2° rapporto – Giorno per giorno sotto le bombe con i carri armati che avanzano

Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato testimonianze dall’8 ottobre 2023 al 16 novembre. In questa seconda parte ci spingiamo sino al 6 dicembre. Non sappiamo se riusciremo prossimamente a raccogliere testimonianze tra Natale e Capodanno. Quale Natale? Quale anno nuovo? Una violenza senza precedenti è finalizzata non solo a intimidire ma a sradicare e cacciare tutta una popolazione. Nella Striscia di Gaza abbiamo un team composto da 7 maestre, una coordinatrice, un’assistente sociale che fino al 7 ottobre lavoravano presso La Terra dei Bambini, la scuola per l’infanzia che abbiamo costruito e avviato, formando le donne beduine che oggi sono le nostre maestre. Abbiamo l’animatore del Biblio-tuktuk, una biblioteca mobile che porta la magia delle fiabe a migliaia di bambini nelle strade dei villaggi più marginali. Abbiamo il coordinatore del nostro ufficio di Gaza. Abbiamo il referente e lo staff della Gelateria Sociale, un’impresa sociale che abbiamo avviato nel 2019. Abbiamo una rete di psicologi e operatori sociali con cui collaboriamo, sperimentando approcci innovativi grazie al progetto Yozher. Abbiamo tante persone care. E’ attraverso le loro parole dell’ultimo mese e mezzo che vogliamo raccontare la catastrofe umanitaria in cui è sprofondata da più di sessanta giorni la Striscia di Gaza.

21 novembre

Ci scrive Fida, una delle maestre de La Terra dei Bambini. Siamo riusciti a farle arrivare dei contributi con cui ha comprato cibo e anche del materiale per fare attività con i bambini. Ci manda delle fotografie bellissime, piene di bambini sorridenti. Le maestre de La Terra dei Bambini sono davvero speciali. La loro forza ci lascia senza parole.

22 novembre

Oggi Mohammed ci ha scritto, è riuscito a ricongiungersi con la moglie e la bambina di pochi mesi. Erano stati costretti a lasciare la loro casa a Gaza City lo scorso 16 ottobre, riuscendo ad arrivare a Rafah. Dopo una settimana, disperati di fronte alla mancanza di cibo, acqua e luoghi sicuri, avevano deciso di tornare a Gaza City, dove speravano di ritrovare almeno un tetto e qualcosa in dispensa. Così è stato e per qualche giorno sono riusciti a rimanere nella loro casa, danneggiata ma non distrutta. Le operazioni militari di terra però si sono fatte presto troppo intense, hanno dovuto di nuovo cambiare zona. La moglie e la bambina sono rimaste a Gaza City con la famiglia di lei, mentre Mohammed ha deciso di affrontare di nuovo il viaggio verso sud insieme al fratello minore, per cercare un posto “sicuro” prima di far mettere in cammino anche la moglie e la bambina. Quanta forza e quanto coraggio servono per decidere come muoversi in una prigione a cielo aperto dove le bombe cadono ovunque senza tregua?

Ogni giorno facciamo fatica a trovare cibo e acqua filtrata. Scriverò la mia esperienza inshallah dopo questa catastrofe, scriverò di come affrontiamo la morte ogni giorno e ovunque. Dopo questa terribile guerra il mio modo di pensare è cambiato, nei confronti delle persone e di tante cose. I pensieri continui ci uccidono, prima di riabbracciare mia moglie e mia figlia ho avuto degli incubi, ho sognato che fossero morte e la nostra casa distrutta. Quando sono arrivato qui a Khan Younis, la prima notte ho dormito per terra in una scuola dell’UNRWA, è stato difficile ma ora sono felice di aver trovato un posto migliore per loro, anche se non abbiamo nulla. Inshallah andrà meglio nei prossimi giorni”.

Sentiamo che essersi riuniti lo aiuta e gli dà coraggio, è una notizia bellissima in questa catastrofe.

23 novembre

Anche oggi riusciamo a sentire Mohammed, si sta coordinando con alcuni dei direttori delle scuole UNRWA che ospitano migliaia di sfollati e sta aiutando a sistemare dei teli di nylon nei cortili per riparare chi dorme all’aperto dalla pioggia. Ci dice che domani proverà a raggiungere un bancomat per verificare di aver ricevuto i fondi che gli abbiamo inviato dall’Italia e poi potrà organizzare un acquisto di beni di prima necessità. Ha fatto una lista intanto, serve tutto: cibo, acqua filtrata, coperte, farina o pane, legna per cucinare e riscaldare, disinfettando e prodotti per l’igiene.

Anche Fatima ci scrive, è ancora a nord di Nuseirat, non lontano dagli scontri. L’operazione militare di terra è in corso in tutto il nord della Striscia, a pochi chilometri dal luogo in cui lei si trova. Ci scrive mentre cammina per strada alla ricerca della connessione internet. Sta aspettando notizie dai suoi parenti a Jabalia, il campo profughi più grande di Gaza City, che è stato colpito molto pesantemente. Non riesce a contattarli da tre settimane, è preoccupata, ha già perso molti parenti e amici. E da qualche giorno ha perso i contatti anche con Walaa, la nostra bravissima psicologa a La Terra dei Bambini, e con alcune volontarie. Per fortuna Bilal, l’animatore del Biblio-tutuk e Rehab, l’assistente sociale, sono nella sua stessa zona. Scrive che si incontrano quasi tutti i giorni per fare delle attività con i bambini e le bambine. “Non preoccupatevi, ho ancora tutta la mia energia, qui siamo diventati tutti come un’unica famiglia, ci aiutiamo a vicenda. Sono solo triste per le tante persone care che ho perso”.

24 novembre

Mohammed ci scrive presto al mattino “oggi è una bella giornata, finalmente la tregua”. E’ riuscito a raggiungere un bancomat e ci conferma che funziona. E’ complicatissimo, ma stiamo riuscendo a inviare aiuti.

26 novembre

Da quanto è entrata in vigore la tregua, le persone che sono a rimaste nella zona nord della Striscia sono andate a cercare le loro case. I genitori e la famiglia della moglie di Mohammed sono rimasti a nord perché il padre ha problemi di salute e non riesce a mettersi in cammino, né affrontare le ore di attesa per i controlli ai checkpoint militari. Una persona anziana e con problemi di salute non può affrontare tutto questo. Mohammed riceve fotografie e brevi video strazianti dai suoi parenti a nord. Niente è più come prima. Il campo profughi di Al Shatti, la zona del porto e di Rimal, tutte prossime al nostro ufficio sono devastate, irriconoscibili. In un video la voce di un giovane, forse un suo cugino, recita una successione di nomi, mentre cammina lungo una strada ai cui bordi i grattacieli sono ridotti in macerie. E’ necessario dare un nome alle strade che sta percorrendo perché nulla è più come prima, chi riceve il suo video altrimenti non riconoscerebbe nulla. “Ogni giorno è una lotta per cercare di tenere a bada i pensieri…che ne sarà della nostra casa, dei nostri cari, della nostra vita. Cosa ci è successo e cosa ancora deve venire. La storia che raccontano sui luoghi sicuri non è reale, stanno bombardando ovunque senza alcun riguardo per la popolazione civile”.

Riusciamo a sentire anche Fatima, è in contatto con qualcuno del suo villaggio, dove c’è il nostro centro La Terra dei Bambini. Ci riferisce quello che le hanno detto, il centro è danneggiato ma non completamente distrutto. Ci sembra un piccolo miracolo. Ma tante case sono state bombardate e distrutte, tra queste anche quelle di alcune delle nostre maestre.

29 novembre

Fatima ci manda una foto di lei e Rehab. Sono sedute su un carretto trainato da un asino, stanno tornando dalla banca, dove sono riuscite anche loro a prelevare con la carta bancomat. Hanno i volti stanchi, ma sono belle. E’ una bellezza che arriva dal profondo, dall’umanità che conservano e coltivano ogni giorno, dall’attenzione e l’aiuto che si prodigano a dare agli altri, ai bambini e alle bambine in particolare.

1 dicembre

Grazie…finora sono vivo, venerdì 1 dicembre 2023, ore 1.16…vi voglio bene”.

Dopo un lungo silenzio stanotte ci ha scritto Jaber, un messaggio straziante, ma è vivo.

Ma stamattina la debole tregua si è rotta e sappiamo che i bombardamenti sono ripresi intensi. Riusciamo a sentire Mohammed, psicologo con cui collaboriamo da anni. Ospita decine di persone nella sua casa di Khan Younis e non ha smesso un minuto di dare supporto ai bambini e alle bambine feriti, tutti i giorni va all’ospedale della sua zona, lì fa attività di gruppo e individuali, dà loro supporto emotivo, lavora sul trauma, stimola il supporto reciproco tra pari. Ha seguito più di 120 bambini e bambine dal 7 ottobre, oltre ad almeno altrettanti adulti. E dà supporto al personale medico che sta lavorando senza tregua in condizioni indescrivibili e sottoposto a livelli di stress e tensione emotiva altissimi. Riesce a mandarci un report dettagliato su tutto il lavoro prezioso che sta facendo.

2 dicembre

Oggi Rehab ci manda un’altra bellissima fotografia. Lei seduta per terra in un cerchio di bambini e bambine, per terra fogli bianchi e matite. Le piccole mani disegnano e colorano. Pura bellezza. Il team de La Terra dei Bambini ci riempie di orgoglio e di gratitudine.

4 dicembre

Ci arriva la notizia dello spostamento delle operazioni militari di terra verso sud. In sole 24 ore, fino al pomeriggio di ieri, sono state uccise 316 persone. Da quando sono ripresi i bombardamenti due giorni fa, la gente rimasta a nord è stata spinta a spostarsi nell’area centrale e meridionale della Striscia, eppure ora anche lì oltre ai bombardamenti ci sono i carri armati. Mohammed, lo psicologo, è a Khan Younis, per fortuna siamo riusciti a sentirlo, ecco quello che ci scrive: “E’ una catastrofe. Bombardano ovunque. Adesso la zona centrale della Striscia di Gaza in cui ci troviamo è isolata, non ci sono beni di nessun tipo. Stamattina presto sono andato a cercare della farina, ma non ho trovato nulla”.

5 dicembre

Oggi la maestra Fidaa ci manda un messaggio terribile e al tempo stesso bellissimo.

Ieri è stata una giornata spaventosa e terrificante, i bombardamenti si stanno avvicinando e il numero di persone fuggite a Rafah da Khan Yunis è molto grande. La gente è nelle strade e non riesce a trovare posto nei cortili delle scuole, e qui è tutto pieno di tende. I bambini sono davvero infelici, vogliono giocare, ascoltare storie e aver qualcuno che si prenda cura di loro. Ma madri e padri qui sono occupati a cercare disperatamente di soddisfare i bisogni di base, così i bambini non hanno nessuno che si occupi di loro. Noi stiamo facendo il nostro dovere, cercando di mettere in pratica quello che abbiamo imparato dalle formazioni di Vento di Terra: avevo 18 anni e ora ne ho 30. Ci avete insegnato a prenderci cura dei bambini in ogni momento e circostanza. E così cerchiamo di fare. Non giochiamo soltanto con loro, prepariamo anche il pane ogni mattina. Non tutti hanno la possibilità di poterlo fare così lo facciamo noi almeno per i piccoli. Condividiamo quello che possiamo e facciamo tutto quanto è in nostro potere. I nostri figli desiderano vivere, giocare ed essere al sicuro. Hanno sogni e amano la vita. Nei loro occhi c’è innocenza ma anche paura e terrore. Spero di dormire e svegliarmi presto da questo incubo senza fine. Non mi aspettavo che un giorno avrei visto giorni come questi. Proprio no, non me lo aspettavo.”

6 dicembre

Finalmente dopo una settimana di silenzio riprendiamo il contatto con Mohammed, il nostro coordinatore locale. L’operazione di terra lo ha costretto a spostarsi per l’ennesima volta, ci scrive che è a Rafah e che è tutto molto difficile. Ci chiediamo cos’altro debba accadere per fermare tutto questo.

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