A 30 anni dal Premio Nobel per la Pace assegnato a
Yitzahak Rabin, Simon Peres, Yasser Arafat.
Scheda a cura della redazione
Nel 1994 il Comitato norvegese assegna il premio Nobel ai due massimi esponenti del Governo d’Israele e al leader del popolo palestinese con queste motivazioni: “Portando a conclusione gli accordi di Oslo e dando loro un seguito, Arafat, Peres e Rabin hanno offerto un contributo sostanziale al processo storico attraverso cui la pace e la cooperazione potranno prendere il posto della guerra e dell’odio”.
Purtroppo non è stato così. Sia i coloni israeliani più fanatici, sia i kamikaze di Hamas si mettono subito all’opera per boicottarne il percorso causando già allora in diversi attentati decine di vittime sia tra i palestinesi che tra gli israeliani. Ma quello che vogliamo sottolineare è che quel processo di maturazione di entrambi i gruppi dirigenti dei due popoli era arrivato molto avanti con posizioni etiche, culturali e politiche coraggiose e giuste di autentico reciproco riconoscimento, posizioni che nei 30 anni successivi sono state travolte, tradite, completamente rovesciate. Le convinzioni e le posizioni allora espresse da Rabin, Peres e Arafat segnano una distanza abissale sia rispetto alle attuali posizioni di Netanyahu, capo del governo di Israele, sia rispetto alle posizioni di Haniyeh, leader di Hamas. A dimostrazione che la storia talvolta torna indietro e, quando lo fa, lo fa in modo tragico, pubblichiamo alcuni stralci dei loro interventi ufficiali di 30 anni fa.
OSLO 1994: Discorso di YITZAHAK RABIN, Primo Ministro Governo di Israele
“Nella mia attuale posizione, mi capita spesso e volentieri di sorvolare in aereo lo Stato di Israele e ultimamente anche altre zone del Medio Oriente. Da lassù si gode una vista mozzafiato: laghi blu profondo, campi verde scuro, deserti di sabbia bigia, montagne petrose ….e cimiteri. Tombe a perdita d’occhio.
Da militare, da comandante, ho ordinato dozzine, probabilmente centinaia di operazioni. Ricorderò sempre l’attimo che segue la decisione di preparare un’azione. E’ il momento in cui capisci che, a causa della decisione appena presa, alcuni andranno incontro alla morte. Persone del tuo Paese, di altri Paesi. E loro ancora non lo sanno. Ancora ridono e piangono. Ancora fanno progetti e sognano l’amore; ancora pensano di piantare un giardino o costruire una casa: non sanno che quelle sono le loro ultime ore sulla terra”.
“Per decenni Dio non ha avuto pietà dei bambini degli asili del Medio Oriente, né di quelli delle scuole e nemmeno dei più grandi. Non c’è stata nessuna pietà in Medio Oriente, per generazioni.
I leader delle nazioni devono offrire ai loro popoli le condizioni che permettano loro di godere la vita: la libertà di parola e di movimento; cibo e riparo; e soprattutto la vita stessa. Per difendere queste vite, chiediamo ai nostri cittadini di arruolarsi nell’esercito. E per difendere le vite dei nostri cittadini che prestano servizio nell’esercito, investiamo somme enormi in aeroplani, carri armati, blindati e fortificazioni di cemento. Eppure, malgrado tutto, non riusciamo a proteggere le vite dei nostri cittadini e dei nostri soldati. I cimiteri militari di ogni angolo del mondo testimoniano silenziosamente che i leader nazionali non hanno saputo santificare la vita umana. C’è un unico strumento risolutivo. Non i blindati, non i carri armati, non gli aeroplani né le fortificazioni di cemento. L’unica soluzione radicale è la Pace”.
OSLO 1994: Discorso di SIMON PERES, Ministro degli Esteri israeliano
“Le guerre che abbiamo combattuto ci sono state imposte. Grazie alle forze di difesa israeliana, le abbiamo vinte tutte, ma non abbiamo conquistato la vittoria che ci stava più a cuore: la libertà dal bisogno di conquistare la vittoria.
Abbiamo dimostrato che gli aggressori non appaiono necessariamente come vincitori, ma abbiamo imparato che i vincitori non conquistano necessariamente la pace.
Non c’è da stupirsi che la guerra, come mezzo per condurre i rapporti umani, sia ormai in agonia e che sia giunto il momento di seppellirla. La spada, come insegna la Bibbia, consuma la carne ma non può offrire sostentamento. Non sono i fucili a trionfare, ma le persone e la morale di tutte le guerre è che occorrono persone migliori, non fucili migliori, per vincere e soprattutto evitare guerre.
Un tempo le guerre venivano combattute per mancanza di scelta. Oggi la scelta obbligata è la pace. Le ragioni sono profonde e incontrovertibili. Le fonti del benessere materiale e del potere politico sono cambiate. Non derivano più dalla grandezza del territorio occupato. Non è stato ancora formato un esercito capace di occupare la conoscenza. Ecco perché gli eserciti di occupazione sono superati. Anzi, un Paese non può basarsi sull’esercito neppure a scopi difensivi. Le frontiere territoriali non sono certo un ostacolo per i missili balistici, e nessun’ arma può proteggere da un ordigno nucleare.
Un tempo i Paesi dividevano il mondo in amici e nemici. Ora non più. Ora i nemici sono universali – la povertà, la fame, il fondamentalismo, la desertificazione, la droga, la proliferazione delle armi nucleari, i disastri ecologici.
La diplomazia e le strategie classiche miravano a identificare i nemici e ad affrontarli. Ora devono riconoscere i pericoli, globali o locali, e contrastarli prima che producano disastri.”
OSLO 1994: Discorso di YASSER ARAFAT leader dell’OLP
“La pace per noi è un valore e un interesse. E’ un valore umano assoluto che permette all’individuo di sviluppare liberamente la sua personalità, senza restrizioni territoriali, religiose o etniche.
La pace per noi è un interesse: soltanto nell’ambito di una pace giusta il popolo palestinese sarà in grado di conquistare l’indipendenza e la sovranità, di sviluppare la sua identità nazionale e culturale, di intrattenere rapporti di buon vicinato, rispetto reciproco e collaborazione con il popolo israeliano.
La fiducia da sola non basta a creare la pace. Occorre anche il riconoscimento dei diritti. Il loro mancato riconoscimento genera un senso di ingiustizia, tiene vivo il fuoco sotto la cenere. Spinge la pace verso le sabbie mobili del pericolo e riaccende una miccia che è pronta ad esplodere.
Noi consideriamo la pace un’opzione strategica, non un’opzione tattica soggetta a momentanei calcoli di perdita o di guadagno. Il processo di pace non è soltanto un processo politico, ma un’operazione integrata in cui la coscienza nazionale, economica, scientifica e lo sviluppo tecnologico ricoprono un ruolo fondamentale, così come la combinazione di elementi culturali, sociali e creativi svolgono una funzione che è l’essenza del processo di pace. “
“Per convivere pacificamente come abbiamo deciso, occorre partire da una solida base che duri nel tempo e per generazioni. Il ritiro completo dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza richiede una riflessione approfondita sul problema degli insediamenti, che spezzano l’unione geografica e politica, intralciano le comunicazioni fra i due territori e creano focolai di tensione. Questo contraddice e turba la serenità dello spirito di pace che noi ricerchiamo. Lo stesso vale per la questione di Gerusalemme, casa spirituale dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei. Per i palestinesi è la città delle città. A Gerusalemme i luoghi santi ebraici sono anche i luoghi santi islamici e cristiani. Allora facciamo di questa città un simbolo mondiale di armonia spirituale, un faro di civiltà, un patrimonio religioso che appartiene a tutta l’umanità.”









