È inutile girarci intorno: l’Europa come gli Stati Uniti sono in una crisi democratica profonda che è insieme crisi culturale, sociale, economica, istituzionale. Dobbiamo affrontarla con intelligenza critica e consapevolezza del passaggio d’epoca che stiamo vivendo e che non vede più non solo l’Europa ma l’intero Occidente perdere di centralità e presa egemonica in un mondo sempre più policentrico e irriducibile ai nostri modelli. Anche perché sono gran parte dei partiti politici occidentali a non credere più alla forza creatrice e rigeneratrice della democrazia e alle sue promesse di libertà e uguaglianza, preferendo società sempre più chiuse e intolleranti, delega a poteri forti, decisionismo invece che rappresentanza, regressione a forme di nazionalismo e protezionismo, ricorso più esteso all’uso della forza pur di conservare privilegi e vantaggi nella divisione internazionale del lavoro e nell’accaparramento delle risorse. L’occidentalizzazione del mondo ha perso la sua spinta propulsiva e la sua ambivalenza che era fatta non solo di interessi ma anche di diritti concepiti come diritti universali estesi a tutta la famiglia umana.
Ecco: noi denunciamo, se non il tradimento, il progressivo abbandono in Occidente della grande tradizione illuminista e democratica del primato della ragione, della universalità dei diritti, del pluralismo, del federalismo, della convivenza tra i popoli e della pace. Noi siamo l’altro Occidente, quello che non si rassegna alla logica della guerra fredda, alla inevitabilità del riarmo nucleare e convenzionale, alla creazione della figura del nemico, all’aumento della spesa militare e allo smantellamento dello Stato sociale. Noi siamo e intendiamo essere l’Occidente indomito, non sottomesso, l’Occidente della dignità del lavoro, delle minoranze e del soft power perché non siamo noi che assomigliamo a Putin, ma chi lo rafforza usando la stessa logica bellicista di contrapposizione armata, senza uno straccio di soluzione politica e diplomatica del conflitto.
Si legga il bell’ editoriale “Il segreto di Clausevitz” nel numero 4 della rivista Limes dedicato a “Fine della Guerra” dove la guerra attuale “non è più la continuazione della politica con altri mezzi: è violenza illimitata, irrazionale, bestiale, autonoma, scopo a se stessa. Senza fini e senza fine.” La responsabilità è della politica che non c’è più, ridotta a larva; è conseguenza dell’improbabile occidentalizzazione del mondo che scade secondo Limes in deoccidentalizzazione dell’Occidente, soprattutto in deamericanizzazione degli Stati Uniti: “A forza di esportare libertà e democrazia con guerre preventivo-educative regolarmente fallimentari, quante ce ne restano a casa? Se molte democrazie residuali sono meno popolari di diverse autocrazie, perché cinesi o russi dovrebbero imitarci?”
Di simile tenore il libro dell’ex ambasciatrice Elena Basile “L’Occidente e il nemico permanente” dove l’autrice denuncia l’irrazionalità della narrativa dominante riguardo alla guerra in Ucraina e al conflitto israelo-palestinese, irrazionalità alimentata da una visione patologica del mondo da parte dell’Occidente che, in risposta al declino che esso stesso ha creato, persegue disegni imperialistici ed espansionisti per riaffermare con la forza militare la supremazia perduta.

In questo quadro è evidente che sbocchi e prospettive si intravvedano a fatica sia nel corto che nel periodo medio-lungo. Si è detto della guerra senza fine in Ucraina, guerra per procura la cui continuazione si finge debba dipendere dalle sole decisioni del popolo ucraino e dal governo di uno Stato ridotto al fallimento; si pensi alle difficoltà economiche della Germania dopo il ripudio strutturale dell’Ostpolitik , l’accoglienza dei nuovi euromissili imposti dalla Nato in funzione anti-russa e il ridimensionamento del suo ruolo geopolitico autonomo; alle difficoltà politiche della Francia nel varare un Governo in coerenza con i recenti risultati elettorali; alla debole riedizione della maggioranza Ursula al Parlamento Europeo, quella più funzionale agli obiettivi della Nato; si pensi alle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti dove con grande ritardo l’élite democratica ha sostituito Biden con Kamala Harris per fronteggiare il ritorno al potere di un Trump sempre più espressione del suprematismo bianco intollerante e razzista. Si pensi soprattutto al conflitto israelo-palestinese con l’impotenza della Comunità internazionale a fermare il massacro a Gaza, garantire il diritto ad un proprio Stato al popolo palestinese, arrestare Netanyahu nel suo disegno di espandere il dominio di Israele anche a costo di incendiare l’intero Medio Oriente.
Elena BasileSe guardiamo poi in casa nostra, la crisi italiana vale doppio di fronte ad un Governo Meloni che approfitta della caotica situazione internazionale e della debolezza delle Istituzioni europee per allinearsi opportunisticamente con i più forti, con gli Stati Uniti e con chiunque uscirà vincitore dalle elezioni presidenziali di novembre, per portare a compimento le sue controriforme interne tese a imporre forti spostamenti di potere istituzionali con l’Autonomia Differenziata e con il Premierato: controriforme ulteriormente legittimate da una Costituzione che la destra intende rivedere in chiave postfascista e afascista.
Negli ultimi 70 anni, come mai prima d’ora, la sovranità nazionale ed europea risulta più indebolita contemporaneamente da logiche di guerra, riarmo e militarizzazione della propria sicurezza, assenza di politica estera, dipendenza dai grandi gruppi tecnologici e finanziari internazionali.

Siamo ben più che a un cambiamento di fase. Vengono al pettine nodi storici irrisolti e nuove sfide globali affrontate con strumenti e culture politiche inadeguate. Nelle sue riflessioni degli ultimi anni Mario Tronti ha parlato di crisi di civiltà e della necessità di affrontarla con nuova radicalità dopo il fallimento delle terze vie. Persino un realista come Dario Fabbri nella sua ultima fatica “Geopolitica umana” ritiene indispensabile ricorrere all’antropologia e alla psicologia collettiva per entrare nelle pieghe della storia, scendere nelle viscere delle nazioni, scandagliare gli elementi strutturali che caratterizzano le dinamiche delle attuali società in transizione per capirne le possibili traiettorie che dipendono più dai processi profondi che non dai singoli leader. E di traiettorie discute in modo approfondito il fondamentale lavoro di Thomas Piketty “Capitale e ideologia” che analizza la costruzione storica delle disuguaglianze dalle società schiaviste e coloniali, proiezioni ed espansioni delle società ternarie (clero, nobiltà, lavoro), alle società dei proprietari e all’invenzione della proprietà moderna: base sociale, culturale, valoriale e giuridica del successo del mercato capitalista e del neoliberismo. Le risposte alternative all’ipercapitalismo secondo Piketty sono state incomplete come nel caso delle esperienze socialdemocratiche e fallimentari come nel caso del comunismo sovietico. La Cina è un caso a parte e forse unico. La sfida che ora abbiamo di fronte anche in Occidente è quella di porre mano all’uguaglianza incompiuta dopo le conquiste fatte nella seconda metà del secolo scorso, conquiste dovute al compromesso capitale-lavoro e poi parzialmente smantellate. La prospettiva da perseguire è quella del socialismo partecipativo che, però, deve fare i conti con la sinistra intellettuale benestante e il suo moderatismo, e con il “ribaltamento dell’effetto istruzione” che ha prodotto una modificazione dell’area progressista perché dal partito dei lavoratori si è passati al partito dei laureati e alla fascinazione delle nuove tecnologie come le uniche capaci di risolvere problemi complessi. Invece il pensiero politico è più indispensabile che mai, così come il coinvolgimento dei lavoratori e dei sindacati se davvero ci si pone nella prospettiva di costruire un nuovo modello di sviluppo ispirato all’ecosocialismo , di lottare con coerenza contro il cambiamento climatico, di superare il capitalismo e il tabù della proprietà privata visto che ”il capitalismo non è altro che l’estensione del proprietarismo all’era della grande industria, della finanza internazionale e, oggi, dell’economia digitale”.
Scrive Piketty “Il modello di socialismo partecipativo che si propone è fondato su due principi essenziali che mirano a superare l’attuale sistema della proprietà privata: da un lato, la proprietà sociale e la condivisione del diritto di voto nelle imprese; dall’altro, la proprietà temporanea e la circolazione del capitale. Combinando i due principi, si istituirebbe un sistema di proprietà molto diverso dal capitalismo privato come lo conosciamo oggi, e che costituirebbe un vero e proprio superamento del capitalismo stesso. Si tratta di proposte che potrebbero sembrare radicali, ma in realtà sono in linea con una evoluzione iniziata alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, per quanto riguarda la condivisione del potere nelle imprese, sia l’aumento della tassazione progressiva. Questa dinamica evolutiva si è interrotta negli ultimi decenni, da un lato perché la socialdemocrazia non è stata in grado di rinnovare e internazionalizzare il suo progetto; dall’altro perché il drammatico fallimento del comunismo di stile sovietico ha inaugurato in tutto l mondo, a partire dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso, una fase di deregolamentazione incontrollata e di rinuncia a ogni ambizione egualitaria ( della quale la Russia attuale e i suoi oligarchi costituiscono senza dubbio il caso più estremo). L’Abilità con cui i promotori della rivoluzione conservatrice e neoproprietarista degli anni ottanta e i sostenitori della linea nazionalista e anti-immigrazione sono riusciti a colmare questo vuoto politico-ideologico ha fatto il resto. Tuttavia, dopo la crisi del 2008 ha preso forma una nuova tendenza di pensiero, con una moltiplicazione dei dibattiti e di nuove forme di condivisione del potere e di tassazione progressiva”. Ecco: le guerre in corso, guerre senza fine e senza fini, come abbiamo detto, in realtà un fine lo perseguono: sì foraggiare l’apparato militare-industriale, sì prolungare l’illusione dell’egemonia statunitense a livello globale, ma soprattutto bloccare nelle società più avanzate quell’evoluzione del sistema economico-sociale in senso radicalmente egualitario, distogliendo risorse umane e finanziarie da questo compito e indirizzando Stati, Istituzioni e politica a compromettersi con il sistema guerra e con quello che Fabio Armao chiama “capitalismo di sangue”.










