Considerazioni intorno al voto regionale

Il recente voto nelle elezioni regionali in Sardegna e in Abruzzo ha avuto il pregio di generare speranze e al tempo stesso di spegnere i facili entusiasmi, come a dire che le cose non si risolvono da sole e che, se viene lasciato ai grandi istituti di analisi di capire come si è mosso il voto tra le diverse aree a confronto, resta a noi tutti il bisogno di poter capire come incidere in questi movimenti.

E ciò lo si può fare mettendo assieme la forza dei numeri con le singole strategie adottate per giungere a un risultato positivo nelle diverse Regioni.

Ma c’è una considerazione da fare, e questa sta nei numeri assoluti dei votanti.

L’Italia al voto si divide in tre aree, la destra e due aree riformiste PD, SI e M5S, a cui si aggiunge una quarta area: il non voto che è ormai pari al 50% dell’elettorato.

Quest’ultimo serbatoio virtuale di voti è scarsamente mobilitabile anche se i partiti fanno riferimento ad esso come a qualcosa di dormiente che, con opportune sollecitazioni, potrebbe essere risvegliato.

Non è così e nulla di quanto avviene fuori dagli appuntamenti elettorali è tale da poter mobilitare chi ormai considera indifferente il voto rispetto alle condizioni generali del Paese e alla sua personale condizione di vita.

La destra non è particolarmente interessata a una maggiore partecipazione al voto e questo corrisponde alla visione elitaria che affida il governo ai pochi contando su un principio di delega che in realtà è disinteresse a quanto accadrà.

Il disinteresse può diventare indifferenza e quindi di fatto una grande massa di elettori potenziali rafforza comunque chi vincerà le elezioni, per questo è necessario che il ruolo della politica nel cambiamento ritorni evidente e negoziabile.

Le elezioni in Sardegna hanno avuto il pregio enorme di risollevare l’idea che la sinistra e il cambiamento possono vincere, grazie all’acume politico delle forze che si sono coalizzate attorno ad Alessandra Todde e in particolare di Sinistra Futura.

Questo è avvenuto attraverso il coinvolgimento nei territori delle persone votanti, con un lavoro capillare di ascolto dei bisogni e con la creazione dei gruppi che materialmente hanno redatto il programma, a partire dalle necessità primarie, dalle inadempienze e distorsioni del governo Solinas.

Tutto questo è riuscito a mobilitare i votanti pur con la presenza di una lista che faceva capo a Renato Soru e a Rifondazione Comunista.

Quindi se vogliamo trarre una lezione dalle elezioni sarde dobbiamo cogliere che almeno tre elementi sono necessari per attrarre l’elettorato disponibile a votare.

Primo elemento è la qualità del candidato presidente e in questo caso con Alessandra Todde la qualità c’era tutta.

Il secondo elemento è la percezione incrementante della possibilità di un cambiamento e di una risposta ai bisogni che nasce dal lavoro e dall’ascolto fatto nel territorio e nelle comunità.

Il terzo elemento è l’unione di forze progressiste e civiche di cambiamento, che trovano la loro sintesi nel programma e che sono garantite dal patto che il candidato stipula con gli elettori.

Nonostante questa importante vittoria, che attiene al metodo usato e alla qualità dei candidati, nonché delle forze che si sono unite, l’astensione al voto è stata comunque pari a poco meno della metà degli aventi diritto.

Quindi la presenza di una quarta forza è anche in questo caso un elemento che bisogna considerare.

Quando la sinistra vince e governa, è nell’attuare il programma che deve considerare di riportare alla politica queste persone, apparentemente indifferenti. Ed è questa la condizione essenziale per una continuità di governo che è essa stessa garanzia di cambiamento permanente.

In Abruzzo con una compagine più larga, pur avendo un relativo avanzamento dell’area “progressista” rispetto alle elezioni precedenti, non solo non c’è stato il risultato vincente, ma l’astensione al voto ha riguardato anche questa volta la quasi metà degli aventi diritto. Però in questo caso le motivazioni sono probabilmente differenti, in quanto il malgoverno della destra negli ultimi 5 anni non è stato percepito come una caduta rispetto ad un precedente buon governo, ma piuttosto è stata percepita una continuità politica tra i governi riformisti precedenti che già avevano intaccato il sistema sanitario e non erano stati in grado di rispondere alle carenze economiche e infrastrutturali del territorio.

Queste carenze di governo amplificate nella gestione di destra successiva sono rimaste nel ricordo come un’indifferenza della scelta politica e quindi non si sono potute liberare quelle possibili risorse di cambiamento che sono invece rimaste nel silenzio del non voto.

Dobbiamo anche dire che il lavoro fatto dalle forze di cambiamento in Abruzzo non è stato certamente paragonabile a quello compiuto in Sardegna.

Si è partiti con un difficile accordo molto largo di vertice e con un altrettanto difficile lavoro nel territorio.

E pur avendo un buon candidato alla presidenza, nulla sostituisce il lavoro capillare tra le persone che le faccia sentire importanti nella creazione del loro futuro.

A tal riguardo fa molto pensare che vi siano non poche aree in cui, pur avendo gli stessi problemi di servizi e di risposta ai bisogni via via crescenti di una vita socialmente tutelata, la presenza della destra di Fratelli d’Italia abbia percentuali davvero elevate e che questo non sia stato oggetto, sinora, di riflessione per capirne i motivi e le radici profonde.

In questi giorni si è consumata anche la vicenda delle candidature nelle Regioni che voteranno in concomitanza con le elezioni europee.

In Basilicata la situazione ha avuto una evoluzione in senso negativo per la sinistra, perché tra veti contrapposti e piccoli calcoli di bottega, le soluzioni sano state di risulta dopo la rinuncia del candidato designato, con i centristi che sono passati nel campo avverso e una coalizione in affanno a sinistra.

Questo è negativo per un processo di coinvolgimento degli elettori che parta dal basso, di fatto l’unico modo di fare la differenza tra una visione della politica basata sul potere e una proposta politica di cambiamento che nasca invece da chi ha solo il potere di votare.

A mio avviso la questione ritorna sul metodo e sulla paziente costruzione del consenso e sulla generazione di un risultato, che può passare attraverso fasi intermedie di sconfitta, ma che è orientato non solo al momento elettorale bensì alla creazione di una comunità identitaria che conosce il proprio territorio e i suoi bisogni e che punta coinvolgere i cittadini al cambiamento.

Quindi “casa per casa” come Berlinguer invitava a fare in altre elezioni europee nel suo ultimo comizio. Tornando al significato profondo di questo “casa per casa” che è basato sul rapporto umano, sulla trasparenza, sulla fiducia che le cose si costruiscono e si radicano con un lavoro lungo di confronto e convincimento, l’unica arma che la sinistra ha per sconfiggere l’indifferenza.

Noi tutti ricordiamo il discorso gramsciano su “odio gli indifferenti”, profetico anche ora e non solo negli anni bui che immettevano nel fascismo.

La sinistra radicale che voleva cambiare la società sentiva allora il peso della massa che restava muta e guardava accadere il peggio cose senza prendere parte.

Quella grande lezione dovrebbe evitarci di ricadere nella distorsione della democrazia in democratura e soprattutto far emergere la sostanziale capacità di credere nel futuro.

La sinistra è azione nel presente e forte determinazione a cambiare le situazioni esistenti e quindi deve dare la certezza di immettere nel futuro ciò che essa compie.

Gli elettori guardano a questa relazione tra la loro condizione attuale e ciò che può mutare come ad una verifica di verità di ciò che viene detto.

Noi tutti possiamo partecipare con le nostre forze ad un processo che non considera perduta la funzione della politica se esso nasce dal basso, se coinvolge le persone, se ha la pazienza di unire ciò che gli elettori non capiscono ovvero le divisioni in molte parti della stessa pretesa di poter cambiare la società.

Sinistra Futura si è assunta il compito di contribuire a mettere insieme forze differenti della sinistra proprio partendo dall’ascolto e dalla elaborazione dal basso di risposte politiche.

Noi non presumiamo di poter attingere impunemente al grande serbatoio di voti di chi ora non partecipa. Ma pensiamo che se anche una minima parte di queste persone ritroverà fiducia e speranza nella politica questo verrà sommato a chi non ha mai abbandonato l’idea che l’Italia sia un paese riformabile, dove una Costituzione antifascista può essere pienamente dispiegata nelle leggi e dove un’economia non considera una parte del Paese come perduta, ma invece porta avanti l’intera comunità nazionale come una forza in grado di creare il proprio futuro in senso equo, solidale, giusto e rispettoso della grande bellezza dell’ambiente che ha ricevuto in eredità e in cui vive.

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