9° rapporto

Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dal 30 maggio al 16 giugno, mentre iniziavano le festività di Eid Al Adha in una Gaza stremata, con i dati sulla malnutrizione catastrofici e gli aiuti che continuavano a venire respinti a seguito dei controlli delle autorità israeliane. In questo numero ci spingiamo fino al 4 agosto, a pochi giorni dall’uccisione del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta a Teheran dove si trovava per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, con l’annunciata reazione iraniana contro Israele. In questo periodo, per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023 siamo anche tornati in Cisgiordania, bello e importante ritrovare le persone e le comunità con cui lavoriamo, doloroso sentire quanto la violenza di coloni e esercito sia aumentata, quanto difficile sia la situazione economica e precaria la vita di ogni giorno, con sullo sfondo sempre il pensiero rivolto alla tragedia di Gaza, troppo grande e troppo disumana per essere compresa. Nel frattempo, il nostro staff a Gaza ci stupisce per come affronta ciò che a noi pare inaffrontabile, continuando a lavorare per dare supporto agli altri. Il nostro coordinatore locale Mohammed dal Cairo continua a rimanere in contatto costante con le nostre maestre, la coordinatrice, l’assistente sociale, 2 psicologi e una psicologa, l’animatore del biblio-tuktuk, Abu Karim l’ingegnere della Terra dei Bambini. Costretti a evacuare più volte. Ora si trovano in diverse zone della Striscia, a nord tra Gaza e Jabalia, al centro tra Nuseirat, Deir Al Balah e Khan Younis. E’ attraverso le parole del nostro staff, come facciamo dall’avvio di questa terribile operazione militare, che vi raccontiamo l’apocalisse in cui è sprofondata da ormai 10 mesi la Striscia di Gaza.

Bambini a Gaza

20 giugno

Milioni di musulmani in tutto il mondo hanno celebrato la ricorrenza dell’Eid Al-Adha, la “Festa del Sacrificio”, una delle più importanti feste del mondo islamico. A Gaza è stato un Eid difficile e speciale insieme. Il nostro staff ci ha mandato immagini bellissime, in cui si vedono bambine e bambini con i vestiti più belli, i sorrisi che si espandono al ritmo delle canzoni, le mani che impazienti accolgono i dolci e i piccoli doni che il nostro staff ha preparato per loro. Ognuno ha cercato nel suo piccolo di fare un miracolo. Ci hanno pensato Fatima e le maestre del nostro asilo La Terra dei Bambini, l’animatore Bilal del Biblio Tuktuk che ha organizzato attività di gruppo in uno spazio aperto tra le tende, con musica e danze, Rehab l’assistente sociale, il team di psicologi, le volontarie. Lo psicologo Abu Shawish ha organizzato una giornata di cinema mobile. Erano tantissimi! Gli sguardi tesi tutti allo schermo, lui seduto nel mezzo. Per tutti, due ore di pausa, il regalo più grande e bello da ricevere per la festa di Eid a Gaza: essere semplicemente bambini. Walaa, la nostra psicologa, ci scrive: “Gioia e sorriso hanno pervaso l’atmosfera per un poco. I bambini e anche io abbiamo dimenticato che c’è una guerra e che siamo in questa difficile situazione”.

27 giugno

“Ieri sono riuscito ad andare a vedere la nostra casa a Beit Hanoun, è ancora in piedi grazie a Dio, quando questa guerra finirà ci potremo tornare”, ci scrive l’ingegnere Abu Karim, “non voglio più stare nelle scuole che usiamo come rifugi, sono troppo affollate e sporche, le malattie si diffondono rapidamente, c’è spazzatura ovunque, i bagni puzzano, l’acqua è sporca, non ci sono più finestre”. E’ un messaggio che spezza il cuore, continua ricordando di quando a Gaza accompagnavamo i gruppi in viaggio di conoscenza, a visitare i nostri progetti e a conoscere le persone e le comunità con cui lavoriamo, saremmo dovuti arrivare proprio nei primi giorni di ottobre l’anno scorso, ma tutto è stato cancellato. “Oggi sono stato nella città vecchia di Gaza City, dove venivamo con i gruppi di italiani, è tutto distrutto, la grande e storica moschea di Al Omari non si riconosce più, solo macerie”. 

4 luglio

Fatima, le sue sorelle e le giovani volontarie hanno allestito una tenda per ospitare le attività con bambine e bambini e gruppi di donne. Nel “Palazzo”, come lo chiama lei, torna ad abitare lo spirito de La Terra dei Bambini: un luogo aperto alla comunità, che si stringe sui suoi piccoli, che cerca in autonomia di curare le ferite profonde di una guerra che intorno continua senza sosta a segnare ogni giorno, ogni momento. Un quaderno, una matita, i colori. Le bambine e i bambini sono seduti a terra, su stuoie, tappeti, pezzi di stoffa recuperati per dare forma allo spazio, separare i piedi nudi dalla terra, almeno per i pochi passi che si fanno lì dentro. Intorno a loro, al posto delle mura colorate di una scuola, la tenda di Fatima. Seguiamo i racconti di Fatima con grande emozione, ne condividiamo l’entusiasmo, e non smetteremo mai di sostenere queste donne che, nonostante tutto, coltivano umanità e speranza.

11 luglio

Riceviamo un messaggio da Jeremy, rabbino israeliano e pacifista che abbiamo conosciuto nel 2009 durante la costruzione della Scuola di Gomme, luogo in cui lui e la nostra Fatima si sono incontrati per la prima volta. Tra loro è nata un’amicizia e sono sempre rimasti in contatto, malgrado lei vivesse a Gaza e lui in Israele. Il messaggio di Jeremy ci preoccupa molto, ci scrive che alcuni familiari di Fatima sono rimasti uccisi in un bombardamento. Cerchiamo di contattarla per ore, quando finalmente risponde capiamo che si tratta dei suoi zii e cugini, 17 persone. “Erano così cari, non posso credere che non ci siano più”. E’ troppo grande la tragedia e l’ingiustizia per trovare parole adeguate. Le mandiamo i nostri abbracci e tutta la nostra vicinanza, senza riuscire a immaginare come si possa sopravvivere alla perdita di così tante persone care. 

13 luglio

Leggiamo del bombardamento su Al Moassi, a Khan Younis, la cosiddetta area umanitaria, è lì che si sono rifugiate alcune delle nostre maestre e la psicologa. Tiriamo un sospiro di sollievo quando Mohammed ci scrive rassicurandoci che è riuscito a sentirle tutte. Sono vive.

16 luglio

L’ingegnere Abu Karim è di nuovo riuscito a organizzare una distribuzione di acqua potabile grazie ai fondi che stiamo continuando a inviare. E’ complicato, ma ha trovato un fornitore che riesce a distribuirla con l’autocisterna, a seguito dell’entrata di qualche migliaio di litri di carburante nel nord della Striscia che hanno permesso il pompaggio dell’acqua e dunque la riapertura di alcuni pozzi. 375 famiglie rifugiate in un centro a Jabalia stanno riceveranno acqua potabile per almeno due settimane. 

Distribuzione di Acqua a Gaza

22 luglio

Il nostro psicologo Mohammed ha quasi terminato il primo ciclo di incontri rivolti alle donne, un programma di pronto soccorso psicologico che le aiuta a far fronte ai fattori di stress immediati, insegnando loro semplici, ma efficaci tecniche di gestione dello stress e dell’ansia. Due ore in cui provare a non pensare all’orrore intorno. Due ore di cura, ascolto, condivisione e addirittura sorrisi. I bombardamenti in corso da oltre nove mesi non si sono mai interrotti, i pochi ospedali rimasti operano con scarsissimi mezzi e in condizioni disumane, manca il cibo e l’acqua.  Sembra impossibile sopravvivere a tutto questo, quando la stragrande maggioranza della popolazione si è trovata costretta a fuggire più volte e vive da sfollata senza la certezza di un rifugio sicuro, ha subito perdite e traumi, con un impatto fortissimo sulla salute mentale e il benessere generale. Occuparsi delle ferite profonde della popolazione della Striscia di Gaza è estremamente importante e urgente. Siamo profondamente grati al nostro staff a Gaza che non ha mai smesso di farlo. 

26 luglio

“Dalla terrazza panoramica sul Monte degli Ulivi, lo sguardo ritrova tutta la meraviglia della città vecchia di Gerusalemme con al centro la cupola dorata del Duomo della Roccia, come se nulla fosse cambiato.” Ci scrive così Serena, in viaggio per Vento di Terra in Cisgiordania per incontrare chi collabora ai nostri progetti. “Non sono scomparsi i sorrisi e i saluti di benvenuto ai pochi stranieri che camminano in città vecchia a Gerusalemme. Ma non ci sono più i pullman pieni di turisti, le saracinesche di molti negozi di souvenir, hotel e ristoranti sono abbassate, le strade intorno alle Mura stranamente libere. Nessun palestinese che non abbia la carta di identità blu, ovvero che già risieda a Gerusalemme, non ha più alcuna possibilità di ottenere un permesso per accedervi. Spostandosi verso sud, Betlemme e poi Hebron, colpiscono le sbarre di metallo o i blocchi di cemento che impediscono l’accesso diretto dai villaggi e dai campi profughi palestinesi alla strada n. 60, quella percorsa dai coloni che si spostano tra Gerusalemme e il blocco di colonie tra Betlemme e Hebron. I blocchi ci sono sempre stati, è una strategia di controllo dei loro movimenti a cui i palestinesi sono abituati, ma dal 7 ottobre sono decisamente aumentati. Tutte le persone che incontro raccontano di come all’improvviso una strada viene chiusa e per giorni si rimane imprigionati nel proprio villaggio o quartiere. Eppure la vita va avanti tra mille fatiche, qualcuno se ne è andato all’estero oppure non è rientrato perché la pressione e la mancanza di prospettive qui diventano insostenibili, mentre la tragedia di Gaza è sempre presente in ogni conversazione, accanto alla speranza che tutto questo finisca presto. Sullo sfondo rimangono gli interrogativi sugli sviluppi della guerra nella regione, mentre la reazione israeliana al missile caduto nel Golan occupato – mai rivendicato dalle milizie libanesi di Hezbollah e che ha causato la morte di 12 bambini drusi – sembra già imminente.”

29 luglio

“Il nostro incontro di oggi, sembra un miracolo di umanità nella situazione attuale, dove odio e violenza sembrano prevalere su tutto”. Scrive così Serena dalla Cisgiordania. “Jeremy, rabbino israeliano e pacifista, stamattina era con noi durante la visita alle comunità beduine del corridoio E1, tra Gerusalemme e Gerico. Anni di conoscenza e affetto reciproco lo legano a queste comunità e il suo arrivo apre sui volti dei mukhtar ampi e sinceri sorrisi. Le comunità palestinesi, che vivono nella cosiddetta area C della Cisgiordania, dove proliferano le colonie illegali e che si trovano sotto controllo israeliano, sono quelle più esposte ai trasferimenti forzati e alla violenza dei coloni. Ma è anche l’area dove israeliani e palestinesi sono fisicamente più vicini gli uni agli altri. A Khan Al Ahmar, il referente della comunità ci dice che negli ultimi mesi non ci sono state aggressioni violente da parte dei coloni. Penso che l’attenzione mediatica e la presenza di organizzazioni internazionali e israeliane, a protezione di queste comunità, sia un forte deterrente che per ora le risparmia dalle demolizioni e dagli attacchi, vertiginosamente aumentati. Nella Valle del Giordano, intere famiglie sono state costrette a lasciare le loro case, vittime di attacchi quotidiani durante i quali i coloni si accaparrano con la forza le loro provviste e il loro bestiame. Spesso non riescono più ad accedere ai pascoli perché i coloni armati, spalleggiati dal governo, hanno preso il controllo di quei terreni. Questo mentre la situazione economica è drammatica, dopo la sospensione dei permessi per lavorare in Israele. E con le scuole che hanno funzionato a singhiozzo per l’impossibilità di pagare i salari del personale scolastico da parte dell’Autorità Palestinese.” 

31 luglio

La nostra Serena lascia oggi la Cisgiordania, a poche ore dall’uccisione di Ismail Haniyeh a Teheran, avvenuta nella notte. Sembra tutto stranamente tranquillo sulla strada da Gerusalemme verso il ponte di Allenby, sul confine con la Giordania. Eppure è prevista una giornata di sciopero generale con manifestazioni ovunque e checkpoint chiusi. E’ così che la situazione cambia da un momento all’altro. 

Intanto nel pomeriggio, lo psicologo Mohammed ci manda decine di fotografe bellissime da Gaza, piene di bambini e bambine sorridenti. 

1 agosto

Oggi a Gaza è nato il bimbo della nostra maestra Fidaa. Siamo increduli davanti alla fotografia del suo bellissimo viso, davanti alla vita che nasce in mezzo alla distruzione.

4 agosto

Il nostro Abu Karim ci manda anche oggi le immagini della distribuzione quotidiana di acqua, sembra un miracolo vederla zampillare e riempire le taniche disposte in fila. Ma è durissima, ci scrive Abu Karim, “la gente è molto stanca, tantissime persone sono malate, non ci sono medicine, non c’è cibo per nutrirsi adeguatamente, mancano frutta e verdura, uova, carne, latte e formaggio. E’ troppo che va avanti così”. E’ davvero troppo, una tragedia troppo grande e disumana. E intanto sul piano regionale la situazione si complica in modo preoccupante dopo che Israele ha per mesi gettato benzina sul fuoco, per domani è attesa la risposta iraniana agli attacchi israeliani a Teheran, in Libano, Yemen, Siria e al genocidio in corso a Gaza. 

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