Chiunque capisca un minimo di geopolitica sa che l’ordine mondiale post-’89, ma a dire il vero anche quello di Jalta, è finito. E non è accaduto in questi giorni, con le sberle in mondovisione inflitte dal duo di bulli Trump-Vance al povero Zelens’kjy, giunto ormai all’ultimo giro di giostra e probabilmente consapevole di rischiare non solo il posto ma la vita stessa; è accaduto nel 2016, quando il disastro della globalizzazione liberista e senza regole, quella ideata e portata avanti con rara protervia dall’America di Clinton e di Bush figlio, ha prodotto il primo Trump, frutto anche del sostanziale fallimento di Obama e dell’obamismo. Il figlio di un immigrato kenyano che arriva alla Casa Bianca, infatti, era una storia commovente per la galassia hollywoodiana e per chi, come noi, era ancora disposto a lasciarsi illudere, in un mondo in cui era chiaro già allora che tutto stesse collassando; il suo operato, discreto in politica interna ma fallimentare in politica estera, ha fugato ogni dubbio. E i presidenti americani, per come ragiona quella Nazione e per il ruolo che ha ricoperto negli ultimi ottant’anni, passano o meno alla storia in base alla politica estera. Spiace dirlo, ma in quell’ambito Obama è stato un disastro o quasi. Non ha mantenuto, difatti, quasi nessuna delle promesse che aveva formulato, ha pronunciato dei meritori discorsi di distensione planetaria cui spesso, ahinoi, non sono seguiti i fatti, ha incentivato le primavere arabe, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di chiunque, ed è durante la sua presidenza che la Russia è stata espulsa dal consesso del G8, tornato a essere G7, proprio per l’esplosione della questione ucraina. È inutile che qualcuno ci ripeta ogni volta quanto sia malvagio Putin: lo sappiamo, l’abbiamo già scritto in mille occasioni ed è noioso e strumentale tirarsi fuori di continuo lo stesso ritornello. Anche perché le fortune politiche di Putin non sono dovute al caso ma, a voler essere sinceri, alla sconsiderata presidenza di El’Cin, l’uomo che aveva condotto la Russia al semi-disfacimento, rivelandosi un fantoccio in piena regola e privando un paese orgoglioso come pochi della sua dignità, e al plauso pressoché unanime che l’uomo del KGB aveva incassato ad opera di quasi tutte le cancellerie europee, oltre che di quel Bush figlio che aveva trovato con lui un’intesa che vide l’apice in due incontri svoltisi proprio in Italia: al G8 di Genova e al vertice dell’anno successivo a Pratica di Mare. Dei massacri in Cecenia, dei blitz con centinaia di morti al Teatro Dubrovka e nella scuola di Beslan, dei misteriosi omicidi a danno dei suoi oppositori politici, dell’arricchimento smodato degli oligarchi suoi sostenitori e di tutta un’altra serie di questioni non proprio secondarie, almeno fino al 2014 non se n’è discusso se non in qualche nicchia di irrisi sostenitori della democrazia liberale e dei diritti umani. Poi l’America di Obama ha deciso, sulla scia del clintonismo che fu artefice dell’installazione della NATO in molti dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, di voler stravincere la Guerra fredda. Ecco, dunque, le rivolte di piazza Maidan, la destituzione del neutralista Janukovyč, l’arrivo di Porošenko e infine di Zelens’kyj. Il resto, conflitto in Donbass e persecuzione delle popolazioni russofone compresi, è tristemente noto. Nulla può giustificare l’aggressione di Putin, sia chiaro, ma se la storia non la si racconta tutta e si continua a pensare che questo maledetto conflitto sia scoppiato il 24 febbraio 2022 si rischia di cadere vittime di tutta la propaganda da due soldi che ci è stata ammannita nell’ultimo triennio. Ebbene, lo stato dell’arte oggi è questo: l’America, anche per via della “war fatigue” di una popolazione messa in ginocchio dal crollo del mito americano e dalla trasformazione del sogno d’antan nel peggiore degli incubi, si è affidata per la seconda volta a un personaggio che definire autoritario è un eufemismo, circondato oltretutto, in questa sua seconda versione, da una serie di oligarchi che stanno trasformando il paese un tempo faro dell’Occidente in quello che è stata per un decennio la Russia dopo il colpo di Stato che ha abbattuto Gorbačëv.

Il riarmo in Europa non avvicina la pace

L’Europa, dal canto suo, non ha ancora capito, o finge di non capire, che l’Ucraina e la NATO hanno perso la guerra e che gli sconfitti, da che mondo è mondo, non possono dettare condizioni; pertanto, vaneggia di possibili invii di truppe in territorio ucraino senza rendersi conto che Putin non le accetterà mai e che a quel punto c’è il serio rischio che decida davvero di dar vita a quella strategia espansionista che non aveva messo in conto, ben cosciente di non potersela permettere economicamente, ma che, per il suo modo di ragionare e di intendere i rapporti di forza, diventerebbe in quel momento essenziale per mettere al sicuro la Russia. Ribadiamo: qui non si tratta di simpatizzare per l’uno o per l’altro ma di prendere atto della realtà, cosa che purtroppo non è avvenuta nella primavera del 2022, ai tempi degli accordi di Istanbul che avrebbero garantito all’Ucraina perdite territoriali assai più contenute rispetto a quelle che rischia di subire, e che continua a non avvenire neanche adesso, almeno stando ai proclami guerreschi di un Macron che si crede Napoleone, di un Merz che evidentemente non si ricorda che l’ultimo che ha provato a sconfiggere la Russia era un suo connazionale e ha fatto una brutta fine e di uno Starmer che sta provando a contenere la catastrofe che ha investito l’Inghilterra dopo la Brexit facendo ricorso al consueto “warfare”, tanto caro agli inglesi. E l’Italia? Pur avversandola, dobbiamo ammettere che Meloni, almeno su questo terreno, si è mossa meglio di altri leader del Vecchio Continente. Non ha compiuto sparate, non si è lasciata andare a dichiarazioni sguaiate, si è posta come possibile pontiera fra l’Europa e gli Stati Uniti (fallirà perché non ha lo standing internazionale sufficiente e perché né Macron né Starmer accetteranno mai di farsi scavalcare da un Paese che reputano inferiore, ma almeno ci avrà provato con intelligenza) e ha manifestato più di un dubbio sull’invio di truppe in Ucraina, se non nell’ambito di una missione ONU o NATO, quindi coinvolgendo anche gli americani. È una nostra avversaria, ribadiamo, ma è sempre bene non assumere posizioni pregiudiziali. Dove invece merita di essere criticata senza sconti è sul tema del riarmo: pare, infatti, che il suo governo voglia aumentare le spese militari, andando a cercare oltre venti miliardi all’interno di un bilancio che già non basta per far fronte alle emergenze che vediamo ogni giorno, dalla scuola alla sanità, il tutto a scapito dei giovani e di quei presidi sociali senza i quali una società di fatto viene meno. Questa non è solo una follia ma anche un crimine: un attentato alla sopravvivenza dei ceti più deboli e un’ipoteca sul futuro di chi oggi ha vent’anni e, sostanzialmente, si trova a dover fuggire da un Paese che non è più in grado di garantirgli alcunché. È un crimine politico, certo, ma di una gravità assoluta, e qui ci auguriamo che le opposizioni sappiano essere unite e sufficientemente dure nel contrasto a una deriva che renderebbe inutile una loro eventuale affermazione elettorale quando saremo nuovamente chiamati alle urne. Lo faranno? No, fidatevi. Non lo faranno perché, in tal senso, ci si può fidare solo di AVS e M5S, oltre che dell’ala schleiniana e forse di quella bersaniana del PD. Gli altri, seguendo il filone dell’ineffabile presidente Von der Leyen, sembrano perseguire unicamente un orizzonte di guerra: una guerra strapersa ma della quale paiono non voler fare a meno. Più armi, sì ai soldati e, soprattutto, dopo gli elenchi di putiniani e gli insulti a chiunque manifestasse posizioni pacifiste, un desiderio di menare le mani che, se non fosse ridicolo, dati i rapporti di forza, sarebbe tragico. Occhio, tuttavia, a ciò che potrebbe accadere nei prossimi mesi. Non è da escludere, difatti, una scomposizione degli attuali schieramenti politici e non crediate che esista una qualche barriera morale o ideologica.

In Italia possibili scomposizioni negli schieramenti

I meloniani, sia pur a denti stretti, per conservare la poltrona hanno accettato l’idea di aumentare la spesa militare e, qualora venisse loro imposto, anche sull’invio di truppe potrebbero esprimersi a favore; il trumpiano Salvini non ci pensa nemmeno e nella Lega se disponessero di una personalità in grado di scalzarlo, l’avrebbero già lanciata: semplicemente, non c’è; sull’altro fronte, il PD non è detto che resti integro e, quel che è peggio, non è detto che resti alleato con AVS e M5S, che del pacifismo ne hanno fatto una loro meritoria bandiera. Potrebbe, pertanto, nascere un governo monstre, benedetto dal Quirinale per evitare che al dramma del mondo si aggiunga pure una campagna elettorale anticipata dai toni grotteschi. Peccato che anche questo sarebbe un errore, perché dopo un simile ircocervo il rischio di trovarsi una Lega trasformata in Alternative für Deautschland o qualcosa di peggio come minimo al 20 per cento, se non oltre, dato che il contesto italiano è assai peggiore di quello tedesco, è reale.

C’è speranza che questa macchina di morte e d’orrore si fermi o che si torni nell’alveo delle regole diplomatiche, evitando il banditismo cui abbiamo assistito nello Studio Ovale, in linea con il video su Gaza ridotta a una sorta di Las Vegas mediorientale per ricconi annoiati? No, perché i residui brandelli di dignità l’Unione Europea se li è giocati facendosi dettar legge da un altro Paese extraeuropeo e da sempre incline al bellicismo sfrenato e alla politica di rapina (da Sir Francis Drake ai decenni apicali del colonialismo). No, perché la Francia non ha un De Gaulle ma nemmeno un Pompidou o un Mitterrand. No, perché la Germania ha smarrito se stessa, perseguendo oltretutto una politica di riarmo che dovrebbe farci tremare le vene e i polsi, considerando che in un futuro prossimo potrebbe beneficiare di un simile arsenale un partito neonazista. E no, perché non esiste un idem sentire europeo e non si costruisce dall’oggi al domani. Per troppo tempo ci siamo illusi che bastassero Maastricht e Schengen per renderci grandi, che la storia fosse finita e che la tecnocrazia potesse vicariare al deficit di politica. Ora che nel tempio della democrazia occidentale a farla da padrone è un piazzista senza alcun vincolo etico, ci rendiamo conto di essere inermi in tutti i sensi. Non ci resta, in conclusione, che esprimere un pensiero per Zelens’kjy: lo abbiamo contestato, anche aspramente, quando troppi ne tessevano le laudi. Ci sia consentito di dire che ne abbiamo apprezzato la signorilità nell’ora della resa.

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