Più che un articolo, è una riflessione quella che propongo, una riflessione maturata nel corso della mia esperienza a Padova e nel territorio. Nel mio lavoro preferisco essere operativo, raramente mi fermo per fissare delle idee, trasformarle in riflessioni. Però questa volta ne sento l’esigenza e penso di dover dare il mio contributo, benchè minimo, ad una discussione che troppo spesso avverto come sterile, senza efficacia. Provo a scrivere quello che penso e che sento. Sono un ingegnere, tecnico antincendio e mi occupo da 27 anni di sicurezza sul lavoro, intervenendo certo nelle industrie ma interessandomi molto della sicurezza in ambito scolastico, in strutture sia di primo che di secondo grado, forse perché ritengo la cultura l’aspetto centrale del problema.

Voglio partire raccontando questa tragica storia, di cui credo, abbiamo sentito tutti parlare. Si può certamente dire “strage sul lavoro”, visto che 5 morti in pochi minuti rappresentano certamente una strage. In qualità di tecnico ed esperto della materia vorrei dare qualche informazione più approfondita: credo che 5 persone morte meritino qualche riga di riflessione e qualche approfondimento in più. Non sappiamo e non sapremo probabilmente mai la vera dinamica che ha portato a quelle morti: un operaio è entrato o forse caduto all’interno di un ambiente chiuso saturo di un gas estremamente tossico, velenoso, letale. In pochi istanti, inalando questa sostanza, ha perso la vita e, come in un film dell’orrore, i suoi colleghi, uno alla volta, nel disperato tentativo di salvarsi a vicenda, sono tutti e 5 rimasti vittime. Tutti morti all’interno di questo terribile locale.

Sappiamo già, lo saprebbe un bambino di 8 anni, che se avessero indossato dei dispositivi di sicurezza adeguati, tipo una sorta di maschera antigas, si sarebbero salvati. Sappiamo, lo saprebbe un bambino di 8 anni, che per fare certi lavori bisogna essere adeguatamente formati ed addestrati. Ci tengo a sottolineare che queste due minime misure di sicurezza, una maschera e una giusta formazione, oltre che essere obbligatorie per legge sono anche due strumenti a costo bassissimo: una maschera antigas costa alcune decine di euro e un corso di formazione poco più. La domanda, scontata e banale, è: il valore di 5 vite vale queste decine di euro?

Non è accettabile l’obiezione, spesso sostenuta da tanti, che con queste misure il lavoro si rallenterebbe, perché è falso, assolutamente falso. Una maschera probabilmente è scomoda ma non rallenta certamente il lavoro, soprattutto se deve essere usata per andare a salvare un collega!

Quando faccio dei corsi di formazione sostengo che noi, alla fine, non siamo altro che animali. Sì, il nostro genere è quello animale, e come gli animali abbiamo impulsi e agiamo d’istinto. Però noi, a differenza dei topi, abbiamo il pensiero, la ragione, la cultura. Se abbiamo i mezzi giusti e se siamo educati, nel senso più alto e profondo del termine, potremo agire e reagire, anche nelle situazioni di emergenza, usando il pensiero, l’intelligenza, valutando e scegliendo. Se invece questi minimi strumenti non li abbiamo perché non siamo adeguatamente formati, allora agiremo d’istinto, come i topi, e forse, forse, faremo la fine dei topi.

Perché ho deciso di raccontare la storia dei 5 operai morti? Perché non ho detto in quale luogo hanno perso la vita? Perché non ho specificato che cos’era esattamente quel locale saturo di gas? Purtroppo perché la storia che ho raccontato non è quella dei giorni scorsi ma è quella del marzo 2008, a Molfetta, all’interno di una autocisterna. E la storia si è in maniera terrificante ripetuta praticamente uguale proprio nei giorni scorsi a Casteldaccia, vicino a Palermo. Stessa dinamica, stessi dispositivi assenti, stesso letale istinto, stesso numero di cadaveri.

Sono passati 16 anni e la storia si ripete. Dall’inizio dell’anno abbiamo già assistito ai 5 morti di Firenze nel cantiere dell’Esselunga (due dei quali lavoratori in nero non dichiarati). Dall’inizio dell’anno bbiamo pianto i 7 morti sotto il lago di Suviana vicino a Bologna, e sono più di 200 le vittime, spesso dimenticate, cadute sui luoghi di lavoro.

Cosa è cambiato in questi 16 anni? Si parla tanto di nuove norme, di più controlli, di maggiori sanzioni, di più ispettori, più magistrati, più verifiche e limiti ad appalti e subappalti. Tutto giusto, tutto utile se verrà fatto davvero e ovunque in Italia.

Ma insisto. C’è un impegno assolutamente centrale sul quale ritengo si debba investire molto, molto di più: la cultura. L’imprenditore deve capire il valore di una vita e anche il costo economico che potrebbe derivare da una possibile sciagura se non bastasse il valore incalcolabile della perdita di una vita umana. Deve capire e condividere la necessità di proteggere i lavoratori dipendenti della sua azienda, che sono persone in carne ed ossa, e la tutela della loro salute e il livello della loro sicurezza è indice della qualità dell’impresa e della bontà dell’organizzazione del lavoro. Il lavoratore deve capire che non è un supereroe ma che è semplicemente un essere vivente e che ha bisogno, per affrontare le cose con intelligenza e attenzione, dell’educazione, della formazione e dell’addestramento.

Se non vogliamo piangere il caso di altri 5 morti intossicati, se non vogliamo tra poche settimane ritrovarci a piangere nuove vittime di nuove stragi, se non vogliamo ogni giorno continuare a perdere una media di più di 3 vite innocenti sui luoghi di lavoro, dobbiamo tutti fare una seria riflessione sull’importanza del rispetto della vita umana e dunque di quanto sia decisiva per la prevenzione dei rischi la testa con cui li si affronta e dunque la cultura e l’educazione.

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