Poco più di un mese fa, intorno alla metà di giugno, la cronaca ci ha scosso con la notizia di un grave incidente occorso ad un bracciante che lavorava – in nero –, presso un’azienda agricola a Latina. Satnam Singh: questo il suo nome; trentun’anni: questo il tempo che ha vissuto in questo mondo. La compagna, Soni, ha raccontato che il marito ferito è stato gettato a lato della strada e avrebbe, in quel momento, subìto altre lesioni. Evidentemente non bastavano quelle procurategli da un macchinario obsoleto e del quale non si hanno notizie specifiche: nell’intervista del Tg1 al Padre del titolare dell’azienda, non c’è traccia di questo genere di domanda o di altre domande, che sarebbero venute naturali a chiunque altro al mondo, del tipo: “Il macchinario era in regola con le normative vigenti?”; “come mai il ferito e la compagna lavoravano in nero? E da quanto tempo? “; “Ma i lavoratori erano stati formati e informati sui rischi presenti in azienda?”; “Il piano di emergenza e primo soccorso aziendale, prevede che se a qualcuno viene strappato un braccio, questi, debba essere scaricato a lato della strada? Certo, avendo cura di deporre l’arto in una cassetta da frutta? “ Queste ed altre potevano essere le domande da mettere sul piatto. L’unica cosa che si è capita da quella squallida messinscena è: “ mio figlio aveva detto al lavoratore di non avvicinarsi al mezzo, ma il lavoratore ha fatto di testa sua “. “ Una leggerezza che è costata cara a tutti “. L’intervista al padre dell’attuale titolare dell’azienda, appare opportuna per capire cosa è successo, dal momento che, l’intervistato, è certamente fonte affidabile ed equilibrata: risulta infatti sotto indagine della Procura di Latina perché sospettato di avere sottoposto “i lavoratori, almeno sei, a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno” corrispondendo loro una retribuzione inferiore a quella stabilita dal contratto nazionale. Inoltre, avrebbe violato la “normativa sull’orario di lavoro, sulla sicurezza e sull’igiene dei luoghi di lavoro” e avrebbe sottoposto i lavoratori “a condizioni di lavoro e a situazioni alloggiative degradanti”. I fatti contestati si riferiscono a un arco temporale che va dal novembre 2019 al maggio 2020. L’intervista, è ovvio, si conclude con espressione di grande rammarico e occhi umidi del giornalista del servizio pubblico, per l’abbandono dei cocomeri in campo.
Fino qua, abbiamo visto la cronaca e la vergogna di un servizio pubblico che, ormai, non si cura più nemmeno di mantenere un minimo di apparente decenza.
Ora, saltando le considerazioni inerenti la questione salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sulla quale avremo forse modo di approfondire in futuro, vorrei provare a parlare, nel poco spazio residuo, dell’umanità perduta che domina, sempre di più, i rapporti tra le persone. Sempre meno persone e sempre più individui.
Intanto, voglio ricordare, che ogni giorno muoiono (non perdono la vita, muoiono) tre persone e mezzo per causa di lavoro. Satnam Singh, è venuto alle cronache per la crudeltà della raccapricciante sequenza di atti che hanno seguito l’incidente che, inevitabilmente, scuote le coscienze. Almeno fino alla prossima pausa pubblicitaria. Ma come siamo arrivati a questi limiti? Se il lavoratore si fosse chiamato “Giuseppe Mandragolo”, ci sarebbe stata la stessa noncuranza nell’abbandonarlo nella polvere sul ciglio della strada? Non ne sono del tutto sicuro. Decenni di truculenti ragionamenti gonfi di odio e di pregiudizio, nei confronti di chiunque si trovasse leggermente più indietro: prima i terroni, poi i neri e poi sotto a chi tocca! Ragionamenti colpevolmente tollerati anche se ci ricordavano, fin dal primo momento, un pensiero e un modo di vivere che pensavamo definitivamente sconfitto, sepolto sotto le macerie che aveva provocato: in fondo alla discarica della storia. È stato quel “definitivamente “che ci ha ingannati. Eguaglianza e libertà – o, se preferite, giustizia e libertà – non sono mai “per sempre“, se non vengono difese, fortificate ogni giorno, finiscono per soccombere di fronte alla forza prevaricatrice della “società del possesso“, che umilia e ridicolizza chi vorrebbe vivere dove conta più essere che avere. Satnam Singh e la sua compagna, Soni, portano nomi che non ci ricordano i nostri santi e nemmeno le telenovelas o i films dai quali abbiamo attinto a piene mani per i nomi di molti nostri giovani, quindi sono altro da noi. Qualcuno non si sente troppo in colpa se a loro capita di subire violenze o disavventure che per noi sarebbero impensabili. Sono soggetti ad un diritto, umano sì, ma differito: non può essere come il nostro. Prima gli italiani! Non lo sapete? Non so se esista una frase più stupida di questa, che serve ad esprimere un concetto che va ben oltre l’utopia: si sconfina inequivocabilmente nella demenza assoluta! Basterebbe guardare un mappamondo ed osservare l’estensione del nostro Paese rispetto al resto del globo, per comprendere la carica di stupidità contenuta in questo proposito. Eppure fa grandi brecce nelle oleose coscienze di molti dei nostri conoscenti. Se non fosse una frase carica di tanta pericolosità e di minacciata violenza, ci sarebbe da prenderla con il sorriso! Ma noi dobbiamo prenderla molto sul serio. È nostro dovere primario quello di combattere contro questa deriva da legge della giungla che nulla ha di umano, se non un distorto istinto di conservazione che, alla fine, senza consapevolezza dell’uomo come essere sociale, ci riduce a individui e non ci fa crescere come persone.
Mi sovvengono, e chiudo, alcune parole pronunciate da Bartolomeo Vanzetti al termine del processo fasullo che lo condannò, insieme a Nicola Sacco, alla sedia elettrica. Bartolomeo, riferendosi ai soprusi e alle sofferenze inflitte loro durante il lungo processo, rivolgendosi alla corte disse: “… non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della terra …“. Ecco, noi dobbiamo lottare contro il diffondersi del pregiudizio, subdolamente sparso tutto intorno e anche esplicitamente enunciato, quando non orgogliosamente ostentato, da personaggi che stanno nelle istituzioni – a tutti i livelli –, secondo il quale esisterebbero esseri umani portatori di diritti e dignità al pari di un cane o di un serpente; perché diritti e dignità sono cose che riguardano, ovviamente, solo noi. Se non ci riusciremo, ci saranno ancora molti Satnam Singh. Se non capiremo, tutti, che Satnam Singh, ovunque si trovi al mondo, siamo noi. Allora verrà il giorno che subiremo, con la stessa noncuranza, identico trattamento. Anche se ci chiameremo “Giuseppe Mandragolo“.










