Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dal 13 maggio al 10 luglio, quando la gestione degli aiuti era già ormai completamente in mano alla compagnia israelo-americana Gaza Humanitarian Foundation tramite 3 hub militarizzati concentrati nella parte centro-meridionale della Striscia, dove centinaia di persone affamate sono state uccise nella disperata attesa di un po’ di cibo. Con questo numero ci spingiamo fino al 12 settembre, a circa tre settimane dall’avvio dell’operazione di terra sulla città di Gaza City, già sotto assedio e con intere aree già rase al suolo, ora di nuovo colpita da bombardamenti devastanti che in pochi giorni hanno sbriciolato numerosi grattacieli e edifici residenziali, anche nei quartieri più occidentali che erano rimasti relativamente meno esposti agli attacchi negli ultimi mesi. L’intera popolazione della città sta ricevendo ordini di sfollamento, ma le condizioni per spostarsi e trovare rifugio altrove non ci sono, tanto ristretta è diventata l’area dove la popolazione sfollata si trova ammassata. In questo contesto, il nostro staff nella Striscia continua a fare il possibile per continuare a lavorare e dare supporto agli altri. Il nostro coordinatore locale Mohammed dal Cairo è in contatto costante e coordina il nostro staff – insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologhe e psicologi – che quotidianamente gestiscono 5 scuole di emergenza allestite in tensiostrutture frequentate quotidianamente da 800 minori sfollati, nelle aree di Deir Al Balah, Khan Younis e Gaza City. Sono stati purtroppo frequenti i giorni di interruzione dei servizi perché gli ordini di evacuazione e i bombardamenti investono zone sempre più vicini alle cosiddette zone umanitarie, dove si trova ammassata gran parte della popolazione e dove si trovano le nostre scuole. Due delle tensiostrutture che operavano a Gaza City, nel quartiere di Sheikh Radwan, sono state per il momento smontate e messe al riparo, in attesa di trovare un altro luogo dove riallestirle. E’ attraverso le parole delle nostre persone a Gaza, come facciamo dall’avvio di questa feroce offensiva militare, che vi raccontiamo il genocidio e cosa è diventata la Striscia di Gaza.
23 luglio
Jaber, il direttore dell’organizzazione palestinese con cui nel 2020 abbiamo avviato una Gelateria Sociale a Gaza City ci scrive oggi: “Il nostro gelataio è stato gravemente ferito e suo figlio di 10 anni è stato ucciso. Erano seduti davanti alla porta di casa loro, ad Al Bureij, quando una persona che stava camminando normalmente nella strada principale di fronte alla loro abitazione è stata colpita da un missile lanciato da un drone. In modo indiscriminato, lui e i suoi due figli sono stati feriti. Il più piccolo è stato ucciso sul colpo. L’altro ha riportato schegge nell’addome e nel torace. Il nostro gelataio ora è incosciente, in attesa di poter fare una TAC… ma lo scanner è fuori servizio nei due ospedali di Deir El-Balah. Quindi, è in attesa di essere trasferito all’ospedale di Khan Yunis, ma la sua condizione critica e instabile non consente il trasporto”. Il pensiero va al volto gentile e sorridente di Mohammed, mentre prepara gli ingredienti per il suo meraviglioso gelato fatto con le dolcissime fragole di Beit Lahia.
29 luglio
Oggi ci arriva un video bellissimo e una valanga di fotografie. Ce li invia Ahmed, uno degli straordinari musicisti di Gaza Birds Singing, con i quali stiamo realizzando un programma di supporto psico-sociale attraverso la musica, presso una delle scuole di emergenza che gestiamo insieme al nostro partner Al-Ataa Charitable Society. I bambini hanno scoperto alcuni strumenti musicali – chitarra, oud, nay e tabla – hanno sperimentato l’uso della voce durante lezioni interattive, si sono esibiti in coro cantando canzoni amatissime come “Nasam Alayna El Hawa” e “Mawtini”. “La musica ha dato loro qualcosa che fa dimenticare la guerra… una ragione per sorridere e guardare al domani”, ci scrive Ahmad, che ha fatto della musica la sua quotidiana arma di resistenza e bellezza, di fronte all’enormità dell’orrore intorno. E nei sorrisi dei bambini e delle bambine che cantano e suonano insieme a lui, ritroviamo tutta la potenza e il senso delle sue parole.
Oggi il nostro staff a Gaza è riuscito a compiere un altro piccolo miracolo. 97 famiglie sfollate di Gaza City hanno ricevuto un pacco alimentare composto di verdure fresche, che gli agricoltori di Gaza ancora riescono a coltivare nonostante le condizioni di vita disumane a cui sono costretti. Ogni pacco contiene 5 kg di verdure coltivate a Gaza (patate dolci, melanzane, melokhia e cetrioli). Il nostro Mohammed scrive pieno di gioia: “Alhamdulillah, siamo riuscendo a dare un aiuto davvero importante per la popolazione di Gaza”.
27 agosto
L’operazione su Gaza City annunciata da Netanyahu e già messa in pratica dall’esercito ci preoccupa molto. Sappiamo che le nostre scuole di emergenza continuano a funzionare, ma lo staff valuta quotidianamente se tenere le attività o sospenderle e con Mohammed stanno disegnando diversi scenari, in base a come la situazione militare sul campo evolve. Sono pronti a smontare le tende-scuole in caso gli ordini di sfollamento dell’esercito arrivassero troppo vicini all’area in cui si trovano. Nel frattempo sappiamo che c’è chi sta cercando di organizzarsi per fuggire da Gaza City, nonostante le condizioni per spostarsi siano estremamente rischiose, costose e comunque verso luoghi già sovraffollati. Il nostro ingegnere Abu Karim è uno di questi, ci scrive proprio oggi da Gaza City: “Sto pensando adesso che potrebbe essere necessario spostarmi con la mia famiglia verso sud. Domani andrò a Deir al-Balah per provare a cercare un posto libero”.
31 agosto
“Sono stato a Deir Al Balah, ho cercato un posto da affittare, ma è troppo costoso e sovraffollato, non sono riuscito a trovarne uno ad un prezzo per me affrontabile.
adesso sono di nuovo a Gaza City. Mio figlio è rimasto lì, a Deir al-Balah, alla ricerca di un posto. Spero che riesca a trovarlo”. Ricordiamo il figlio più grande di Abu Karim, era poco più di un ragazzino quando lui lavorava al cantiere del centro per l’infanzia La Terra dei Bambini, che abbiamo costruito la prima volta nel 2011 e ricostruito nel 2016 dopo la prima demolizione ad opera dei bulldozer israeliani avvenuta nel 2014, durante l’operazione militare Margine Protettivo. Ci chiediamo cosa debba passare nel cuore e nella testa di un padre e di un figlio costretti a separarsi mentre tutto intorno è distruzione, bombe e gente affamata ammassata in campi tendati infiniti. Quanta forza e quanto coraggio.
1 settembre
Nei giorni scorsi la partenza della Global Sumud Flotilla da Genova verso il porto di Gaza ci ha molto emozionato. Ci ha emozionato il fiume di persone che l’ha accompagnata e salutata al porto di Genova prima della partenza, perché crediamo nella forza delle mobilitazion
i che partono dal basso e parlano il linguaggio universale dei diritti umani. Abbiamo condiviso le immagini con le nostre persone a Gaza, ci sono arrivati in risposta cuoricini e messaggi di stupore e speranza: “Wow, sì, ne ho sentito parlare.
InshaAllah, ci sarà un cambiamento. Che più voci e azioni continuino”, risponde il nostro Mohammed da Il Cairo.
10 settembre
Oggi Fatima manda la fotografia di una meravigliosa bambina sorridente, si tiene in piedi appoggiata a due stampelle, una delle sue gambe non c’è più. Nella didascalia della foto, Fatima scrive queste parole, tragiche e bellissime al tempo stesso, che ci restituiscono tutto il senso e l’importanza del lavoro che lei e tutto il nostro staff educativo e psico-sociale sta realizzando in condizioni impossibili: “Miral… l’unica sopravvissuta della sua famiglia, porta nel cuore il dolore della perdita e nel corpo l’amputazione di una gamba, dopo che la sua casa è stata bombardata il 1° novembre 2024. Miral ha perso la sua famiglia e la sua gamba, ma da bambina non ha mai perso l’amore per il gioco e il disegno. Quando ha sentito dalla figlia di una vicina che c’era una scuola di emergenza nelle vicinanze, è venuta subito a chiedere come iscriversi. Oggi Miral racconta: ‘Non sapevo che mi avrebbero accolto con un cuore così grande e tanto affetto. Ho iniziato a giocare, divertirmi e partecipare ad attività piacevoli, ogni tipo di gioco, disegno e passatempo che amo. Davvero non sentivo più di aver perso qualcosa… Anzi, mi sentivo diversa da tutti gli altri, ma perché speciale. Attraverso le bellissime attività a cui ho partecipato, ho sentito che tutti si prendevano cura di me e mi trattavano con una gentilezza che nessuno mi aveva mai riservato prima’.
11 settembre
“Sì, ho trovato un posto a Deir al-Balah. Adesso inizieremo a prepararlo per viverci. Avremo bisogno di una tenda, un serbatoio d’acqua e un bagno. Cercheremo di collegarci alla rete fognaria, ma se non sarà possibile, scaveremo nel terreno una fossa biologica”. Abu Karim ha finalmente trovato un posto a Deir Al Balah. Tante altre persone, inclusa gran parte del nostro staff, per ora invece non ha deciso di spostarsi da Gaza City. Troppo il timore di non tornarci mai più.











