per Londra (creazione della Grande Londra, 2000), e poi anche per Praga, Vienna, Amburgo. E’ indicativo che la superficie dell’attuale provincia di Milano, che dovrebbe diventare il cuore della città metropolitana, sia praticamente identica a quella della Grande Londra (1575 km2 la prima, 1572 km2 la seconda).
- La riforma Del Rio degli enti locali (Legge 56/2014) ha mostrato molti punti deboli: il suo depotenziamento di istituzioni compatte come le Province rischia di sovraccaricare gli apparati burocratici delle Regioni e, soprattutto, deve ancora prendere il via una necessaria riflessione complessiva sul numero, sull’identità e sull’evoluzione integrata della triade regioni-province-comuni. Queste incertezze ricadono naturalmente sul buon funzionamento e sulle competenze future delle nascenti città metropolitane. Tuttavia buona parte di quello che non è ancora stato focalizzato a livello nazionale può essere realizzato a livello locale. Per le nascenti città metropolitane, la possibilità di darsi uno statuto autonomo e individualizzato equivale alla possibilità di elaborare una vera e propria costituzione dell’ente locale, grazie alla quale definire le regole più opportune di governo e di convivenza. Di pertinenza dello statuto possono così diventare le questioni dei diritti e i doveri dei cittadini, delle visioni della città che vogliamo loro trasmettere, delle modalità organizzative per intervenire più efficacemente nei problemi che riguardano la loro vita quotidiana. In quanto tali, gli statuti delle città metropolitane possono divenire altrettanti strumenti ecisivi per intercettare e valorizzare le esigenze di democrazia partecipativa oggi particolarmente sentite dai cittadini, che fanno tutt’uno con il senso di lontananza e di espropriazione da loro percepito rispetto ai “centri” del potere statale. In un momento in cui le crisi economiche, sociali e valoriali a catena impongono la ricerca di nuove risposte, una strategia vincente può emergere dalla combinazione di interventi top down (attribuendo allo Stato un nuovo ruolo di facilitazione delle relazioni fa individui e di collettività) con interventi bottom up, intercettando le proposte dei cittadini, valorizzandole e integrandole.
Una città metropolitana è un contesto privilegiato per questa opera di Intermediazione sempre più necessaria.
- L’innovazione, a qualunque livello e in qualunque territorio, è funzione della qualità e della quantità delle interazioni fra i singoli cittadini e le singole collettività e un compito basilare della politica è appunto quello di fungere da elemento facilitatore di queste interazioni. Questo è particolarmente decisivo anche e soprattutto per una città come Milano e per un’area come quella milanese, che negli ultimi decenni – a ragione – hanno puntato sulle eccellenze e sulla qualità. Ma le eccellenze e la qualità non possono essere settorializzate: o sono sistemiche, patrimonio di tutti cittadini, o rischiano di vanificarsi rapidamente. Non basta la presenza di individui creativi: per il loro sviluppo e per il loro successo essi devono anche vivere in contesti creativi.
4. La messa in rete delle identità e delle culture individuali e di gruppo è ovviamente un compito decisivo anche per ogni governo nazionale: ma a questo livello tale compito è spesso improbo per la complessità dei problemi e l’eterogeneità dei soggetti. La scala del governo di aree vaste quali la città metropolitana, proprio perché situata in una dimensione intermedia fra quella locale e quella nazionale, può aiutare a una reinvenzione dell’immagine della funzione pubblica oggi di primaria importanza, anche e soprattutto in Italia: una funzione pubblica vicina ai cittadini, non più percepita come direttiva e come omologante. Il decisivo ruolo di traino che queste dimensioni intermedie possono svolgere nei confronti dello stato nella sua interezza è un’importante declinazione creativa del principio di sussidiarietà.
In tal senso, una particolare attenzione ai soggetti “deboli” – anziani, donne, giovani – e a varie forme di disagio non ha una valenza assistenzialista e non si rinchiude nella pur necessaria dimensione etica: diventa anche un’opera di valorizzazione delle molteplici forze della città che sono tutte chiamate a concorrere, nelle loro singolarità e nelle loro interazioni reciproche, all’elevazione della qualità della vita associata.
5. Le difficoltà che ha affrontato Milano negli ultimi decenni possono essere ricondotte solo in parte ad errate o poco coraggiose scelte politiche, culturali e progettuali: dipendono anche e soprattutto da una crisi epocale di transizione fra due età storiche differenti nella storia d’Europa – quella industriale e quella post-industriale – che Milano ha vissuto in forma molto specifica dato il notevole equilibrio e la notevole integrazione fra politica, cultura e progettualità che aveva caratterizzato la sua vita associata nell’età industriale. Milano, in questo senso, è stata vittima di una sorta di “sindrome del successo”, proprio per il fatto di essere stata all’avanguardia nella società industriale, allorché propose un’alleanza fra politica, società, cultura ed economia quanto mai innovativa. E di conseguenza è stata spiazzata dalla rapidità dei cambiamenti che hanno interessato tutti questi settori all’incedere di una società postindustriale.
6. Questa condizione critica, a metà del guado, della Milano degli ultimi decenni ha rallentato le azioni politiche, culturali, progettuali della città e dell’area metropolitana, che hanno accumulato un ritardo significativo rispetto alle esperienze più avanzate della città europea post-industriale e post-fordista degli inizi del ventunesimo secolo. E’ opportuno ricordare taluni aspetti di questa “vulgata”, per segnalare le potenzialità aperte alla città e alla sua area metropolitana in tutti questi ambiti, in cui aspetti rilevanti di innovazione nelle direzioni qui indicate sono senz’altro presenti, ma ancora in forma un po’ sconnessa ed episodica:
– un uso strategico dei trasporti pubblici che consenta sia di ridurre drasticamente l’inquinamento sia di liberare il tempo dei cittadini;
– un policentrismo spaziale e temporale, ove alla relazione centro-periferia viene sostituita della rete e alla relazione ore deputate al lavoro-ore deputate al tempo libero viene sostituita l’immagine di una città sempre viva e sempre percorsa da flussi multidirezionali;
– l’emergenza di aree vaste che non annullano e che mettono in relazione le tradizionali identità storiche;
– un uso strategico delle aree dismesse la cui principale funzione è di diventare una sorta di “spazio intermedio” fra spazi pubblici e spazi privati, in cui si situano luoghi di incontro e di socializzazione fra pubblici e fra linguaggi vari ed eterogenei;
– uno sfumare delle tradizionali distinzioni fra cultura e divertimento per valorizzare al massimo la ricchezza delle esperienze individuali e collettive;
– una rivincita della natura che esce dalla condizione scomoda di “specie protetta” per tornare a disseminarsi il più possibile nei luoghi eterogenei della città;
– un recupero delle dimensioni artistiche ed estetiche intese non come semplici elementi decorativi ma come contributo essenziale della qualità della vita;
– un recupero della centralità della funzione pubblica intesa non più come dirigistica e omologante ma come coordinatrice e facilitatrice dello sviluppo dei progetti di vita individuali e collettivi;
– un interculturalismo che non annulli nè irrigidisca i confini fra le culture e che tenda invece tad identificare e a sviluppare le zone e le occasioni di ibridazione e di sovrapposizione fra queste diversità.

- Considerati nel loro insieme, tutti questi cambiamenti mirano a coniugare, e non a contrapporre, i processi di individualizzazione, che sottolineano l’unicità e la singolarità di ogni percorso personale, con le esigenze di integrazione e di interrelazione fra questi percorsi. Senza un adeguato “gioco di squadra” (team building) la creatività individuale, non importa quanto eccellente possa essere, è necessariamente incompleta e carente. La posta in gioco della politica urbana e nazionale diventa dunque quella di coniugare autonomia ed interdipendenza: la piena realizzazione dei singoli progetti di vita non può aver luogo che nel contesto un sistema di supporti e di garanzie incrociate che faccia emergere un nuovo senso di solidarietà civica e, in definitiva, la prospettiva di una nuova cittadinanza fondata sull’intreccio indissolubile di unità e di diversità. La posta in gioco urbana e metropolitana è anche quella di contribuire allo sviluppo di una città creativa che moltiplichi le occasioni di incontro, formali e soprattutto informali che siano, tra individui, gruppi, linguaggi, competenze, punti di vista eterogenei e diversificati: solo grazie a questa molteplicità di incontri e di relazioni le culture dei singoli cittadini possono produrre una “massa critica” in grado di affrontare le sfide politiche, sociali, progettuali dei nostri giorni.
8. Così la città europea oggi sta prendendo congedo dalla città della tarda modernità, che era fondamentalmente una città a misura d’auto, una città che esaltava la velocità e comprimeva eccessivamente i tempi. In questa città erano unilateralmente privilegiate l’origine e la meta dei percorsi quotidiani: casa-lavoro-tempo libero. Nel mezzo era collocata una zona grigia fatta di non luoghi, dei parcheggi e dei nodi di interscambio attraversati ma non esperiti. Nell’età che ha preso congedo da questa città a misura d’auto, oggi si delinea la nostalgia e la possibilità di una reinvenzione della città del flâneur, narrata in modo illuminante da Baudelaire e da Benjamin: una città in cui tutto il percorso è ricco di esperienze, in cui il viandante è sollecitato, perturbato, arricchito da incontri sia programmati che casuali. Non si tratta soltanto di valorizzare operazioni di pedonalizzazioni, greenways, piste ciclabili, nuove agorà, caffé, piazze telematiche da collegare ai tradizionali assi di trasporto privato e pubblico. Si tratta anche di rendere i non luoghi nuovi luoghi, di arricchire la qualità dei nodi in cui i cittadini transitano per consentire loro di riappropiarsi di un po’ di tempo per rielaborare le loro esperienze. La posta in gioco è quella di una città dell’esperienza che dilati i tempi e le diversità delle sue componenti, in vista di un’esplorazione sempre più ampia del suo spazio di possibilità. La posta in gioco è anche quella di una democrazia partecipativa, derivante da uno strategico arricchimento della qualità degli spazi urbani e dell’uso sapiente e misurato degli strumenti informatici: in questi spazi urbani i cittadini possono essere informati dei futuri possibili dei loro quartieri e della loro città ed esprimere le loro opinioni, accumulando un patrimonio di esigenze e di proposte che gli amministratori e i pianificatori potranno adeguatamente elaborare.
- Milano è una città restata fondamentalmente monocentrica, in cui le condizioni di accessibilità reciproca dei cittadini variano notevolmente in dipendenza degli attuali confini comunali, che agiscono ancor oggi come membrana selettiva, sia materiale sia simbolica, e in cui molti degli spostamenti fra i centri della provincia passano necessariamente per la città. Sul piano politico, un problema sostanziale generato dal monocentrismo milanese è il fatto che i cittadini della provincia, legati alla metropoli da tanti flussi di ordine non semplicemente lavorativo, sono stati cittadini in qualche modo dimezzati: fruitori di una metropoli senza avere voce in capitolo sulle sue priorità e le sue prospettive. Anche e soprattutto in questo senso, la realizzazione della città metropolitana è un passo verso una cittadinanza più compiuta e inclusiva.
- Per essere efficace, il governo dei processi bottom up della città metropolitana deve incontrarsi con le prospettive top down. Così il mosaico istituzionale deve evolversi in forma adeguata a queste esigenze, e deve affrontare il problema della segmentazione in nuove unità “municipali” (l’analogo dei Bezirke berlinesi o dei boroughs londinesi) dell’intero territorio della nuova entità metropolitana. E’ evidente che si pone un serio problema di accorpamento dei 134 comuni oggi esistenti. Anche in tal caso può essere utile uno sguardo comparato oltre le nostre frontiere. La Grande Londra, con una popolazione di 8.174.000 abitanti nel 2011, si compone oggi di 33 entità distrettuali (Borough): la popolazione media di un’entità è dunque poco meno di 250.000 abitanti. Il Land di Berlino, con una popolazione di 3.502.000 abitanti nel 2012, si compone oggi di 12 entità distrettuali (Bezirke): la popolazione media è poco più di 290.000. Ponendo, per amore di argomentazione, una soglia di circa 270.000 abitanti quale popolazione media di nuove possibili entità municipali della città metropolitana, questo significherebbe che gli attuali 134 comuni della provincia di Milano dovrebbero essere accorpati in circa 12 nuove unità, davvero molto poche rispetto alla ricchezza delle identità comunali oggi esistenti. Il problema della ricerca di una taglia “giusta” delle entità intermedie fra la provincia metropolitana e gli attuali comuni è a tutt’oggi aperto, e si dovrà tener conto di tener conto da un lato dal rispetto delle identità e delle vocazioni tradizionali e, dall’altro, dalla necessità di superare l’attuale polverizzazione amministrativa.
11. La struttura interna della città metropolitana, la sua configurazione territoriale e le sue regole di governo pongono vincoli di varia natura, che potrebbero essere ritradotti in altrettante opportunità.
– Nella definizione delle entità intermedie (“municipalità”) gli attuali confini comunali di Milano non devono essere vissuti come un dogma. Può risultare opportuno accorpare talune aree del comune di Milano con alcuni comuni circostanti, secondo vicinanze socio-economiche, ecologiche, di flussi. Questa operazione non indebolirebbe, bensì allargherebbe l’identità “milanese” di queste nuove entità municipali e potrebbe avvicinare all’area centrale di Milano metropolitana una serie di comuni oggi percepiti come ‘periferici’.
– L’estensione della città metropolitana non deve necessariamente essere identica a quella dell’attuale provincia. Se Busto Arsizio, Gallarate, Saronno o altri comuni i cui principali flussi hanno gravitato e gravitano su Milano sono propensi un’adesione, è necessario ascoltare l’opinione dei cittadini al proposito, proponendo le opportune consultazioni.
– L’area dell’influenza prossima di Milano supera di gran lunga i confini della provincia metropolitana e si esercita su vari settori della Lombardia, e anche su Novara, Piacenza, Canton Ticino e – più estesamente ancora – sugli assi che conducono a Torino, Genova, Venezia, Bologna. I confini della città metropolitana non possono che essere permeabili, i progetti proposti o condivisi in tale ambito non possono che essere diffusi e distribuiti. La città metropolitana non è una regione in miniatura, nel senso “localistico” che oggi talvolta hanno assunto le regioni italiane, quali sorta di stati nazionali in miniatura. In questo senso la città metropolitana non è un territorio delimitato, ma un nodo di reti di diversa ampiezza e di diversa composizione, che in tale sede possono incontrarsi e intrecciarsi grazie a un accorta capacità di regia.

12. L’interconnessione sempre più spinta fra Milano e le esperienze urbane innovative dell’Europa di questi ultimi decenni può ridestare e intensificare quel ruolo di traino nei confronti delle esperienze urbane italiane che Milano per molti aspetti aveva svolto nell’età industriale. Ma questo può avvenire solo adottando un atteggiamento propositivo e proattivo, alimentato anche dalla comprensione che la debolezza identitaria tante volte lamentata a proposito della collocazione simbolica di Milano (“capitale mancata”), se pure vi è stata, oggi si può tramutare in un punto di forza. Nell’età della globalizzazione forza non significa affatto difesa e irrigidimento di identità che nella realtà sono sempre più permeabili e permeate: al contrario, consiste nella capacità di costituire un contesto, un terreno di catalisi nella quale varie e molteplici identità si possano riconoscere, vicendevolmente narrare, sovrapporre, integrare. Per la sua intera storia, oltre che per la sua collocazione geografica, Milano “città di mezzo” (Medio-lanum) incarna in maniera esemplare le figure del mediatore, del traduttore, del facilitatore che nella nostra età sono centrali ed indispensabili. La medietà che in passato aveva luogo fra montagna e pianura, fra Adda e Ticino oggi si allarga agli assi che connettono l’Europa occidentale (Barcellona, Lione, Torino) con l’Europa centro-orientale (Trieste, Vienna, Budapest), e il mondo germanico (Stoccarda, Zurigo, Monaco) con il mondo mediterraneo (Genova, Roma, Napoli).
- Milano, d’altra parte, è città di mezzo anche rispetto alle tante culture, alle tante identità, alle tante città di cui è fatta, oggi come ieri, l’Italia intera. Milano – è vero – non ha guidato il processo dell’unificazione del nostro paese, non ha governato l’Italia, talvolta non ha avuto nemmeno una classe politica rappresentata sufficentemente a Roma. Ma ha avuto un ruolo decisivo nel “fare l’Italia”, se per Italia intendiamo un felice equilibrio fra unità e diversità che deve essere riconosciuto, mantenuto e rafforzato. A Milano, nell’età post-unitaria e nell’età industriale, sono affluiti cittadini da tutte le aree di Italia, che nel contempo erano e sono cittadini dalle identità professionali quanto mai diversificate. E questi cittadini così diversi hanno imparato a conoscersi, a convivere, a lavorare insieme, a condividere idee, prospettive, innovazioni.
- Queste opportunità che la storia e la geografia hanno lasciato in eredità a Milano sono stimoli per rendere la nuova città metropolitana un laboratorio su scala europea da cui possa scaturire l’idea di una nuova cittadinanza: una cittadinanza che comprenda come la forza del nostro continente, e della nostra civiltà tutta, stia nella pluralità delle sue storie, e nella capacità di intrecciare insieme queste molteplici storie. L’Europa o sarà cosmopolita o non sarà, secondo le affascinanti analisi di Ulrich Beck. Ma quanto vale per l’Europa vale anche per Milano, che per molti versi è un microcosmo nel quale si rispecchiano difficoltà ed opportunità della nostra comunità di destino. La Milano del dopo Expo ha bisogno di una narrazione, e questa narrazione non può che essere appoggiata su questi punti forti, in grado di permeare sia la capacità di accoglienza sia la capacità di comunicazione mediatica centrate sulla nostra città e sulla nostra città metropolitana.
- L’Expo è stata un picco di visibilità internazionale di grandissima rilevanza, ma lo può diventare ancora di più retrospettivamente se viene narrata come una tappa essenziale di un percorso che parte da lontano e va lontano, come sintesi di una riflessione e come apertura verso il futuro. Dobbiamo saper ricreare, per la nostra età globale disperatamente in cerca di una vivibile civiltà planetaria (“terra patria”, secondo le appassionate parole di Edgar Morin), la vastità di prospettive che avevano avuto le prime Expo, quelle di Londra e di Parigi, al tempo tappe decisive per la costruzione di nuove identità nazionali (secondo quel processo “da sudditi a cittadini” che ebbe luogo nell’Europa dell’ottocento) per la comprensione del ruolo dirompente della metropoli europea dell’età industriale. Ci piace ricordare le parole profetiche di Victor Hugo nei confronti della Parigi dell’Expo, che vedeva nella “capitale europea del diciannovesimo secolo” il microcosmo dal quale sarebbe nata un’Europa finalmente unita.
16.Quanto alla realtà politica del Sindaco della Città Metropolitana coincidente con il Sindaco Sala del Comune di Milano, non si può non rilevare che, stante la situazione istituzionale dell’ente e le scarse risorse economiche disponibili, sia necessaria una radicale riforma della legge Del Rio che restituisca alla sovranità popolare l’elezione democratica del Sindaco e quella del consiglio della Città Metropolitana; a cio’ si aggiunga la richiesta di un ampliamento delle funzioni amministrative svolte dalla Città Metropolitana(organo di rilievo costituzionale ai sensi dell’art. 114 della Costituzione) da riassegnare in perfetta continuità con la vecchia Provincia, a partire dalle manutenzioni delle strade provinciali.
Occorre, dunque, maggior coraggio politico nel tentativo di rilanciare un ente, allo stato quasi moribondo, che potrebbe svolgere un ruolo amministrativo importante in tema di ambiente, trasporti, e case popolari. Ovviamente, saranno necessari una precisa volontà politica e investimenti pubblici adeguati economicamente.
Quanto al Comune di Milano, una parte cioè significativa della Città Metropolitana, restano diversi gli interrogativi circa il futuro della città in un quadro che si presenta ancora molto incerto sotto il profilo delle crescenti disuguaglianze (lavoro povero in aumento, canoni di affitto elevatissimi e costi inaccessibili per l’acquisto delle case), delle trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro e del modello ambientale di sviluppo sostenibile che si vorrebbe per la città.
Smart working, lavoro a termine, lavoro volontario anche gratuito, lavoro nero e infortuni sul lavoro in ripresa richiedono un maggior controllo da parte delle organizzazioni sindacali.
I rapporti di forza, oggi, non sono certamente favorevoli al mondo del lavoro dipendente sempre più diviso e frammentato al suo interno.
Le vecchie concentrazioni operaie del 900 ormai scomparse in città a seguito della crisi industriale, sono oggi sostituite dal lavoro precario giovanile del mondo della logistica governato dalle multinazionali, del turismo, della moda, del design, del terzo settore profit e no profit, dei grandi centri commerciali, delle grandi intermediazioni immobiliari oggi parzialmente bloccate da alcune iniziative della magistratura inquirente.
Lavoro povero, spesso, senza adeguate normative ed economiche soprattutto nei luoghi di lavoro dove il sindacato è assente.
Si pensi, per esempio, ai numerosi stage gratuiti a cui sono soggetti migliaia di giovani in cerca di prima occupazione e privi anche di un semplice contratto di apprendistato.
Questo settore fragile della società, oggi, nella capitale economica del Paese non ha ancora un’idonea rappresentanza politica. (se non parzialissima e riguardante il recente voto giovanile espressosi alle elezioni Europee e molto spostato a sinistra). Molti di quei giovani lavoratori continuano ad astenersi.
Sono cresciute le attività del terziario avanzato, dei servizi alle imprese, dell’informazione, del tempo libero, della ricerca e del sapere. Milano ha seguito questo cambiamento che ha modificato la stessa composizione sociale della popolazione. Non più solo imprenditori, commercianti, operai e studenti ma una moltitudine di soggetti produttori in tutti i settori merceologici.
Infine, la pesante criticità ambientale, certificata scientificamente dal superamento delle soglie d’inquinamento dell’aria in città, così come la necessità sempre più impellente di un diverso modello di sviluppo dell’economia (quali provvedimenti amministrativi a costo zero per i cittadini per favorire la necessaria transizione ecologica Co 2 e contenere il cambiamento climatico), deve essere il cuore di una reale politica di sinistra, anche in parziale discontinuità con alcune scelte fatte negli ultimi anni dall’Amministrazione Comunale in tema di urbanistica, di case popolari e di gestione dell’edilizia pubblica, capace di coniugare giustizia ambientale e giustizia sociale.
Mancano ancora due anni al prossimo rinnovo del Consiglio comunale e del Sindaco della città di Milano e della Città Metropolitana, non buttiamoli via in nome dell’ordinaria amministrazione dell’esistente.
Il fronte progressista che, a nostro parere, dovrebbe essere il più largo possibile per sconfiggere una destra sempre pericolosa in città e fuori, che si si confronti a partire da ora sui contenuti futuri, sul modello di città metropolitana che vogliamo prima di affrontare il tema, inevitabilmente politologico, del perimetro delle alleanze, delle primarie sì o no per la scelta del futuro candidato Sindaco, della composizione delle liste.










