Con la peggior crisi dell’auto di sempre in Europa e, in particolare in Italia; con le crisi politiche più gravi da decenni in Francia e in Germania, non possiamo certo stare allegri né possiamo ridurci ad aspettare Trump anche perché Trump, a differenza di Godot, arriva e arriva con tutta la sua arrogante “muskolarità”. Il suo insediamento trionfale a Washington il 20 gennaio 2025 non segnerà la semplice ripetizione del suo primo mandato, non sarà solo la rivincita di un gruppo di potere su quello del Partito Democratico dei Biden, Clinton, Obama, avrà la pretesa di stravolgere la democrazia e imporre nuovi rapporti di forza a livello internazionale.
Del resto i “fuochi” accesi sono tanti, da quelli economici e tecnologici a quelli militari: dalla concorrenza e rivalità con la Cina per la supremazia sui commerci, sul mare e sullo spazio alle nuove forme di protezionismo e di muri da erigere; dalla sfida al dollaro lanciata dai BRICS alla transizione ecologica ed energetica da neutralizzare fuoriuscendo definitivamente dagli Accordi sul clima di Parigi; dal nuovo Ordine mondiale fondato sulla gerarchia dei più forti e sul riarmo nucleare all’emarginazione dell’ONU e del primato del Diritto internazionale; dalla guerra in Ucraina dove si sperimentano missili a lunga gittata al Medioriente dove Israele, con il sostegno incondizionato e armato degli Stati Uniti, conduce il suo “Grande Gioco” di massacri a Gaza, definiti “genocidio” anche da Amnesty International, di cacciata dei palestinesi e di destabilizzazione dell’intera area, anche a costo di aprire spazi al jihadismo salafita in Siria in chiave anti-iraniana dove crolla il regime degli Assad protetto fino a ieri dalla Russia di Putin, grande potenza qui ridimensionata se non sconfitta. Poco importa se a cascata rischiano di rimetterci anche i curdi autonomi del Rojava, da sempre invisi alla Turchia di Erdogan che emerge in tutto lo scenario come protettore dei miliziani ribelli di Abu Mohammad Al-Jolani, conquistatori di Damasco, e probabile principale regista dell’operazione.
In questo quadro drammatico l’Unione Europea è come un paziente psichiatrico affetto da “coazione a ripetere” che si affida al riarmo, alla Nato, alla soluzione militare invece che a quella politica, che allarga il numero dei nemici da combattere anche alla Cina che viene pesantemente minacciata di sanzioni dalla recente Risoluzione del Parlamento Europeo – 28 novembre 2024 – in occasione del voto di approvazione della nuova Commissione presieduta ancora da Ursula Von der Leyen. In questa Risoluzione, per fortuna non vincolante perché rinvia le decisioni ai singoli Stati nazionali, il Parlamento Europeo non solo sollecita il governo tedesco ormai dimissionario a inviare in Ucraina il sistema missilistico Taurus, ma invita esplicitamente Trump a proseguire la politica bellicistica di Biden fino alla vittoria finale contro la Russia. Da non credere! Leggere il testo P10_TA (2024)0055 per verificare questa irresponsabile deriva abbracciata dalle maggiori famiglie politiche europee e che vede accomunati europarlamentari di Fratelli d’Italia e del PD.
Che non siano incidenti di percorso lo dimostra la pervicacia più narcisistica che megalomane, più ottusa che astuta, del presidente francese Emmanuel Macron che ha imposto un governo centrista di minoranza pur di non dare alla sinistra del Fronte popolare, vincitrice anche se relativa alle elezioni politiche, alcuna possibilità di assumersi dirette responsabilità di governo. E adesso, sfiduciato e caduto il governo Barnier dopo solo 3 mesi, ci riprova nel tentativo di spaccare le sinistre da un lato e attenuare la conflittualità a destra dall’altro. Nei momenti difficili, ancor più nei passaggi di fase, le elites politiche, tecnocratiche e finanziarie pretendono dalle sinistre subalternità e concessioni mentre mostrano di preferire le aperture a destra se non addirittura le destre nella convinzione, talvolta nell’illusione, di addomesticarle. Il moderatismo al potere si comporta così e si è comportato così anche in Italia. Basti pensare a Enrico Letta, nel suo duello con Matteo Renzi, comunque sempre nel solco del moderatismo politico, economico e sociale da allievi del modello Draghi, di acritica fedeltà atlantica, di insofferenza verso il Movimento 5 Stelle anche nella versione progressista di Giuseppe Conte. Le sofferenze sociali e civili che soffriamo oggi in Italia per mano del governo Meloni sono diretta conseguenza della scelta di Enrico Letta e dell’intero gruppo dirigente del PD di escludere il M5S da possibili accordi elettorali alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 in nome del “Piano Draghi” facendo così stravincere la destra. E’ la stessa logica che sta seguendo Macron In Francia.
Trovare una via d’uscita sarà durissimo, anche perché non siamo in un tunnel dove il problema è percorrerlo fino ad arrivare allo sbocco luminoso finale. Qui non siamo ad una crisi congiunturale, con i binari della ripresa già tracciati; qui siamo ad un traumatico passaggio di fase dove le sinistre, le forze progressiste sia in Italia che in Europa hanno perso la strada e faticano a ritrovare una rotta. Per parlarci chiaro, non basterà la “rivolta sociale” invocata da Maurizio Landini, Segretario generale della CGIL, non solo perché arriva in ritardo rispetto all’impoverimento del mondo del lavoro in diritti e potere contrattuale, ma perché da sola non sarà sufficiente a cambiare le cose, indispensabile ma non sufficiente. Quello che serve è una rivoluzione politica democratica che dia prospettiva alla stessa rivolta sociale che, altrimenti, rischia di rimanere all’angolo a livello di protesta.
Una rivoluzione democratica è molto di più che avanzare proposte pure utili di riforma del sistema politico anche perché su questo terreno si stanno cimentando le destre con il Premierato elettivo e con l’Autonomia Differenziata, questa al momento bloccata in quanto dichiarata illegittima in molte parti dalla Corte Costituzionale.
La magistratura, fino a che rimane indipendente, può difendere Diritto e Costituzione ma non può da sola rispondere alla crisi profonda della nostra democrazia. Serve la politica, serve il risveglio della politica, serve la sua “metanoia” conversione di mente e di cuore, come nei momenti tragici della storia.
E’ finito il tempo dell’Europa?
Per Andrea Stroppa, il giovane collaboratore italiano di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio stimato in 337 miliardi di dollari, il tempo dell’Europa è finito avendo perso tutte le occasioni possibili sul terreno economico dell’auto elettrica, su quello tecnologico digitale e dell’Intelligenza Artificiale, su quello aerospaziale. Lo afferma senza alcuna incertezza giustificando così il passaggio di mano all’iniziativa privata del grande Capitale.
Per noi non è così perché desideriamo che non sia così, ma dobbiamo ammettere che tutto congiura contro questa nostra speranza. Il rischio che l’Europa diventi solo un satellite del “turbocapitalismo spaziale” di Elon Musk è reale. SpaceX, la sua società aerospaziale privata, possiede il 60% delle migliaia di satelliti oggi in orbita attorno alla terra: alcuni con funzioni militari, utilizzati in aiuto all’esercito ucraino, la maggioranza con funzioni commerciali tra cui il sistema Starlink con satelliti per la banda larga in grado di connettere aree remote. Il governo Meloni sembra interessato a utilizzarlo in aree collinari in sostituzione dei progetti a rilento finanziati dal PNRR.
Che la privatizzazione e americanizzazione dello spazio sia già molto avanti lo prova l’accordo sottoscritto tra Elon Musk e la NASA per l’utilizzo dei vettori di SpaceX nelle missioni spaziali e addirittura la concessione che il primo governo Trump gli ha già riconosciuto di sfruttamento delle risorse del pianeta Marte.
La parola d’ordine della coppia Trump-Musk è deregolamentazione sia interna, negli Stati Uniti, sia esterna a livello internazionale: chi è più forte prende il banco, chi arriva primo prende il posto. Una politica “muskolare” che “muskolarizza” tutti i rapporti piegandoli ai propri interessi di egemonia e monopolio. Addio sovranità dei popoli e degli Stati nazionali che si devono sottomettere.
D’altra parte già il nostro capitalismo italiano si è globalizzato, finanziarizzato e da anni ci ha abituato a non condividere i propri Piani né con la forza lavoro dipendente, né con i Sindacati né con il Parlamento né con il Governo. E’ il caso dei nipoti di Agnelli, eredi con la holding di famiglia Exor della vecchia Fiat, divenuta nel 2014 Fiat-Chrysler azienda di diritto olandese, trasformatasi nel 2021 in Stellantis dopo la fusione con il Gruppo francese PSA, con sede legale sempre ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra.
Le clamorose dimissioni dell’Amministratore Delegato di Stellantis Carlos Tavares con liquidazione ultramilionaria hanno fatto emergere una situazione di crisi dell’azienda a dir poco drammatica, dopo anni di promesse non mantenute soprattutto per le fabbriche rimaste in Italia e malgrado continue sovvenzioni da parte dello Stato italiano.
Ha ragione Michele De Palma, segretario nazionale Fiom-Cgil, nel denunciare le responsabilità principali di John Elkann, Presidente di Stellantis, e chiedere che il Governo italiano lo convochi urgentemente: “Quello che è accaduto in questi anni non è solo la delocalizzazione di produzioni prima italiane in Polonia, in Serbia, in Marocco, ma l’assenza di una politica industriale e di adeguati investimenti per finanziare in Italia le piattaforme per nuovi modelli di auto. La produzione è ferma, si ricorre alla cassa integrazione non per colpa della transizione all’elettrico ma perché la proprietà ha preferito distribuire grossi dividendi agli azionisti invece che destinare risorse a nuovi modelli di auto”.
Quale Alternativa
Su questo terreno si vedrà quanto sono in grado di incidere le forze che si definiscono progressiste e di sinistra, intanto facendo autocritica sulla mancanza di vere politiche industriali in Italia e sulla scarsa dignità attribuita al lavoro negli ultimi 20 anni. Bene insistere sulla necessità di coalizioni ampie e coese ma per essere credibili occorre anche definire un Programma alternativo alle destre coerente con gli obiettivi prioritari più strategici: la pace come soluzione politica e non militare dei conflitti, la libertà dei popoli, una politica estera autonoma e multilaterale, la riforma democratica dell’ONU e il rafforzamento del Diritto internazionale, il disarmo convenzionale e nucleare bilanciato, politiche economiche e industriali calibrate sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla decarbonizzazione, energie rinnovabili al posto del ritorno sui nostri territori di piccole o grandi centrali elettronucleari, diritto dei lavoratori e del sindacato ad essere coinvolti nelle programmazioni e innovazioni aziendali, riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, sanità pubblica e scuola pubblica per garantire l’accesso universalistico a cure ed educazione, trasporto pubblico e mobilità dolce, risparmio di suolo e tutela degli ecosistemi e della biodiversità, promozione in contemporanea di diritti sociali e diritti civili, canali legali di accoglienza e interazione con le culture dei migranti, prevenzione di ogni forma di violenza con quella profonda sensibilità umana mostrata dal padre di Giulia Cecchettin.
Nel centenario della nascita di Franco Basaglia è doveroso ricordare la sua partecipe discesa nelle profondità e nella segregazione della malattia mentale per riscattare l’umanità del malato e ricordare la sua denuncia per il ruolo delle Istituzioni Totali (carceri, manicomi, comunità di recupero, caserme, centri di detenzione per migranti, istituti per disabili ecc. basate su autoritarismo, obbedienza, spersonalizzazione, gerarchia e controllo) nella disumanizzazione delle nostre società. Senza libertà culturale e spirituale , senza conflitti per aprire spazi effettivi ai diritti umani di tutti e per tutti, non si avvia alcuna rivoluzione democratica.
Scrive lo svedese Martin Hagglund nel libro
“Questa vita. Finitezza, Socialismo e Libertà”: “Questa emancipazione democratica esige che togliamo di mezzo “i fiori immaginari” che fanno apparire sopportabili le nostre attuali catene. Che siano le promesse del mercato libero o le promesse religiose della vita eterna, i fiori immaginari servono a farci accettare o dimenticare le ingiustizie di questa vita.” Marx l’aveva già scritto: non si strappano “i fiori immaginari dalla catena perché l’uomo continui a trascinarla triste e spoglia, ma perché la getti via e colga il fiore vivo”. Ecco la speranza disperata per il 2025: cercare, vivere e far vivere nelle lotte sociali e nella vita politica il “fiore vivo” della libertà e dell’uguaglianza.









