Fermare il massacro a Gaza. Criticare il Sionismo non è antisemitismo. L’Italia e l’Europa stiano dalla parte del Diritto e riconoscano subito lo Stato palestinese.

Intervista a Yousef Salman, rappresentante della comunità palestinese a Roma e nel Lazio
Restart: di fronte alla scelta di tanti media italiani di ignorare la causa palestinese, la redazione di Restart ha deciso di dare la parola ad un esponente palestinese che vive a Roma da tanti anni e lavora per la Mezzaluna rossa oggi drammaticamente impegnata ad aiutare gli abitanti di Gaza cacciati dalle loro abitazioni e privi di medicinali, cibo, acqua.
Salman “Brutto segno quando in un Paese come l’Italia giornali e programmi tv sostengono solo Israele e si rifiutano di dare la parola anche ai palestinesi. La Palestina è scomparsa dai mezzi di informazione: così si nega non solo la voce ma l’esistenza stessa del popolo palestinese che non può essere identificato con Hamas. Come palestinese, riconosco l’esistenza del popolo israeliano, vorrei la stessa cosa per il mio popolo.”
Restart: l’esercito israeliano ha ricevuto l’ordine di avanzare anche nel Sud della Striscia di Gaza per cui circa due milioni di palestinesi sono in fuga verso il valico di Rafah. Qual è il disegno reale di Netanyahu?
Salman “Netanyahu sta usando Hamas come giustificazione per attaccare e distruggere l’intero popolo palestinese. L’obiettivo non è soltanto quello di uccidere più palestinesi per punirli ma quello di intimidirli, umiliarli e cacciarli in massa costringendoli a fuggire a Sud della Striscia. Dove troveranno riparo? Il presidente degli Stati Uniti se volesse, potrebbe fermare la cacciata dei palestinesi di Gaza dalla Striscia di Gaza ma in realtà non lo fa, con una sorta di gioco delle parti con il governo Netanyahu che ha già annunciato la sua intenzione di occuparla stabilmente. Del resto Gaza è distrutta per 2/3 così da renderla inabitabile. Ad oggi l’Egitto si rifiuta di accoglierli in futuri giganteschi campi profughi nel Sinai e il Governo israeliano finge di destinare loro piccole aree nel Sud della Striscia. E’evidente che questa situazione da drammatica diventerà esplosiva anche perché la logica della punizione dei palestinesi e del loro allontanamento dai loro territori viene applicata sempre più anche in Cisgiordania dove la violenza di coloni e militari ha già provocato centinaia di palestinesi assassinati. “
Restart: è davvero incredibile come il mondo non si interroghi sul destino di milioni di persone, la maggioranza giovanissima, che viene sradicata dalle proprie case e cacciata non si sa dove. L’attuale tragedia di Gaza non rischia di assomigliare alla Nakba del 1948?

Salman “Non permetteremo un’altra Nakba. “Nakba” in arabo significa “catastrofe”. Con la nascita dello Stato di Israele nel 1948, furono cacciati dalle loro case e dai loro villaggi oltre settecentomila palestinesi che, secondo i dati ufficiali dell’ONU, sono diventati oggi oltre 5 milioni di profughi ai quali Israele nega il diritto al ritorno.
Mi auguro che l’Egitto rifiuti il Piano di trasferire due milioni di abitanti della Striscia di Gaza nel territorio confinante del Sinai, anche se Al Sisi sta ricevendo e riceverà non solo pressioni ma forti finanziamenti da parte degli Stati Uniti.”
Restart: se quello che descrivi è il quadro attuale, come è possibile ancora pensare ad uno Stato palestinese sia pure a cominciare dalla Cisgiordania?
Salman “la nascita dello Stato palestinese non dipende solo da noi palestinesi, dipende dalla Comunità internazionale e soprattutto dagli Stati che più contano dentro l’ONU e dentro il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dipende tantissimo anche dall’Europa e dall’Unione Europea, dipende tantissimo dagli Stati dell’area mediterranea, Italia compresa. Basterebbe mettere in pratica le Risoluzioni dell’ONU: un migliaio quelle dell’Assemblea dell’ONU, 87 le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Se è stato riconosciuto lo Stato di Israele in forza di una Risoluzione dell’ONU, quella della “Partizione” in due della Palestina storica, perché non si riconosce lo Stato di Palestina in base a quella stessa Risoluzione? Dal 1947 secondo il Diritto internazionale dovrebbero esistere “Due popoli e Due Stati”. Ecco la grande ipocrisia mondiale coltivata con la logica dei due pesi e delle due misure: all’uno si riconosce tutto, non solo l’esistenza ma il suo progetto “sionista” di espandersi con la forza e occupare le terre altrui; all’altro si riservano solo umiliazioni e condizioni capestro persino per la propria sopravvivenza. Con gli Accordi di Oslo del 1993 si era aperta una speranza di pace e convivenza tra i due popoli. Con il riconoscimento dello Stato di Israele da parte di Arafat, leader delle maggiori organizzazioni politiche palestinesi, la Comunità internazionale e lo stesso Governo israeliano si erano assunti l’impegno alla creazione dello Stato palestinese entro 5 anni. Dove è finito quell’impegno?

Oggi l’occupazione israeliana delle terre dei palestinesi si è estesa e continua a estendersi su quel 22% della Palestina storica che dovrebbe essere destinata allo Stato palestinese: se guardate l’attuale Cisgiordania, vedrete che i 300 insediamenti dei coloni, ripeto 300 insediamenti di coloni israeliani ebrei fondamentalisti, ormai circondano e isolano le città palestinesi diventate anche loro “prigioni” a cielo aperto in evidente violazione della legalità internazionale. “
Restart: utilizzando il termine “Sionismo” hai toccato un nervo sensibile della cultura democratica europea che tende a giustificarlo in molte delle sue espressioni storiche e politiche e arriva spesso a difenderlo considerando ogni critica al sionismo parte dell’antisemitismo.
Salman “Posso dire che confondere critica al Sionismo e Antisemitismo è un errore grave? E’ un errore sia concettuale che etico-politico che storico. Lo è non solo per la cultura democratica e laica di molti palestinesi, lo è anche per le attuali società europee che vivono forme crescenti di intolleranza verso gli immigrati e dunque forme di razzismo: antisemitismo e islamofobia sono forme di razzismo perché entrambe negano l’identità dell’altro fino a considerarlo “nemico”. Nemico da cacciare, perseguitare, espellere. Nemico meno che umano, con cui è impossibile convivere. Per queste ragioni l’antisemitismo è da condannare senza incertezze, così come è da condannare l’islamofobia che sta crescendo in Europa. Altra questione è la critica al Sionismo che è il progetto politico del popolo ebraico, per la precisione di una parte del popolo ebraico, di realizzare un proprio “focolare” in quell’area che considerano la loro Terra promessa e che universalmente e non solo da noi arabi è considerata da sempre Palestina storica. Ebbene questo disegno sionista, dalla Dichiarazione Balfour fino alla Risoluzione dell’Onu del 1947, si è realizzato nella forma dello Stato di Israele. Stato riconosciuto a livello internazionale, Stato riconosciuto esplicitamente da Arafat in nome del popolo palestinese. Dopo di che possiamo analizzare il comportamento dei governi dello Stato di Israele in questi 75 anni? Se lo analizziamo seriamente possiamo vedere che l’ispirazione sionista, che ha animato le elite al governo di Israele, le ha portate progressivamente su posizioni conservatrici e poi addirittura reazionarie arrivando a giustificare l’occupazione delle terre palestinesi che dovrebbero far parte dello Stato palestinese. E’ il sionismo che da aspirazione ideale ad una propria patria si è fatto progetto politico storico e motore del “Grande Israele”, uno Stato più grande dei confini che gli aveva assegnato l’ONU.”
Restart: Le responsabilità della Comunità internazionale sono tante e sono ancora più evidenti nel disinteresse alla causa palestinese dimostrata in questi ultimi 20 anni. Però altrettanto evidenti e gravi sono le responsabilità degli Stati arabi.

Salman “Non c’è dubbio. La Comunità internazionale, l’Occidente ha recitato la parte delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. In realtà una parte è andata oltre, è diventata complice del programma sionista che ha messo a segno alcuni risultati importanti: la lotta dei palestinesi per la propria libertà declassata a lotta di terroristi; la critica ai governi israeliani equiparata all’antisemitismo. Invece ci tengo a sottolineare che fino alla comparsa di Hamas la lotta dei palestinesi non è mai stata una lotta religiosa. Anzi con Arafat la nostra lotta è stata laica e democratica, è stata per uno Stato laico dove far convivere diverse sensibilità politiche e religiose. Ancora oggi non lottiamo contro la religione ebraica, siamo fratelli da secoli. Non lottiamo contro i cittadini israeliani e riconosciamo che molti cittadini israeliani sono per la convivenza e per la pace, purtroppo oggi ridotti a minoranza e persino considerati “traditori” dai loro governi. Sono gli ultimi governi israeliani ad aver trasformato lo Sato di Israele in Stato confessionale, in Stato ebraico. Scusate, ma questo non è razzismo? Non è escludere per legge gli altri cittadini che in Israele non si sentono ebrei? Questa involuzione di Israele è stata poco notata dai media europei ma è una decisione ufficiale di enorme rilevanza politica e istituzionale, dovrebbe suscitare ben più di una preoccupazione nelle opinioni pubbliche europee che si dicono democratiche. Per quanto riguarda gli Stati arabi è vero purtroppo che non hanno realmente aiutato e soprattutto oggi non stanno aiutando la causa palestinese, ma occorre fare una grossa differenza tra popoli arabi e i loro regimi, emiri, sovrani: questi ultimi più interessati a sopravvivere con il loro sistema di potere e con il loro giro di affari che impegnarsi a far nascere lo Stato palestinese. Uno Stato palestinese laico e democratico metterebbe in discussione in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa i loro regimi ed è questo il loro timore principale. Al contrario i popoli arabi sentono che la causa palestinese è quella che può aprire una fase nuova anche nella loro storia di liberazione.”
Restart: la creazione di Hamas e poi la sua affermazione politica e militare, non solo nella striscia di Gaza, rischia però di cambiare la storia e forse la natura della causa palestinese in seguito alla perdita di credibilità e all’indebolimento dell’ANP, Autorità nazionale palestinese. La strage di innocenti compiuta dai miliziani di Hamas il 7 ottobre dà la possibilità al governo Netanyahu di “criminalizzare” l’intero popolo palestinese e ridurne i diritti fino a cancellarli. La causa palestinese e lo stesso popolo palestinese sembrano essere messi all’angolo. Come uscirne?
Salman “il conflitto israelo-palestinese non è nato il 7 ottobre 2023. Elementi nuovi si aggiungono ma non cancellano gli elementi di fondo che caratterizzano la causa palestinese da quando Arafat le ha dato una coscienza nazionale e una identità laica, moderna e pluralista. Gli obiettivi di Hamas non sono quelli di Arafat, di al-Fatah e dell’OLP. Le componenti laiche e democratiche delle forze politiche palestinesi vogliono lo Stato palestinese, mentre Hamas persegue lo Stato islamico. Su questa divisione ci ha abbondantemente giocato il governo di Israele sin dalla fine degli anni ’80. Ma c’è di più: Hamas è allo stesso tempo il nemico e l’interlocutore privilegiato dei governi israeliani perché “religioso”, perché giustifica la regressione di entrambi i popoli verso i propri fondamentalismi incompatibili l’uno con l’altro. Hamas vuole lo Stato islamico, il sionismo vuole lo Stato ebraico. Hamas permetta ai sionisti di sostenere “vedete, noi abbiamo ragione: non possono convivere israeliani e palestinesi, abbiamo identità, religioni, costumi, libri di legge diversi, non possiamo condividere la stessa società, le stesse città e le stesse terre”. La spaccatura interna ai palestinesi serve più ai governi di Israele che ai palestinesi. Il vero nemico del sionismo è l’idea laica e democratica della convivenza dei popoli. Il rischio peggiore che corre la causa palestinese è quella di passare da lotta e impegno per l’autodeterminazione di un popolo a quella di scontro religioso irriducibile.”
Restart: in questo momento il popolo palestinese vive il momento più buio dal 1948 ad oggi e, anzi, non si vede la fine di quella che sembra una vera e proprio persecuzione da parte di uno Stato così potente da irridere persino agli appelli di fermare il massacro a Gaza da parte di Guterres, Segretario generale dell’ONU. C’è chi come Marco Mascia, docente all’Università di Padova, arriva a definire “genocidio” la persecuzione in atto. Non temi che la vostra resistenza di popolo possa essere piegata dalla durezza spietata degli attuali avvenimenti?
Salman “Nella storia non è mai stato sconfitto un popolo che lotta per la propria libertà. Sbaglia chi ci vede disperati. Sbaglia chi ci vede rassegnati di fronte all’esibizione di forza del governo Netanyahu. Sbaglia chi pensa che a umiliarci e a cacciarci dalle nostre terre serva ad aumentare la sicurezza dello Stato di Israele. L’ingiustizia che sta subendo il popolo palestinese è il sentimento che accomuna la formazione della coscienza di milioni di giovani palestinesi, di decine di milioni di giovani in tanti Paesi arabi che riempiono le piazze delle capitali arabe in Medio oriente e in Nord Africa. Ci vorranno anni, forse 5 o 10 anni, ma la geografia politica in queste aree cambierà profondamente e nuove leadership prenderanno il posto degli attuali regimi. Israele deve capire che può fare tutti gli accordi che vuole con gli attuali regimi arabi e chiamarli con il nome di Abramo, ma l’unico accordo di vera pace e vera sicurezza lo può stipulare solo con il popolo palestinese riconoscendogli il diritto all’esistenza e alla libertà. Come ha detto Marwan Bargouthi , leader di al-Fatah detenuto nelle carceri israeliane: “ L’ultimo giorno di occupazione sarà il primo giorno di pace”.
Restart: per il conflitto israelo-palestinese abbiamo parlato del contesto locale e regionale, abbiamo parlato dei Paesi arabi, ma ormai il coinvolgimento si è allargato a Turchia e Iran che, a loro volta, ci rimandano all’unico vero protettore di Israele, la superpotenza USA. E l’Unione Europea?
Salman “L’Unione Europea non ha politica estera e quel poco che ha è subalterna a quella degli Stati Uniti che reagiscono al proprio declino rilanciando la logica imperiale. Un vero peccato, perché in passato non è stato così. Persino durante la Guerra fredda l’Italia aveva un minimo di ruolo autonomo nei confronti del Medio Oriente e della stessa causa palestinese. E pensare che il Medio Oriente è il cuore del mondo e nel Mediterraneo si giocano partite decisive per determinare i prossimi nuovi equilibri mondiali. Il nuovo Grande Gioco si svolge qui! Non è un caso che Biden abbia sollecitamente inviato nel Mediterraneo orientale le due più potenti portaerei della propria flotta come “deterrenza contro l’allargamento del conflitto”: la Gerald Ford e la Eisenhower. La verità è che agli Stati Uniti fa comodo l’instabilità in quell’area e un certo grado di tensioni irrisolte perché così possono continuare a giustificare la propria presenza e ingerenza e la propria protezione ad Israele. Non è la lobby ebraica che tiene per la gola la politica statunitense, sono gli Stati Uniti a gestire il gioco e a decidere quando e come fermare i carri armati israeliani. Così non si pensi che Turchia e Iran, oltretutto tra loro rivali, si possano spendere davvero per la causa palestinese. Messi in ginocchio Siria e Iraq, Turchia e Iran conducono un proprio gioco di rilievo regionale sulle spalle del mondo arabo e questo gioco è tollerato dagli Stati Uniti. Ecco perché non è da questi Stati che verrà il cambiamento. Il cambiamento verrà dall’interno del mondo arabo e dalle nuove generazioni.”










