Intervista all’arcivescovo di Ferrara-Comacchio
mons. Gian Carlo Perego
presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza Episcopale Italiana
In questi ultimi anni l’Italia e l’Europa sembrano fare passi indietro rispetto al grande tema dell’immigrazione. Invece di prendere le giuste misure rispetto ad un fenomeno che può benissimo essere governato con intelligenza e umanità, si verificano chiusure crescenti da parte di società che fino a qualche decennio fa si sarebbero definite aperte, democratiche e sensibili ai diritti umani. Assistiamo invece a regressioni preoccupanti innescate anche da una cattiva politica che sfrutta pregiudizi e paure a fini elettorali. Lo vedremo presto alle prossime elezioni europee dove rischiano di essere premiate le posizioni più xenofobe. In questo quadro emerge invece la posizione più avanzata della Chiesa cattolica, soprattutto in chi conosce e ha conosciuto da vicino il fenomeno dell’immigrazione e in chi prende sul serio l’insegnamento evangelico. Per questo Restart ha deciso di intervistare mons. Perego che non solo è l’attuale presidente della Commissione per le migrazioni della CEI ma che da anni dirige Migrantes e ne è l’attuale presidente. Migrantes pubblica annualmente due distinti Rapporti: uno sull’immigrazione in Italia, l’altro sugli italiani nel mondo. Nel giugno dell’anno scorso in una ampia intervista al giornale Avvenire mons. Perego, dopo l’incontro dei Ministri dell’Interno europei, si era detto molto preoccupato dell’ulteriore “passo indietro sulla costruzione della solidarietà europea e di una agenda dell’immigrazione e dell’asilo. E’ di questi giorni la sua presa di posizione pubblica sull’Accordo Italia-Albania che gli sono valsi attacchi da parte di esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. A mons. Perego va la solidarietà della redazione di Restart, la stima e la condivisione del suo coraggioso operato.
L’Accordo Albania-Italia è un segno
di incapacità di un Paese a gestire il diritto d’asilo
RESTART: Il Senato ha approvato giovedì 15 febbraio l’accordo Albania-Italia per il trattenimento di migranti che verranno salvati in mare dalla Guardia costiera e che verranno trasferiti in Albania e non in Italia. Mons. Perego, lei ha preso subito una posizione pubblica molto critica, quali sono le ragioni?
MONS. PEREGO: “Una scelta sbagliata, segno di incapacità o di non volontà a gestire il diritto d’asilo, un diritto che un Paese dovrebbe gestire direttamente e non delegare, tra l’altro con una spesa che sarebbe meglio utilizzare in Italia. Così ci sono seicentosettantantatre milioni di euro in dieci anni in fumo per l’incapacità di costruire un sistema di accoglienza diffusa del nostro Paese, al 16° posto in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo rispetto al numero degli abitanti. Seicentosettantatre milioni di euro che potevano rigenerare non solo la vita di molte persone (3.000), ma la vita anche delle nostre comunità. Seicentosettantatre milioni di euro che avrebbero significato posti di lavoro e un indotto economico. Seicentosettantatre milioni di euro veramente “buttati in mare” per l’incapacità di governare un fenomeno – quello delle migrazioni forzate – che si finge di bloccare, ma che cresce di anno in anno, anche per politiche economiche che non favoriscono – se non con le briciole – lo sviluppo dei Paesi al di là del Mediterraneo.

RESTART: Quando parla di migrazioni forzate, si riferisce ai drammi della siccità e dei cambiamenti climatici che colpiscono tante aree del Sud del mondo, ai migranti climatici, si riferisce ai tanti conflitti in corso e ai tanti regimi repressivi?
MONS. PEREGO: Certo. Mi riferisco anche ai conflitti in corso e al commercio delle armi che li alimentano. C’è una responsabilità dei nostri Paesi anche perché guardiamo maggiormente a vendere armi – le spese per gli armamenti sono aumentate del 3,7% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 2240 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato (SIPRI) – e a finanziare conflitti – sono 56 gli Stati che nel 2022 si trovavano in situazioni di conflitto armato, 5 in più dell’anno precedente (SIPRI)-, piuttosto che a costruire pace. Uno spreco di risorse pubbliche. Un nuovo atto di non governo delle migrazioni, di non tutela degli ultimi della terra. Una nuova sconfitta della democrazia.
Rilanciare la “Carta di Siena”, la Carta della “città mobile”
RESTART: Lei dice una nuova sconfitta della democrazia. Quindi possiamo dire che di sconfitte in questi anni ce ne sono state più di una. Allora, come rimediare? Quali strumenti possiamo adottare per fare dell’accoglienza la strada di una vera crescita civile della società italiana?
MONS. PEREGO: I cammini positivi avviati, ci sono. Si tratta di riprenderli e rivitalizzarli. Penso alla “Carta di Siena” che dieci anni fa già poneva il rapporto tra città e immigrazione perché è soprattutto nelle città dove questo fenomeno strutturale va capito e governato, perché è soprattutto nelle città che cresce la conflittualità sociale e i migranti vengono colpevolizzati al posto della politica e delle istituzioni spesso latitanti. La “Carta di Siena” individuava nella “città mobile” la nuova dimensione urbana caratterizzata da multiculturalità e interculturalità per via dei tanti arrivi e delle tante partenze in tempi relativamente ristretti.
RESTART: Ritiene dunque che la prospettiva aperta dalla “Carta di Siena” con il documento elaborato a conclusione del Convegno tenutosi all’Università degli stranieri di Siena il 21 novembre 2013 sia ancora valido?
MONS. PEREGO: Valido, ma merita una revisione rispetto alla situazione attuale. La “Carta di Siena” è nata dieci anni fa a fronte di un culmine della crescita dell’immigrazione in Italia su iniziativa delle Migrantes diocesane di Toscana e del centro La Pira di Firenze. Quel documento, appunto “La Carta di Siena”, intendeva contribuire da una parte a leggere il valore culturale dell’immigrazione nelle nostre città e, dall’altra, a favorire un dialogo più profondo e costruttivo tra le realtà ecclesiali, associative e le istituzioni toscane per mettere a sistema buone prassi sul piano dell’accoglienza, della didattica e dell’apprendimento della lingua italiana, dell’integrazione. A dieci anni di distanza il panorama migratorio è cambiato. L’Italia da dieci anni ha sempre 5 milioni di immigrati, ma ha perso una capacità attrattiva. Cresce invece l’emigrazione degli italiani, ormai giunta a 6 milioni di persone, soprattutto giovani e adulti. Le nostre città invecchiano. Mancano lavoratori -800.000-, s’indeboliscono i sistemi e i luoghi di cura, la scuola fatica nell’educazione interculturale e nel programmare la necessaria educazione degli adulti, s’indebolisce la tutela di alcuni diritti (casa, salute, famiglia…), cresce la conflittualità sociale colpevolizzando i migranti. In questo contesto è necessario uno scatto di umanità e di responsabilità da parte di tutti, cittadini e istituzioni, per governare una ‘città mobile’.
RESTART: Di fronte a così tanti problemi lasciati irrisolti quali indicazioni si sente di suggerire per risolvere contraddizioni che aumentano le sofferenze degli immigrati e il disagio di parte della popolazione più fragile e anziana?
MONS. PEREGO Occorre partire dalla realtà, conoscere le aree di sofferenza e degrado, affrontare concretamente i problemi anche se complessi, ordinare le buone prassi per organizzare un governo delle migrazioni: di questo si sente ancora di più il bisogno oggi, dieci anni dopo. La lettura delle migrazioni è ancora segnata, oggi, da luoghi comuni, da una comunicazione che falsa i problemi e nasconde la realtà. Sul piano della politica locale si tende a curare più i cittadini che le persone (assegnazioni della casa popolare, servizi di cura, scuola, aggregazione giovanile…). In questo contesto valgono ancora i suggerimenti della Carta di Siena, che nascevano all’indomani di una tornata elettorale che aveva segnato e indebolito il processo di integrazione europea. Siamo alla vigilia di elezioni amministrative in molte città e di elezioni europee: saper leggere il mondo della mobilità – di immigrati in Italia e di emigranti italiani all’estero – saper accogliere, tutelare, promuovere e integrare i migranti rimangono quattro verbi fondamentali su cui realtà ecclesiali, associative e Istituzioni devono interrogarsi per un cammino comune.

RESTART: Come è cambiato in Italia il mondo dei migranti in questi ultimi 10 anni?
MONS. PEREGO: Il mondo degli immigrati è rimasto numericamente lo stesso: 5 milioni di persone. È cresciuto, invece, quasi raddoppiato il mondo degli emigranti, al traino di migliori opportunità economiche all’estero sul piano contrattuale, ma anche dell’Erasmus, il progetto universitario europeo. Sono cresciuti ‘i nuovi cittadini’ – oltre un milione di immigrati che sono diventati cittadini italiani – molti dei quali, però, si conta un 30%, ottenuta la cittadinanza si sono trasferiti in un altro Paese europeo. Il dramma dell’Italia è che sta diventando un Paese più di emigranti che di immigrati, un Paese non più attrattivo, se non per i turisti. Il mondo degli immigrati in Italia è fatto di lavoratori (2 milioni e mezzo) e di imprenditori (600.000), sempre in crescita, di famiglie (quasi 2 milioni), di studenti della scuola dell’obbligo e dell’Università (quasi un milione), di religioni diverse (cattolici, ortodossi, islamici, buddisti, pentecostali…). La politica migratoria non è cambiata ed è ferma a 20 anni fa, quando i migranti erano un milione, con difficoltà a far incontrare domanda e offerta di lavoro, che genera irregolarità e mancanza di tutele dei migranti, nessuna considerazione sul tema della casa, nessuna attenzione a facilitare il ricongiungimento familiare e il riconoscimento dei titoli. Sono cresciuti in questi dieci anni i richiedenti asilo e rifugiati, anche se siamo ancora al 14 ° posto per numeri di accoglienza in Europa, con una politica dell’accoglienza debole e una grave supplenza alle istituzioni da parte del mondo ecclesiale e sociale.
RESTART: Ci pare molto interessante il tema della ‘città mobile’ anche perché le maggiori difficoltà di integrazione si riscontrano dove la concentrazione di immigrati è più rilevante, Milano, Roma, Torino, Brescia, Firenze. Ma le città sono anche le comunità che hanno più ricchezza materiale e più risorse civili e culturali per affrontare la sfida dell’immigrazione e dell’integrazione. Sono queste le ragioni per mettere le città al centro del percorso individuato dalla Carta di Siena?
MONS. PEREGO: La città è il luogo abituale della nostra vita e dell’incontro con i migranti. Non è un luogo ideale ma reale e familiare: è la “casa comune”, come scriveva Giorgio La Pira 70 anni fa inaugurando il nuovo Quartiere dell’Isolotto. Tutti in città ci dobbiamo sentire protagonisti e responsabili anche dei nuovi incontri: con turisti, con persone di altre nazioni – quasi 200 – che lavorano nelle nostre case, fabbriche e servizi, che studiano con i nostri figli e ragazzi, che abitano i luoghi del tempo libero, che frequentano le parrocchie per un aiuto, un consiglio, una preghiera. Oggi la città è mobile, abitata da persone in continua mobilità, da migranti. Diventa necessario aiutare le persone che vivono da sempre o che arrivano, ad ‘abitare la città’, a sentirla la propria casa. La politica migratoria trova nella città il luogo dove superare pregiudizi, diffidenze, letture ideologiche e costruire sulla realtà nuove scelte condivise.










