Tra Crisi Europea e il Futuro Strategico del Polo di Ferrara

Riassunto/Abstract

L’industria chimica europea e italiana attraversa una crisi strutturale senza precedenti, schiacciata da un pesante gap energetico rispetto a USA e Cina e dai costi legati al sistema ETS. In questo scenario, il polo petrolchimico di Ferrara subisce una preoccupante contrazione occupazionale e industriale. La via d’uscita non risiede nella resistenza passiva, ma nella trasformazione del sito in un laboratorio di transizione ecologica. Attraverso la sinergia infrastrutturale con l’hub di stoccaggio della CO2 di Ravenna, Ferrara può evolvere da distretto “hard-to-abate” a centro d’avanguardia nella sintesi di polimeri da cattura della CO2 (CCU), sul modello delle economie asiatiche. Questo progetto di “Carbon Valley” emiliana, sostenuto dalle linee di Transizione 5.0 e dal progetto “Polo Natta 2.0”, rappresenta l’unica reale opportunità per salvaguardare l’occupazione e il patrimonio tecnologico del territorio.

Il Contesto Europeo: Una “Tempesta Perfetta”

L’industria chimica europea sta attraversando uno dei momenti più critici della sua storia recente. Secondo i dati Cefic e Plastics Europe aggiornati al primo trimestre 2026, la produzione di polimeri nell’UE ha subito una contrazione del 6,9% nel 2025, un calo ben più profondo rispetto alla media dell’industria manifatturiera.

Tre aspetti sono particolarmente critici:

  • Il Gap Energetico: L’energia rappresenta fino al 75% dei costi di produzione. Con prezzi del gas e dell’elettricità strutturalmente più alti rispetto a USA e Cina, l’Europa sta perdendo quote di mercato globali.
  • Investimenti in Fuga: Nel 2025, gli investimenti nel settore chimico europeo sono crollati dell’80%. Molte aziende scelgono di localizzare la produzione dove le materie prime sono più economiche (come il metanolo in Cina).
  • Dipendenza dall’Estero: Per la prima volta, il deficit commerciale dell’UE nei polimeri è diventato strutturale, con una crescente dipendenza dalle importazioni extra-UE (circa 3 milioni di tonnellate di deficit in volume).

L’energia non è solo un costo operativo, ma il fattore che determina chi può permettersi di produrre chimica di base e chi no. La tabella comparativa seguente è basata sui dati aggiornati al primo trimestre 2026 (fonti IEA, Trading Economics e Confindustria).

I prezzi sono espressi in €/MWh per utenze industriali energivore, per rendere il confronto immediato.

Confronto Costi Energetici Industriali (Q1 2026)

Area Geografica Elettricità (€/MWh) Gas Naturale (€/MWh) Note Competitività
Italia 210 – 230 45 – 55 Prezzo più alto in UE per mix sbilanciato sul gas.
Germania 160 – 180 38 – 42 Aiuti di Stato (Sussidio Ind. Electricity) mitigano il costo.
Francia 120 – 140 35 – 40 Vantaggio strutturale grazie al nucleare.
USA 70 – 90 12 – 18 Autosufficienza da shale gas; prezzi crollati nel 2025.
Cina 65 – 85 25 – 35 Forti sussidi statali e carbone a basso costo.

 

Analisi del Divario: Perché l’Europa perde terreno?

Il divario evidenziato nella tabella non è solo numerico, ma strutturale. Ecco i tre “moltiplicatori di crisi” che pesano sul polo di Ferrara e sulla chimica italiana:

  • Il Gap del Gas (Fattore 3x-4x): In Italia e in Europa, il gas costa mediamente da 3 a 4 volte in più rispetto agli Stati Uniti. Poiché nella chimica il gas è sia fonte energetica che materia prima (feedstock), produrre ammoniaca o idrogeno in Europa è oggi economicamente insostenibile senza sussidi.
  • Il Peso della CO2 (ETS): Mentre i produttori americani e cinesi non pagano per le emissioni o pagano cifre simboliche, le industrie europee devono acquistare i permessi di emissione (ETS), che nel 2025 hanno oscillato intorno ai 75-80 €/t. Questo aggiunge un ulteriore sovrapprezzo invisibile ma letale ai prodotti finiti.
  • Il Paradosso Italiano: L’Italia paga l’elettricità circa il 30% in più rispetto alla media UE. Questo accade perché il prezzo elettrico italiano è ancora troppo legato al gas naturale (“tecnologia marginale”), rendendo vani molti degli sforzi di efficienza fatti dalle singole aziende.

Senza un intervento sui costi sistemici (come la “Transizione 5.0” o il disaccoppiamento dei prezzi gas/elettricità), la chimica europea rischia di diventare un settore di solo assemblaggio di componenti prodotti altrove.

L’Italia: Terzo Produttore Europeo sotto Pressione

In Italia, la situazione riflette le difficoltà continentali. Il rapporto Federchimica 2025 evidenzia una ripresa estremamente modesta (+1,2% di produzione), frenata da una domanda interna debole e dall’incertezza dei mercati internazionali.                         Nonostante l’Italia sia all’avanguardia nella riduzione delle emissioni (già -58% di CO2 rispetto al 1990), le imprese faticano a coniugare gli oneri normativi del Green Deal con la competitività economica. Il settore petrolchimico, in particolare, è quello che soffre di più, con cali produttivi superiori al 10%.

Il Caso Ferrara: Da “Culla della Chimica” a Laboratorio della Transizione

Ferrara rappresenta lo snodo cruciale di questa crisi. Il recente annuncio da parte di Versalis (Eni) di una procedura di licenziamento collettivo per 30 lavoratori (circa il 10% della forza lavoro del sito) ha riacceso l’allarme sulla “desertificazione industriale”.

Rischi per il Territorio:

  • Smantellamento Progressivo: Il timore degli enti locali e dei sindacati è che i tagli siano il preludio a un ridimensionamento più drastico della chimica di base, pilastro dell’economia ferrarese.
  • Perdita di Competenze: Ferrara possiede un know-how unico al mondo sulla catalisi e i polimeri; la perdita di occupazione significa anche perdita di capitale umano insostituibile.

Le prospettive possibili, la ricerca:

Per salvare Ferrara, la strada indicata da analisti e istituzioni non è la resistenza nostalgica, ma l’accelerazione verso la chimica specializzata e verde:

  • Polimeri ad Alto Valore Aggiunto: Spostare la produzione verso materiali per l’elettronica, la mobilità elettrica e il settore aerospaziale.
  • Economia Circolare: Sfruttare il sito per il riciclo chimico dei polimeri, trasformando i rifiuti plastici in nuove materie prime (Chemical Recycling), un settore in cui la Commissione Europea prevede una forte crescita del CAGR (circa il 4%).
  • Bio-chimica: Integrare la produzione con bio-feedstock per ridurre la dipendenza dal petrolio.

L’Infrastruttura: Il “CO2-dotto” Ferrara-Ravenna

Come emerge dai recenti piani di sviluppo della rete Ravenna CCS (Carbon Capture and Storage), è già prevista la realizzazione di una condotta che collegherà il polo chimico di Ferrara con quello di Ravenna.

  • Obiettivo attuale: Trasportare la CO2 catturata a Ferrara verso i giacimenti esausti dell’Adriatico per lo stoccaggio permanente.
  • Evoluzione proposta (CCU): Invece di limitarsi allo stoccaggio (Storage), il polo di Ferrara potrebbe intercettare parte di questo flusso di CO2 per il suo utilizzo, diventando un hub di Carbon Capture and Utilization (CCU).

 

Tecnologie e Mercato: L’esempio della Corea del Sud

Il mercato coreano delle plastiche basate su CO2 è all’avanguardia mondiale, con una crescita prevista (CAGR) superiore al 10% fino al 2035. Aziende come LG Chem, SK Geo Centric e Sumitomo Chemical (in Giappone) stanno investendo massicciamente in:

  • PPC (Polypropylene Carbonate): Un polimero biodegradabile ottenuto dalla reazione tra CO2 ed epossidi. È una tecnologia su cui LG e SK puntano per ridurre l’impronta carbonica.
  • Polioli a base CO2: Utilizzati per la produzione di poliuretani (schiume per arredamento, isolamento, automotive).
  • Sintesi di Monomeri: Sumitomo sta lavorando a processi per produrre metanolo o monomeri plastici direttamente dalla CO2 catturata tramite catalizzatori proprietari.

Nel 2024, il valore del mercato sudcoreano delle materie plastiche a base di CO₂ è stato stimato a 35,3 milioni di dollari e si prevede che raggiungerà i 109,98 milioni di dollari entro il 2035 (South Korea Co2-based Plastics Market Size, Analysis, Insights).

Sinergia Ferrara-Ravenna: Da “Hard-to-Abate” a “Green Materials”

Il legame tra le due città creerebbe un “Laboratorio a cielo aperto”:

  • Ravenna come Hub di Raccolta: Sfrutta la sua posizione e le infrastrutture offshore di Eni/Snam per centralizzare la CO2 non solo locale, ma da tutta l’area Padana.
  • Ferrara come Centro di Sintesi: Grazie al know-how di un rinnovato Polo di Ricerca (Natta 2.0, auspicato da più parti) e alla presenza di aziende come Versalis, Ferrara potrebbe implementare le tecnologie asiatiche (o svilupparne di proprie) per convertire la CO2 in arrivo da Ravenna in polimeri ad alto valore aggiunto.

Quali sarebbero i vantaggi strategici per il territorio

  • Conformità al Green Deal: Produrre plastica da CO2 riduce drasticamente l’uso di materie prime fossili (nafta, gas), allineando Ferrara agli obiettivi UE 2050.
  • Finanziamenti Europei e Transizione 5.0: Questo tipo di integrazione tra due province (Ferrara-Ravenna) rientra perfettamente nei criteri dei progetti di “Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo” (IPCEI), facilitando l’accesso a fondi che oggi la chimica tradizionale fatica a ottenere.
  • Nuova Occupazione: La riconversione non è solo un “taglio” (come i licenziamenti citati nell’articolo precedente), ma una specializzazione in settori che la borsa e il mercato premiano (ESG: acronimo che indica i criteri Environmental, Social e Governance con cui si valuta la sostenibilità di un’azienda: l’impatto ambientale, la responsabilità sociale e la qualità della gestione e della capacità di governo).

Il progetto di collegamento Ferrara-Ravenna per il trasporto della CO2 (CCUS) serve esattamente a neutralizzare il peso delle ETS (tasse sulle emissioni). Se Ferrara riuscisse a catturare la CO2 e riutilizzarla tramite tecnologie come quelle di LG Chem o SK, trasformerebbe un “costo punitivo” (la tassa sulla CO2) in una “risorsa produttiva” (nuova plastica).

Conclusione: La “Carbon Valley” Emiliana

Integrare Ferrara e Ravenna significa smettere di considerare la chimica di base come un settore morente e iniziare a vederlo come parte della soluzione climatica. Utilizzare la CO2 come “moneta di scambio” e materia prima tra i due poli permetterebbe di creare una vera e propria Carbon Valley capace di competere con i giganti della Corea e del Giappone, salvaguardando il capitale umano e tecnologico del territorio.

Il futuro di Ferrara non può dipendere solo dalle dinamiche di bilancio di una singola azienda, ma necessita di un Tavolo Permanente di Crisi e Transizione. Come suggerito da una recente mozione presentata in consiglio comunale dalla lista civica La Comune di Ferrara (www.lacomunediferrara.it), serve un patto tra Ministeri, Regione, Università e Versalis per garantire che Ferrara rimanga un polo d’eccellenza tecnologica, capace di guidare la chimica italiana fuori dalle sabbie mobili della crisi energetica.

 

L’autore ingegner Enrico Beccarini è consulente industriale ed ex-Vice Presidente del Centro Ricerche “Giulio Natta” di Ferrara.

 

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