Le elezioni politiche del 2027 si avvicinano e credo sia opportuno fare il punto, a partire da un interrogativo: le forze democratiche e di sinistra (il cosiddetto “campo largo”) si sta preparando adeguatamente a questa scadenza?
Si può rispondere, sinteticamente, che la costruzione della coalizione appare politicamente oramai abbastanza solida, ma non ancora sufficientemente definita sul piano programmatico.
Dal punto divista politico, il “formato” che si delinea – il Pd, come pernio della coalizione, AVS il M5S come ala sinistra, e – sulla destra -una qualche aggregazione “moderata”, stabilmente alleata – appare molto competitivo. La partita è aperta, nonostante il racconto mediatico secondo cui la marcia di Giorgia Meloni sarebbe inarrestabile: le elezioni regionali dello scorso anno, e tutti i più seri sondaggi degli ultimi mesi, mostrano una situazione di sostanziale equilibrio. La prossima scadenza referendaria sarà un’altra occasione di verifica sullo stato di tenuta dei diversi schieramenti. La controprova di quanto aperta e incerta sia la partita dell’anno prossimo, sta proprio nel fatto che la destra vuole rimettere mano alla legge elettorale: nei prossimi mesi si vedrà se tenteranno il blitz, i tempi sono stretti, e ci sono ancora molti problemi tecnici da risolvere, qualora – come sembra – vogliano perseguire la via di un simil-Porcellum, cioè una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza abnorme, anche quando il vantaggio dello schieramento vincente fosse solo di pochi decimali.
Rispetto ai mesi successivi alle ultime elezioni politiche, una consapevolezza si è fatta strada, e il messaggio è passato nell’opinione pubblica: non si ripeterà il suicidio politico del settembre 2022, quando una super-maggioranza parlamentare del centrodestra fu resa possibile dalle divisioni dell’altro campo. Ci sono e si saranno differenze programmatiche all’interno del “campo largo”, ma queste non devono e non possono impedire una coalizione elettorale ampia, che eviti di “regalare” una vittoria alla destra che non ha i presupposti nel voto degli italiani. Di più: gli attacchi alla Costituzione che questo centrodestra sto portando, impongono comunque la costruzione di un “fronte repubblicano” di difesa della democrazia. E ci sono molti pericoli da sventare: in primo luogo, il rischio di un’elezione del prossimo Presidente della Repubblica lasciata nelle mani di una maggioranza di destra.
La premessa perché si costruisca questa coalizione ampia è che, da una parte, si cerchi la massima convergenza programmatica per un possibile futuro governo, ma che dall’altra parte le perduranti differenze che potranno esserci, e che ci sono, non si traducano in un irresponsabile gioco di veti. So bene che a sinistra ci sono molti dubbi, ad esempio, sull’opportunità che facciano parte della coalizione anche forze moderate, ma bisogna avere bene chiaro che tutti sono necessari, anche quel 4-5% di voti che i sondaggi attribuiscono a Italia Viva e a +Europa (Calenda non si sa cosa vuol fare…a quanto pare si sta facendo prendere in giro dal centrodestra con la promessa di una soglia di sbarramento al 3% nella futura legge elettorale…..ma questa soglia c’è già, anche in quella attuale!).
Le prossime elezioni saranno decisive per le sorti della democrazia italiana: bisogna impedire che il potere della destra si consolidi. Per questo sarebbe necessario coinvolgere anche le forze della sinistra radicale: anche il loro 2% potrebbe essere necessario. E’ in corso un dibattito anche all’interno di Rifondazione Comunista. Speriamo prevalga la ragionevolezza: che senso avrebbe l’ennesima, inutile e frustrante, corsa solitaria che non porterebbe comunque ad una rappresentanza parlamentare? La distinzione tra accordi tecnico-elettorali molto ampi e accordi propriamente politici (eventualmente più ristretti o parziali) è la formula che potrà permettere a tutti di conservare la propria autonomia, evitando nel contempo una divisione dagli effetti letali per tutti. Se poi rimane l’attuale legge elettorale l’operazione sarà più facile: i voti che assegnano i seggi dei collegi uninominali sono semplicemente la somma dei voti raccolti dalle singole liste collegate, ciascuna presente con il proprio simbolo e i propri candidati al proporzionale. I dati delle precedenti elezioni mostrano che il 95% degli elettori ha votato solo per il simbolo della lista prescelta, non per il candidato uninominale: di fatto la logica di funzionamento di questo sistema elettorale induce negli elettori un comportamento del tutto simile a quello di un voto proporzionale. D’altra parte, se passasse la riforma a cui sta pensando la destra, le cose si complicherebbero ma non più di tanto: in tal caso bisognerebbe indicare un candidato alla carica di Presidente del Consiglio. La destra sta puntando su questo modello perché pensa così di mettere in difficoltà le forze del “campo largo”, ma c’è da sperare che queste non cadano nella trappola: si dovrà e si potrà trovare un accordo o un metodo, o si potranno fare le primarie di coalizione.
L’obiezione più rilevante che verrà avanzata di fronte a questo scenario strategico riguarda la credibilità di uno schieramento elettorale che non abbia alle spalle un vero e integrale accordo politico-programmatico. La risposta è questa obiezione però è semplice. Alla domanda: “ma come farete a governare, se non avete un programma comune?”, le risposte sono molteplici: primo, un programma comune sulla gran parte delle questioni programmatiche c’è ed è possibile allargarlo; secondo, ma poi si potrebbe dire: “certo, non siamo d’accordo tutti su tutto, ma pensate forse che, per questo, dovremmo regalare alla destra una vittoria sul piatto d’argento, regalargli una maggioranza che non corrisponde al voto degli italiani?” E ancora: da che pulpito viene la predica? Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega non la pensano certo allo stesso modo, eppure al momento della scelta sono sempre alleati (Se poi ci sarà anche Vannacci nella compagnia, l’argomento sarà ancora più efficace). Quanto ai punti del programma su cui ci sono delle differenze, saranno gli elettori a decidere, verificando quale sarà la posizione prevalente. Penso che sia una posizione e una strategia che gli elettori potranno capire e apprezzare.
Tuttavia, proprio le contorsioni con cui i vari partiti sono costretti ad affrontare le elezioni sulla base di sistemi elettorali che obbligano a formare alleanze o coalizioni preventive, mostrano quanto sia insostenibile oramai la cosiddetta “logica del maggioritario”: credo sia matura la riapertura di una battaglia politica per il ritorno ad un sistema proporzionale; con lo sbarramento al 3 o al 4%, ma un vero sistema proporzionale, che consenta a ciascuna forza politica di presentarsi agli elettori con una propria distinta autonomia politica e programmatica, lasciando che siano gli elettori a decidere i rapporti di forza e lasciando poi al Parlamento – com’è giusto che sia, se vogliamo restare una democrazia parlamentare – il compito di formare una maggioranza di governo.
Si parla tanto di “crisi” della democrazia e dell’astensionismo, ma la prima cosa da fare sarebbe questa: restituire il potere di scelta agli elettori e ridare centralità e dignità al Parlamento.









